Comunità

Stampa

Una vita sociale sana si trova soltanto quando nello specchio di ogni anima la comunità intera trova il suo riflesso, e quando nella comunità intera le virtù di ognuno vivono (Rudolf Steiner)

Introduzione

Il termine “comunità” deriva dal latino communis, appartiene al linguaggio corrente ma anche al linguaggio di molte discipline: con significati tecnici e complessi, è usato in antropologia, sociologia, filosofia, diritto, scienze politiche. In particolare nelle scienze sociali si evidenziano due significati. Da un lato (sociologia classica) definisce un tipo particolare di relazioni, poste alla base di collettività, che coinvolgono l'individuo nella sua totalità: il termine evoca piccole comunità di villaggio, ma anche la comunità nazionale, la famiglia, qualsiasi unità sociale in condizioni di alta integrazione. Dall’altro lato (sociologia contemporanea), comunità è in genere sinonimo di comunità locale, come quel tipo di collettività "i cui membri condividono un'area territoriale come base di operazioni per le attività giornaliere" (Parsons, 1951).

Comunità

L'uso limitato al significato di comunità locale è corrente anche in antropologia, soprattutto in riferimento a comunità di piccole dimensioni e di cultura tradizionale. Quando però si passa allo studio di comunità locali non tradizionali e di più ampie dimensioni, sorgono problemi per gli aloni di significato che il termine porta con sé. Nonostante ciò, la resistenza ad abbandonarne l’utilizzo è forte, perché ancora ricco di spunti e suggestioni per una riflessione sulla dimensione umana del collettivo.

Comunità è un termine che fa da ponte interpretativo, facendo perno intorno a concetti chiave che ne costituiscono anche i principi di funzionamento, come la solidarietà spontanea e la dispersione della competitività, principi che riaccendono l’attenzione sull'importanza delle relazioni comunitarie nella società contemporanea. Il termine rimane critico nella sua capacità analitica, ma i nodi concettuali che evoca continuano a essere importanti e difficili da abbandonare.

Il significato classico

L'uso del concetto di comunità nelle scienze sociali risale, in forma definita, a Ferdinand Tönnies che, a fine ‘800, introdusse la tipologia comunità-società (Gemeinschaft-Gesellschaft) come strumento fondamentale per la comprensione del cambiamento sociale. Tönnies fu tuttavia solo uno degli esponenti di una variegata corrente di pensiero che con la "riscoperta della comunità" esprimeva una reazione all'età dell'illuminismo e dell'economia politica, influenzata dal pensiero romantico. Non era in discussione l'emergere di relazioni sociali più convenzionali, impersonali, basate sul calcolo, ma la diversa valutazione di questi caratteri, che venivano criticati nei loro effetti negativi, in riferimento a ciò che nel processo di trasformazione sembrava si stesse perdendo.

Il tentativo di chiarimento concettuale di Tönnies muove dal linguaggio corrente, nel quale comunità e società sono distinte: in sostanza, "ogni convivenza confidenziale, intima, esclusiva [...] viene intesa come vita in comunità; la società è invece il pubblico, è il mondo. In comunità con i suoi una persona si trova dalla nascita, legata a essi nel bene e nel male, mentre si va in società come in terra straniera" (Tönnies, 1887). Sono usi linguistici che si chiariscono quando vengono definiti in termini sociologici: le relazioni tra volontà umane danno luogo ad "associazioni" che possono essere concepite o come vita reale e organica (comunità) o come formazione ideale e meccanica (società).

La comunità si configura in 3 forme originarie: di sangue (parentela), di vicinato (luogo) e di amicizia (spirito), accomunate da un tratto sociale caratteristico, ovvero un modo di sentire comune e reciproco, che ne costituisce la volontà propria e la forma associativa. "La teoria della società - scrive Tönnies - muove dalla costruzione di una cerchia di uomini che, come nella comunità, vivono e abitano pacificamente l'uno accanto all'altro, ma che sono non già essenzialmente legati, bensì essenzialmente separati, rimanendo separati nonostante tutti i legami, mentre là rimangono legati nonostante tutte le separazioni.”

L'impostazione di Tönnies, a sua volta, ha influito sul lavoro di altri studiosi, in particolare Max Weber. Una relazione sociale è definita comunità “se, e nella misura in cui, la disposizione dell'agire sociale poggia [...] su una comune appartenenza, soggettivamente sentita (affettiva o tradizionale) dagli individui che ad essa partecipano”. È invece definita associazione “se, e nella misura in cui, la disposizione dell'agire sociale poggia su una identità di interessi, oppure su un legame di interessi motivato razionalmente (rispetto al valore o allo scopo)”.

