Ambiente: la speranza arriverà dalla UE?

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Foto: ec.europa.eu

“È il nostro uomo sulla luna”, con queste parole Ursula von der Leyen ha presentato mercoledì 11 dicembre (mentre a Madrid si svolgeva la Cop 25, poi fallita) al Parlamento europeo il suo Green Deal, il piano verde per l’Europa. Come darle torto: questo pacchetto di circa cinquanta proposte legislative è destinato a rivoluzionare il sistema economico nel nostro continente. 

Già in marzo, la Commissione europea presenterà uno degli elementi cardine del suo piano, la legge sul clima, per ridurre le emissioni del 55 per cento entro il 2030. Un obiettivo ambiziosissimo, se si tiene conto che finora l’Ue ha diminuito le sue emissioni “solo” del 22,4 per cento rispetto al 1990.

Nel suo discorso all’Eurocamera, von der Leyen ha voluto in particolare rimarcare le legittimità democratica del suo progetto, presentato come una risposta all’onda verde che ha marcato le elezioni europee dello scorso maggio.

L’impegno dell’Unione europea in materia di lotta al cambiamento climatico non è una novità. Nel corso degli anni, i limiti alle emissioni di CO2 nel continente sono stati resi sempre più stringenti e questo ha obbligato potenti interessi economici a fare marcia indietro su importanti scelte strategiche.

In questo senso, il settore automobilistico costituisce un esempio paradigmatico. Per anni le grandi case automobilistiche europee hanno investito nei motori diesel. L’investimento in questa tecnologia aveva i contorni di una vera e propria scelta strategia ed è per questo che, per anni, di fronte a leggi sulle emissioni di CO2 sempre più stringenti, le case automobilistiche hanno comunque sempre cercato di migliorare l’efficienza dei motori diesel, invece di ragionare su come passare ad altre tecnologie. 

Ora però si è giunti a un punto di non ritorno. Alla fine della scorsa legislatura, dopo lunghe discussioni, il Parlamento europeo ha approvato una nuova direttiva sulle emissioni di gas serra prodotte dalle automobili, secondo la quale i costruttori saranno tenuti a realizzare auto in grado di diminuire del 37,5 per cento le emissioni di CO2 entro il 2030. 

Questo obiettivo sarà raggiungibile solo passando da motori diesel o benzina a automobili elettriche o a idrogeno. Si tratta di un esempio di come leggi stringenti in maniera di emissioni di CO2 possano concretamente orientare in una direzione più rispettosa del clima le strategie di investimento degli attori economici europei.

“Vogliamo un’economia che dà più di quello che toglie”, ha spiegato von der Leyen nel suo discorso di mercoledì.

A quale costo? “There ain't no such thing as a free lunch” (tradotto: non esistono pasti gratis) avrebbe detto l’economista Milton Friedman. Questo è particolarmente vero quando si tratta di conversione energetica: per centrare l’obiettivo di una riduzione delle emissioni del 55 per cento entro il 2030 si stima che serviranno investimenti supplementari annui dell’ammontare di 260 miliardi di euro.

Ci saranno dei vincitori e dei vinti. La strategia climatica dell’Unione comporterà infatti un aumento dei costi per coloro che emettono molta CO2 e, si auspica, una riduzione del carico per coloro che fanno ricorso a energie pulite. Questo darà un vantaggio comparato a chi finora ha investito nelle energie rinnovabili, nei trasporti più ecologici (come ad esempio il treno), o in una produzione più rispettosa dell’ambiente. 

Dal punto di vista opposto, a perderci non rischiano solo di essere i Paesi dell’Est, come ad esempio la Polonia, ancora molto più dipendenti dal carbone rispetto a quelli dell’Ovest, ma, più in generale, buona parte del sistema produttivo europeo.

È uno scenario da scongiurare. I vari settori economici dovranno essere accompagnati e sostenuti nella transizione se si vuole che questa abbia successo, perché, se la neutralità climatica metterà fuori mercato le imprese europee, nessuno in India o in Cina vorrà seguire la nostra strada.

Faccio l’esempio dell’agricoltura. La Commissione ha intenzione di adottare all’interno della cornice del piano verde una strategia per ridurre l’uso di pesticidi e sostanze chimiche. Uno sforzo sacrosanto, che non può però fare finta di niente sul fatto che oggi i prodotti fitosanitari costituiscono una necessità per fare fronte a una serie di malattie delle piante che creano, peraltro, nuovi problemi, come nel caso della cimice asiatica. 

Per avere successo, la transizione ‘verde’ in agricoltura deve essere quindi adeguatamente finanziata. Servono maggiori fondi nel campo della ricerca (per stimolare, ad esempio, il miglioramento genetico) ma anche, soprattutto, in quello delle nuove tecnologie. Gli agricoltori europei devono poter accedere a queste tecnologie, altrimenti il Green Deal rischierà di metterli fuori mercato. E ancora: si potranno chiedere nuovi sforzi in materia ambientale ai contadini, ma questi dovranno essere sufficientemente retribuiti. 

Il discorso non vale solo per l’agricoltura, ma per tutti i segmenti produttivi: a impegni maggiori devono corrispondere aiuti maggiori

Per quanto riguarda i già citati 260 miliardi di euro annui necessari fino al 2030, le questioni aperte sono ancora tante: l’ammontare sarà oggetto di un negoziato che riguarda sia gli obiettivi climatici sia il prossimo bilancio. Soprattutto, va ancora definito se sarà possibile escludere gli investimenti verdi dal calcolo del deficit. La Commissione europea preferisce non prendere posizione in materia e rinvia a un dibattito sulle regole del Patto di Stabilità e di Crescita.

Tutto o quasi si deciderà nei prossimi mesi, quando i negoziati per il quadro finanziario pluriennale 2021-2027, ovvero il bilancio a lungo termine dell’Ue, entreranno nella fase decisiva. La presidenza finlandese del Consiglio Ue ha proposto un livello complessivo di 1 087 miliardi di euro, che rappresenta l'1,07 per cento del reddito nazionale lordo dell'UE a ventisette. Gli stati membri hanno ribadito che il prossimo quadro finanziario pluriennale contribuirà in modo significativo all'azione per il clima

Centrale per l’accordo finale sarà la quantità di risorse a disposizione nel cosiddetto meccanismo per una giusta transizione, che elargirà un sostegno alle regioni e ai settori maggiormente colpiti dalla transizione. 

Matteo Angeli 

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