Saverio Tommasi alle scuole: raccontare storie per restare umani

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Foto: A. Molinari ®

Un lavoro capillare e motivato, che negli ultimi anni Fondazione Fontana ha proposto insieme a molti altri tra cui associazioni, insegnanti, studenti e volontari, impegnandosi sempre in maniera convinta e responsabile. Eppure qualcosa non torna, se gli sforzi per garantire un’offerta formativa extrascolastica integrata e di qualità non sembrano essere riconosciuti: dalla politica, che non comprende l’importanza di sostenere un investimento sull’educazione alla cittadinanza globale, soprattutto sul medio-lungo periodo; e nemmeno dalla scuola, che fa fatica a esplorare tematiche difficili tra le reti della burocrazia e le difficoltà economiche, tematiche che però restano imprescindibili se vogliamo contribuire concretamente alla creazione di una società consapevole, coesa. A partire dagli individui che la costituiscono.

L’incontro proposto al MUSE, Museo delle Scienze di Trento, è stata però una di quelle occasioni dove verrebbe da dire proprio… peccato se non c’eravate, perché vi sarebbe piaciuto. Un momento onesto e autentico di confronto su un tema scomodo, è vero, ma di importanza incontestabile per aspirare a comunità che un giorno possano considerare l’inclusione non più come obiettivo o come metodo, ma che si riconoscano inclusive per loro propria natura.

La rappresentazione delle differenze e delle fragilità è culturale: essa si modifica in funzione dei modelli sociali di riferimento. Prendere coscienza delle nostre e delle altrui vulnerabilità ci permette di porci nei confronti della realtà in un’ottica diversa: siamo tutti particolari, “diversi” rispetto a una normalità data, che può essere completamente e improvvisamente rovesciata. È questione di punti di osservazione, di prospettive… prospettive, una parola ripetuta spesso in questo incontro.

La ricchezza della riflessione della prima formazione dedicata a ragazzi, ragazze e insegnanti, che apre ufficialmente i lavori dell’edizione 2019-2020 della World Social Agenda (progetto di Fondazione Fontana per l’educazione alla cittadinanza globale, dedicato a scuole e cittadinanza), è accompagnata dalla presenza di David Tombolato, mediatore culturale e fisico del MUSE, e Saverio Tommasi, giornalista di Fanpage.it le cui inchieste ci avvicinano, attraverso uno sguardo per niente banale, scontato o pregiudiziale, a tematiche che riguardano un po’ tutte le sfumature della vulnerabilità, da quella di genere a quella lavorativa, da quella fisica o mentale a quelle invisibili, quotidiane, di cui tutti noi siamo portatori. 

Sembra un volo pindarico un po’ ambizioso in effetti, ma in un paio d’ore si passa dall’Affresco del Buongoverno di Lorenzetti alla wedding cake degli SDG con le parole chiave biosfera, società ed economia, dall’allenamento alla parola, alla narrazione della diversità. Per provare ad allargare, appunto, le prospettive, a non pensare che tutti possano fare le stesse cose e che il non poterlo fare sia per necessità uno svantaggio, una mancanza, un fallimento. Non esiste infatti possibilità di sviluppo sostenibile se non si sviluppano le relazioni e l’empatia, il rispetto per le storie e per i percorsi di ognuno, siano essi la schiusa delle uova delle piccole tartarughe o i volti dei partigiani.

Nessuno viaggia con la fragilità in mano”, dice Saverio, la paura è umana, non è sbagliato avere paura ma l’importante è non farla diventare il timone delle nostre azioni; ed è normale che la fragilità non sia esibita, che si scelga cosa raccontare e cosa no, soprattutto nell’era dei social network. Perché sappiamo bene che appena si mostra qualcosa, anche di poco conto, delle fragilità nostre o altrui, il rischio in pole position è quello di essere giudicati. E una scusa per attaccare, chi vuole farlo, la trova. Ecco perché il problema è di proprio chi attacca: è inutile voler trovare qualcosa per diventare inattaccabili, perché attaccabili (dagli imbecilli) lo saremo sempre.

Avere a cuore le fragilità vuol dire allora questo, riconoscerle anche quando non sono evidenti, porsi sempre domande che vadano oltre la prima, e cercare sempre risposte che vadano oltre le più facili: vuol dire darsi e dare agli altri la possibilità di scegliere e di essere, di raccontarsi. C’è sempre spazio per una storia in più e porre le domande giuste alle storie vuol dire riuscire a entrare in profondità e non continuare a navigare in una scenografia uguale per tutti e meno divertente, meno capace di raggiungere in maniera originale la profondità delle varie individualità.

Come si fa? Con esempi anche piccoli, quotidiani, che ti fanno “partire alla pari”, che ti impastano alle storie degli altri cambiando punto di vista: “Com’è andata a scuola?” è una domanda che presuppone risposte povere rispetto a una domanda come “mi racconti la cosa più interessante che hai fatto oggi a scuola?” che apre le porte dell’approfondimento, della particolarità, della valorizzazione del punto di vista personale.

Essendo tutti “tante cose” dobbiamo dare tante possibilità, anche quando le storie sembrano di pochi, perché spesso tra quei pochi ci siamo noi. Ci ritroviamo noi. Tutti abbiamo dei pezzettini dove se veniamo colpiti siamo più deboli ed è più difficile uscirne. Eppure ciò che dà una possibilità, dà anche un pezzo di libertà. Dobbiamo imparare a stare con noi stessi e con gli altri, anche in una condizione di “non ancora” fragili, ma di potenziale fragilità per tutti e tutte, perché siamo inter-dipendenti.

Abitiamo la società della perfezione e di fragilità ne incontriamo molte e in maniera costante: sul lavoro, nelle amicizie, nelle opportunità, nell’alimentazione, negli sport, nelle relazioni di coppia, nelle famiglie, rispetto alla nostra identità sessuale, estetica, culturale, religiosa. Quello che possiamo considerare però è un tentativo di coraggio: non cambiare nome alle nostre vulnerabilità, ma cominciare a non sentirle come un peso, bensì come una risorsa. Le nostre particolarità diventano straordinariamente familiari quando le condividiamo e le accettiamo, e l’incontro è il solo modo che conosciamo, insostituibile, per provarci. Per fare una cosa, in fondo: lavorare insieme per una comunità che tenga memoria, che resti umana.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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