Anche Durkheim ricorre a una dicotomia, distinguendo fondamentalmente fra società basate sulla solidarietà meccanica, tipica di società segmentali e semplici, nelle quali il nesso che tiene uniti i segmenti è una cultura fortemente prescrittiva e repressiva, e società basate sulla solidarietà organica, termine derivante dalla divisione del lavoro nella società moderna, che definisce funzioni interconnesse e dunque ruoli complementari.

Sono queste le tensioni che metteranno in crisi il concetto di comunità, sia nel suo uso più generale, come concetto capace di individuare un tipo di società, sia nel suo uso più limitato e orientato, a livello dei tipi di relazioni sociali.

Nuove problematiche

Si evidenziano tre problematiche in particolare nelle quali il concetto di comunità si è impigliato:

-     spesso ci si riferisce alla condizione dell'individuo nella società contemporanea dicendo che sperimenta una perdita di identità: è un modo di indicare una condizione di vita 'societaria', opposta a una precedente condizione di integrazione 'comunitaria';

-     un recente filone di ricerca ha studiato l'importanza, nell'economia contemporanea, di quella sua parte che non è istituzionalizzata in un sistema di azione autonomo e non viene dunque neppure contabilizzata: l'economia nascosta, non di mercato, segnala la sopravvivenza nella società moderna del principio di reciprocità;

-     la teoria della scelta razionale, ma anche lo studio dei processi di sviluppo economico, dei fenomeni organizzativi e delle relazioni interpersonali hanno incontrato un tema comune che, reso esplicito, tende a far emergere una problematica autonoma: la fiducia come requisito che rende possibili relazioni e strutture sociali.

Identità, reciprocità, fiducia sono parole che appartengono al vocabolario della comunità, ma che oggi sono usate senza riferimento al vecchio concetto.

Identità e comunità

Il termine identità - come quello di comunità - fa parte del linguaggio corrente e di quello di diverse discipline. Il suo uso nelle scienze sociali, e in particolare in sociologia, si è diffuso specie nell'ambito di studi teorici e di ricerche motivate da un problema classico: la difficoltà di adattamento dell'individuo a situazioni di incertezza e di variabilità tipiche dei contesti sociali moderni. Si tratta dunque di un problema che, in un modo o nell'altro, è stato affrontato in molti studi teorici della società contemporanea. D'altro canto, il concetto si presta anche a definire aspetti che non riguardano specificamente problemi di integrazione personale, ma modi di essere collettivi, rapporti interpersonali di particolare significato, come rivela l'uso dell'espressione 'identità collettiva'. Queste circostanze hanno favorito lo sviluppo di una riflessione sociologica e psicanalitica sull'identità.

Insomma, in noi c’è qualcosa “che non torna”, che Freud aveva chiamato inconscio, che non rende l’essere umano pura razionalità: noi siamo in qualche modo divisi al nostro interno, l’alterità è dentro di noi, il primo incontro con l’alterità è con noi stessi. Il nostro stesso corpo ci richiede un lavoro di “addomesticamento” per gestirlo, non esiste come “naturale” ma è sempre “trattato dalla cultura”. L’alterità, lo straniero dentro di noi, è quel qualcosa che ci fa dire una cosa e pensarne un’altra, fare una cosa e desiderarne un’altra. E se questa considerazione la spostassimo sulla comunità?

Un tempo funzionava la comunità omogenea territoriale, quella che il gergo del quotidiano sintetizza in “siamo tutti della stessa parrocchia”. Oggi questo bisogno di omogeneità è ambiguo, da un lato ci fa sentire simili, dall’altro può produrre effetti molto pericolosi (cfr. p.es. le dittature del ‘900, come effetto della tentazione dell’omogeneo), può causare la deriva dell’assoluto. La sfida della comunità è allora quella che essa possa pensarsi come altra da sé, e quindi con la differenza stessa che le appartiene. Spesso i conflitti sono a livello di immaginario (p.es. le divise nel caso dei tifosi, le differenze ci sono solo fino a che si indossano determinate casacche). L’identità si struttura intorno a una dimensione immaginaria che non consente l’incontro autentico con l’alterità, ma solo l’incontro tra omogenei.

