Migrare fa rima con aspirare?

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Non guardarsi indietro”. È la ventottesima legge del viaggio. L’hanno scritta Sinti e Dag, due etiopi, rifugiati che vivono a Roma. Sta a pagina 97 del libro di Alessandro Leogrande, La frontiera. La legge è già un rivelazione in sé. Quindi migrare è guardare avanti, guardare al futuro.

Come chi migra, anche il futuro non guarda indietro, si proietta nell’ignoto domani. Possiamo costruire idee, statistiche, previsioni, proiezioni di futuro, basandoci su esperienze ripetute, sul passato, ma non possiamo afferrare il futuro. Se provassimo a pensarlo come un diritto, e se anche ci riuscissimo, la questione rimarrebbe su chi se ne farebbe carico. Convinti del fatto che migrare sia un diritto, un mese fa ci eravamo posti la domanda se questo diritto fosse per tutti. Oggi, ancora attanagliati dalle domande, ci chiediamo se anche il futuro sia un diritto, cioè un’opportunità effettiva dentro la quale ogni persona possa esercitare un sogno concreto di domani.

Il futuro non è esplicitamente sancito tra i diritti fondamentali. Si potrebbe ipotizzare che il diritto alla vita lo includa? La domanda nasce dalla considerazione che vivere significa, non solo stare nel qui ed ora, ma anche essere proiettati in avanti. La vita è già un progetto di futuro, un essere gettati in avanti che include una necessaria presa in carico per essere mantenuta, cioè una cura di sé, degli altri, del mondo.

L’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti umani stabilisce che “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”. La vita, prima ancora di esser un diritto, è quindi un valore assoluto e la sicurezza e la pace, oltre che le libertà individuali e collettive, sono i presupposti per poterlo mantenere tale.

La sicurezza non è solo una percezione di assenza di rischi, bensì il presupposto per l’esercizio delle libertà; è sicurezza delle persone e delle comunità e riguarda la sfera economica, sociale, ambientale e di ordine pubblico. C’è la nota sicurezza degli stati che dovrebbe essere a servizio delle persone, cioè garantire alle persone spazi dentro i quali poter manifestare le proprie capacità di aspirare, di costruire futuro. E c’è la meno nota sicurezza umana, concetto introdotto nel 1994 dal Rapporto dell’UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, New Dimensions of Human Security. Essa rappresenta un diritto che prevede che venga messo in funzione un sistema di sicurezza internazionale e nazionale che tenga conto da un lato della dimensione di “ordine pubblico” e dall’altro delle dimensioni economiche e sociali. La sicurezza è multidimensionale; ha bisogno di aperture per potersi realizzare, non certo di chiusure, muri, barriere che rappresentano una violazione del diritto alla vita e di tutte le libertà.

Nel 2001, in risposta all’appello del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan durante il Summit del millennio per un mondo “libero da bisogni” e “libero dalla paura” è stata istituita una Commissione per la sicurezza, presieduta da Sadako Ogata and Amartya Sen, che nel 2003 ha presentato l’importante rapporto intitolato Human Security Now. La questione è quindi rilevante: la sicurezza umana riguarda la tutela e l’allargamento delle libertà vitali delle persone perché contribuisce a proteggere dalle minacce e sviluppare la capacità delle persone di farsi carico della propria vita.

La pace, quella positiva, si vis pacem para pacem, e non l’assenza di guerra, si vis pacem para bellum, è la parola chiave, il centro focale di sogni e desideri, un bene comune, assoluto che deve poter essere mantenuto per essere riempito di nuovi sogni ed aspirazioni. La Carta delle Nazioni lo sancisce come diritto, ma questo non è internazionalmente riconosciuto. La Dichiarazione sulle responsabilità delle generazioni presenti verso le generazioni future adottata dall’UNESCO nel 1997 afferma che la pace è fondamentale per poter assicurare la vita e quindi il futuro. Il suo articolo 9 ci ricorda che “le generazioni presenti dovrebbero assicurarsi che esse stesse e le generazioni future imparino a vivere insieme pacificamente, in sicurezza e nel rispetto del diritto internazionale, dei diritti umani e delle libertà fondamentali e preservare le generazioni future dal flagello della guerra”.

Il diritto al futuro passa inevitabilmente attraverso la pace, ma anche attraverso il rispetto dei bisogni e degli interessi delle future generazioni, la loro libertà di scelta, la non discriminazione, la protezione dell’ambiente, della bio e sociodiversità, del patrimonio culturale, della casa comune.

Il diritto al futuro, dal quale eravamo partiti, appartiene quindi a tutti: a chi è presente oggi e a chi verrà. È ai presenti però che viene chiesta un’assunzione di responsabilità per il solo fatto di esserci qui ed ora, testimoni di un futuro possibile per dare speranza, visioni di domani.

Nel suo discorso al Parlamento Europeo il 25 novembre 2014, papa Francesco fa riferimento ai “giovani privi di punti di riferimento e di opportunità per il futuro” e ai “migranti che sono venuti qui in cerca di un futuro migliore”. “Come dunque ridare speranza al futuro, così che, a partire dalle giovani generazioni, si ritrovi la fiducia per perseguire il grande ideale di un’Europa unita e in pace, creativa e intraprendente, rispettosa dei diritti e consapevole dei propri doveri?”.

Costruire futuro è costruire capacità di aspirare, cioè opportunità di partecipazione delle persone a tutte quelle occasioni in cui una società dà forma e significato al suo futuro, dalla scuola al mondo del lavoro, dalla famiglia alle realtà associative, ecc.. Le aspirazioni partecipano alla costruzione culturale e simbolica della società e dei modi in cui essa rappresenta il suo futuro. L’aspirazione non è una capacità data, si costruisce e la persona si appoggia ad essa per perseguire i propri progetti di vita che dipendono dalle risorse disponibili, non solo materiali, ma anche sociali, culturali, relazionali. Quindi muoversi, spostarsi diventa un’occasione per raggiungere luoghi entro cui poter trovare spazi di aspirazione o dove iniziare a costruire capacità di aspirare. Per questo si parte senza guardarsi indietro.

Sara Bin

(1976) vive in provincia di Treviso e lavora a Padova. É dottore di ricerca in geografia umana (2005); docente a contratto di geografia culturale e didattica della geografia presso l’Università degli Studi di Padova (dal 2010); ricercatrice presso Fondazione Fontana onlus dove coordina il portale Atlante on-line (dal 2008). Recentemente (2014) è stata inclusa nel gruppo di redattori e redattrici di Unimondo. Ha svolto attività didattica e formativa in varie sedi universitarie, scolastiche ed educative ed attività di consulenza nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Tra i suoi principali ambiti di ricerca vi sono i progetti di sviluppo idraulico nell’Africa sub-sahariana, lo sviluppo locale e la sovranità alimentare, la cooperazione internazionale, la didattica della geografia e l’educazione alla cittadinanza globale. Ha svolto numerose missioni di ricerca e studio in Africa, in particolare in Burkina Faso, Senegal, Mali e Niger. 

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