Scene dall’Algeria

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Foto: O.Bellicini

La Repubblica Democratica e Popolare d’Algeria trae il suo nome dal termine arabo che designa le “isole”. Ma di isole, sull’ampio territorio che forma il Paese, non v’è traccia. È forse il primo tratto rivelatore di una Nazione col gusto del paradosso. Una Nazione che ha saputo ritagliarsi, a dispetto delle contraddizioni, un ruolo centrale negli equilibri euro-mediterranei, proponendosi come  attore defilato -ma non per questo trascurabile- del dialogo fra Occidente e Mondo arabo. Un recente viaggio mi ha consentito di visitarne una parte. Ecco qui una piccola cronaca “per impressioni”, la fotografia di paesaggi e atmosfere. Così si può accedere all’anima di un popolo. Anche così se ne può comprendere la politica.

Il primo incontro: la Capitale. Algeri è soprattutto la storia di un incontro tra la città e il mare. Naturalmente, non è l'unica realtà a vivere del contraddittorio rapporto fra il mondo degli uomini e le profondità di turchese e di cobalto che si agitano al di là della costa. Così Lisbona, così Marsiglia; così tanti altri presidi. Ma se Lisbona è una nostalgia, e Marsiglia un'allusione, Algeri è senz'altro una sfida. Ecco il suo carattere. Lo stesso che emana dalle strade ampie e approssimative, che diramano dalla Capitale verso le province, come arterie stanche di un corpo sovrabbondante. Lo stesso carattere che filtra dai gesti di una popolazione per cui tutto è gioco, ma un gioco che non ammette errori. Lo si nota, particolarmente, nelle seduzioni delicate delle donne: lampi improvvisi, espressioni che mutano con la rapidità di una nuova sfumatura. V'è la consapevolezza dell'azzardo; ve n'è il gusto. Ma il gioco, pur raffinato, pur gioioso, non lascia mai spazio alla leggerezza. Qui, si può perdere tutto.

Il viaggio prosegue: la città di provincia. ‘Ayn Defla, città dei cavalli. Intorno a me, tetti rossi e spioventi, profili d'oltremare. Persino la pioggia, sferzante ed obliqua, porta un'impronta estranea ai luoghi, prestando all'orizzonte una malinconia europea, che contrasta coi motivi del paesaggio e coi ritmi delle persone. Eppure, qualcosa di profondamente algerino rimane, indifferente ai richiami della storia recente: due donne, sul ciglio d'una strada, discutono. Fatto banale, in apparenza. Ma non c'è nulla, nel loro dialogare, che ricordi la comunicazione essenziale, diretta, cui siamo avvezzi. Qui, il discorso non è informazione: è teatro. Un teatro con i suoi schemi, le sue esigenze, i suoi strumenti. Ogni scambio è un esercizio di mimo, o piuttosto una danza rituale, in cui i movimenti sono simbolo riconoscibile. C'è, in questo, un rapporto fra l'uomo e lo spazio, fra gli attori e la scena, che va ben al di là di ciò che si vuol dire. C'è il Mediterraneo dei greci, della ricerca del sé. E non sorprende che ciò sopravviva dove forme alternative di affermazione sono precluse; dove la rappresentazione dell'io deve farsi gesto e non percorso. V'è in questo una tristezza, e allo stesso tempo una forza; una bellezza, che sgorga, come acqua di fonte, da cavità inaspettate.

Ultimo giorno: il villaggio. El Attaf, altipiani dell'Ovest. È l'Algeria profonda: l'anima della lotta anticoloniale, la terra del miraggio francese. Una contraddizione fra le tante, qui, dove il nonsenso germoglia con la stessa facilità dei melograni e degli agrumeti, su vaste colline generose di frutti, ma avare di opportunità. Ovunque piccoli villaggi, nugoli di case: si perdono nel verde immenso dei prati. Un verde che non è colore di speranza. La gente ha la fisionomia dura della strada, che scava le espressioni e impone i suoi tratti distintivi. Paiono tutti fratelli: i figli sacrificati di una provincia affettuosa, ma soffocante; disponibile, ma senza mezzi. È l'Africa, ma potrebbe essere, in abiti diversi, il Midwest americano o la brughiera scozzese. Anche qui si respira la fierezza delle radici e, al contempo, l'imbarazzo di chi non ha nulla, e tutto vorrebbe. Ma non osa confessarlo nemmeno a se stesso.

Omar Bellicini

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