La comunità così pensata, attraverso segni di appartenenza o esclusione dal gruppo, è il modello novecentesco della comunità. Essa ha ragione di esistere proprio perché si configura in base a questa opposizione (le categorie sono altrimenti di per sé vuote): è il “narcisismo delle piccole differenze” (Freud) che porta in sé i conflitti, l’aggressività sorge davanti a quella piccola differenza che fa crollare le certezze. Non sono le grandi differenze, ma le piccole differenze dentro al “noi” che destabilizzano, perché in teoria il legame dell’omogeneo dovrebbe creare stabilità, non dovrebbe contemplare la diversità. Poter stare in un luogo che riconosce queste differenze è rivoluzionario perché permette di esprimere la propria angoscia: la differenza diventa il legame, ci riconosciamo nell’espressione di un limite che ci accomuna (cfr. pensatori come Giorgio Agamben, Roberto Esposito, e Jean-Luc Nancy). Occorre quindi interrogare e interrogarsi su come la comunità possa avere come elemento fondante l’alterità invece che l’omogeneità: è molto più difficile e molto meno immediato, ma occorre riconoscere l’alterità come fondamento dell’umano. Insomma, l’unica cosa che abbiamo in comune sono le differenze: lavorare con l’alterità senza espellerla è un modo di farci i conti e sulla logica omogeneità/alterità la psicanalisi è molto netta: l’alterità abita ciascuno di noi.

Comunità locale

La comunità di luogo, della quale parlava Tönnies, si ritrova nel concetto di comunità locale, cioè nell'accezione più diffusa in sociologia e in antropologia. Si pone però una serie di questioni dal punto di vista metodologico, la prima e più banale delle quali è quella dei confini: in una società moderna gli attori della più piccola comunità sono inseriti in reti di relazioni esterne (economiche, politiche, culturali, virtuali) che tendono a superare la comunità locale, in quanto contesto significativo di interazione. Questo richiama una seconda questione: quella delle dimensioni. Le aspettative e le strategie dei soggetti su base territoriale, così come le relazioni di fiducia e di reciprocità, sono con più probabilità componenti del quadro sociale di una piccola comunità. D'altro canto, la città è da sempre considerata il luogo tipico della società, della separazione, della moltiplicazione dei ruoli, della crisi di identità: studiare la città è di fatto studiare la società.

Conosciamo la storia di “pezzi di democrazia dal basso” che caratterizzano e costruiscono le nostre comunità? Conosciamo la storia degli usi civici delle nostre comunità, la gestione dei beni comuni fondamentali di sussistenza come acqua, pascoli, etc.? In queste attività hanno radici e permangono dinamiche di profondo valore comunitario, di partecipazione attiva, di responsabilità personale nella gestione di un bene collettivo che non era di proprietà pubblica ma della comunità. Si pensi per esempio ai corpi volontari dei Vigili del Fuoco, o ai gruppi CAI (Club Alpino Italiano). Sono realtà costituite da cittadini volontari che hanno una funzione per tutta la comunità. Può essere questa una pista di ricerca interessante per capire le dinamiche partecipative di una comunità? Come si può stimolare l’invenzione di nuove forme partecipative sulla base dell’esperienza di queste realtà? Fa ancora parte della nostra cultura il porci domande come “cosa possiamo fare noi, assieme?”, o demandiamo e aspettiamo  che siano altri a fare qualcosa al posto nostro? Di fronte a un problema, che sia grave o che sia meno grave, il nostro atteggiamento è comunque tendenzialmente delegante. Un compito che dovremmo darci è quello di diventare attivatori, senza pretese di risolvere da soli i problemi che coinvolgono la comunità ma con lo sforzo di sentircene responsabili, e quindi diventare sentinelle del benessere per le comunità di riferimento. Interrogandoci su queste questioni ci avventuriamo di certo su un terreno fertile per incontrare la comunità in un modo meno astratto.

Partecipazione, comunità, scuola

Con partnership le Nazioni Unite intendono un meccanismo di collaborazione volto ad aumentare lo spirito di solidarietà globale finalizzato in particolare ai bisogni economici delle persone che vivono situazioni di povertà e vulnerabilità. Partenariato però è anche collaborazione, che a volte fa rima con partecipazione, una rima annunciatrice di ulteriori elementi di connessione: lavorare insieme è possibile solo se siamo parte di un processo che ci riconosce, ci legittima, ci dà il potere di decidere o di influenzare le decisioni. Partecipare presuppone relazioni e queste si costruiscono, non sono date, ma nascono dal bisogno di stare insieme, di sentire di appartenere a un luogo che diventa rete di significati, ma anche ambito di interessi molteplici; è un bisogno fisiologico, e contemporaneamente sociale, e la scuola è uno dei primi anfiteatri di risposta a questo bisogno.

Alla scuola è riservato un ruolo di primo piano nella formazione di cittadini responsabili del bene comune. Infatti, oltre alle conoscenze e alle abilità di base (linguistiche, matematiche, tecnologiche, ecc.) da acquisire, sono le competenze di cittadinanza (MIUR, 2007) quelle che dovrebbero favorire la presa di consapevolezza del ruolo attivo di ogni persona nella costruzione del mondo che abitiamo. Queste competenze sono chiamate a contribuire al pieno sviluppo della persona, da maturare attraverso corrette e significative relazioni con gli altri e con la realtà ambientale e sociale. Tra queste, “collaborare e partecipare” rappresenta uno dei pilastri fondanti, perché competenza basata sull’interazione, sulla comprensione dei diversi punti di vista, sulla valorizzazione delle proprie e altrui capacità, sulla gestione dei conflitti, sull’apprendimento comune, sulla realizzazione di progetti condivisi, sul riconoscimento dei diritti di ognuno.

Nella scuola però non si riflette ancora abbastanza sulla comunicazione, non si conosce la differenza tra dibattito e dialogo e nella nostra società questo è un fattore di rischio perché, essendo questa sempre più complessa, occorre interpellare i soggetti che la compongono. Nel dibattito generalmente un oratore propone e gli altri intervengono: il gruppo è organizzato in maniera assembleale e si verificano dinamiche polarizzanti che portano a costruire fazioni. Se il dibattito è polarizzante alla fine non si discute di niente perché il discorso è dominato da persone appassionatamente sicure delle proprie opinioni e chi è insicuro rimane in disparte e in silenzio; si crea una dicotomia tra buono e cattivo, non si fa caso al punto di vista dell’altro ma si concentra l’attenzione sulle sue debolezze, in modo da usarle a suo sfavore; si fa ampio uso di frasi fatte e slogan, di espressioni dualistiche, ammiccanti o minacciose; spesso le domande genuine e non retoriche sono assenti, si assume di conoscere già intenzioni e valori degli avversari e la verifica è considerata uno spreco di tempo. In sostanza, emergono poche nuove informazioni e il discorso si arena nell’inconcludenza e nella ripetitività.

Nel dialogo invece si hanno forme di confronto totalmente diverse, non sempre gentili, ma di certo nella convinzione che i partecipanti siano tutti e tutte persone intelligenti e che le differenze reciproche favoriscano un ascolto non giudicante e attivo: non si assume che ci sia una risposta giusta e unica come nel dibattito, ma si configura una versione multiattiva, che si fonda sull’opinione che ognuno possieda parte della risposta. Si ricerca la condivisione più dell’antagonismo e la conclusione non deve necessariamente coincidere con le idee che già si avevano, ma si ricerca un punto di vista nuovo e diverso in base alle cose imparate. E’ un atteggiamento che potenzia il co-protagonismo.

Ripensiamo alle nostre esperienze di ascolto e non ascolto, che emozioni abbiamo provato? Ogni volta che non abbiamo ascoltato o non veniamo ascoltati immettiamo nella società dinamiche negative. L’ascolto attivo è invece partecipativo, e rende noi stessi esploratori di opinioni e differenze.

Conclusioni

E proprio sulla base degli spunti derivanti anche dai nuovi obiettivi definiti dalle Nazioni Unite nell’Agenda globale 2030, esplorare criticamente gli aspetti a cui viene dato meno risalto, soffermandosi su quelle domande necessarie per poter abitare consapevolmente un mondo profondamente interconnesso, diventa allora imprescindibile per il potenziamento delle comunità molteplici di cui facciamo parte, dimensioni del nostro quotidiano che si aprono e chiudono come una fisarmonica a seconda delle prospettive, definendosi per somiglianza ma spesso semplicemente per differenza, senza mai perdere di vista la dimensione di “processo” in continuo divenire.

Bibliografia

Enciclopedia delle Scienze sociali Treccani

«Immunitas», Mauro Milanaccio, 2010

Commons/Comune. Geografie, luoghi, spazi, città, AA.VV., Società di studi geografici, 2016

Communitas, origine e destino della comunità, Roberto Esposito, Einaudi 2006

La comunità che viene, Giorgio Agamben, Einaudi 1990

L’arte di ascoltare, Marianella Sclavi, Gabriella Giornelli, Feltrinelli 2014

Il welfare di prossimità. Partecipazione attiva, inclusione sociale e comunità. Con DVD, Francesco Messia, Chiara Venturelli, Erickson 2015 

Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Sigmund Freud, Bollati Boringhieri 1975

 

(Scheda realizzata con il contributo di Anna Molinari)

E' vietata la riproduzione - integrale o parziale - dei contenuti di questa scheda su ogni mezzo (cartaceo o digitale) a fini commerciali e/o connessi a attività di lucro. Il testo di questa scheda può essere riprodotto - integralmente o parzialmente mantenendone inalterato il senso - solo ad uso personale, didattico e scientifico e va sempre citato nel modo seguente: Scheda "Comunità" di Unimondo: http://www.unimondo.org/Guide/Politica/Comunita