Terrorismo

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"C'è dietro l'idea che la civiltà sia unica, con la 'c' maiuscola, e tutto quello che è diverso da noi, sia alieno e barbarico. Questo ragionamento è antropologicamente inaccettabile; trovo gli stereotipi di questo genere dal punto di vista culturale e politico, molto pericolosi. Nessuno pensa che i terroristi siano delle brave persone, ma sta di fatto che il terrorismo è sempre un fatto politico, viene da una crisi, una mancanza, un fallimento della politica. La civiltà non c'entra". (Fabrizio Tonello, docente all'università di Padova)

 

Introduzione

Il terrorismo è un fenomeno complesso, dalle tante radici e ramificazioni, legate dall’unico minimo comune denominatore dell’uso della violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore in una collettività e a destabilizzarne l’ordine, contando sui danni psicologici inferti. La questione della definizione di terrorismo anima da oltre trenta anni il dibattito tra sedi istituzionali ed è tuttora controversa. Secondo il filosofo, esperto di politica internazionale, Raymond Aron «c'è atto terroristico allorché gli effetti psicologici sono sproporzionati rispetto ai risultati puramente fisici». Sotto questa definizione si assiepano le innumerevoli manifestazioni del terrorismo che spaziano dal "terrorismo rivoluzionario giacobino" del 1792-1794 al "terrorismo nichilista" dei socialisti rivoluzionari russi, dal "terrorismo del radicalismo islamico" a quello “nero” di matrice ideologica di destra e così via.

La difficoltà di una definizione univoca del fenomeno terrorismo è ribadita anche dal professor Ariel Merari, direttore del Political Violence Terrorism Research Unit all'Università di Tel Aviv, che fa un passo ulteriore sottolineando anche l’evoluzione concettuale: «quello di terrorismo è diventato un termine che comporta puro e semplice discredito, piuttosto che un termine che descrive uno specifico tipo di attività. Su un piano generale, la gente lo usa per esprimere la sua disapprovazione”. Da qui secondo lui, la necessità di una valutazione “operativa”: “Mi sembra che il terrorismo vada considerato una modalità di lotta, piuttosto che un'aberrazione sociale o politica, e che si debba affrontare questo fenomeno da un punto di vista tecnico, piuttosto che morale». A connotare il fenomeno e le sue evoluzioni per Merari, sono le specifiche strategie che lo distinguono da altre forme di lotta politica: la propaganda armata, l'intimidazione e la provocazione, la "strategia del caos" e quella del logoramento.

 

Nell’antichità

Contrariamente a quanto potrebbero far pensare i riferimenti sempre più pressanti degli ultimi decenni, il terrorismo non è un fenomeno tipico solo delle democrazie moderne. Le origini sono molto lontane e interessano diversi regimi politici. Prime forme di terrorismo si possono rintracciare nell'antica Grecia (dove a Sparta è documentata l’istituzione della Kripteia, una sorta di polizia segreta che vigilava su Stato e moralità pubblica attraverso il terrore pubblico) o nell'antica Roma (si pensi alla dittatura di Silla o alle ricorrenti congiure di palazzo durante l’impero). In Medio Oriente si ricorda l’antica setta ebraica dei Sicari, ala estrema del movimento religioso-nazionalistico degli Zeloti, mentre Persia e Siria hanno conosciuto la setta dei Nizari, o “degli Assassini”, che concepiva l’omicidio come strumento di lotta politica e le missioni suicide come garanzia di vita eterna. Gérard Chaliand e Arnaud Blin, fra i maggiori esperti internazionali sul tema, individuano azioni di terrorismo anche nelle popolazioni nomadi, in particolare fra gli eserciti dei Mongoli e dei Turchi, pronti a fiaccare la resistenza dei nemici, distruggendone i raccolti o sterminando “preventivamente" altre popolazioni vicine, o terrorizzandole esponendo teste e cadaveri degli sconfitti.

Il termine terrore compare per la prima volta nel Rinascimento: nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio Niccolò Machiavelli, che, ispirandosi ai metodi di governo di Cesare Borgia, sostenne che per mantenere il potere, fosse necessario periodicamente «mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo». È però con la Rivoluzione Francese che il termine “Terrore” entra nell’uso comune, comparendo nel 1794 in un supplemento del dizionario dell'Académie Français, come neologismo per indicare un fenomeno e un periodo storico preciso, quello della Terreur instaurato da François Marie Isidore de Robespierre, come capo del Comitato di Salute Pubblica, dalla primavera del 1793 al 27 luglio del 1794.

 

Il nuovo secolo del terrore

Se i primi movimenti terroristici armati sono figli del XIX secolo, è però nel Novecento che il terrorismo assume caratteristiche peculiari. Come illustrano i curatori del saggio “Storia del terrorismo. Dall'antichità ad Al Qaeda”, gli anni Settanta segnano il passaggio a una dimensione sovranazionale con azioni violente ed eclatanti da parte di gruppi che si considerano rappresentanti di nazioni senza territorio (per esempio, alcuni gruppi estremisti palestinesi) che utilizzano dirottamenti di aerei e navi, a danno principalmente dei cittadini di Stati del “primo mondo”, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle tragedie dei loro popoli.

L'anno della Rivoluzione iraniana e dell'intervento della Russia in Afghanistan, il 1979, si distingue poi per la comparsa dei movimenti islamici radicali sciita (a esempio gli Hezbollah in Libano) e sunniti (Hamas, Al Qaeda e altre sigle), e l'entrata in scena degli Stati Uniti nel finanziamento dei combattenti afghani (Talebani) come risposta all’intervento dell’Unione Sovietica in Vietnam. Come ricorda Luigi Ciotti nel suo saggio "Chi ha paura delle mele marce? Giovani, droghe, emarginazione": “Un ruolo non secondario è stato giocato dalla cosiddetta "guerra fredda" tra il blocco delle nazioni occidentali attorno agli Stati Uniti, e il blocco di nazioni orientali attorno all'Urss (1945-1989). Alcuni paesi, attraverso i loro servizi segreti, hanno stabilito alleanze con gruppi criminali, e hanno favorito il narcotraffico. I guadagni della droga servivano per creare fondi clandestini da utilizzare in operazioni politiche e militari segrete, a vantaggio dell'una o dell'altra superpotenza. I soldi della droga potevano servire all'acquisto di armi alimentando guerriglie in America Latina, colpi di stato in Africa, oppure a finanziare un partito in Europa".

Nella prima metà degli anni Novanta in Afghanistan matura una mutazione significativa: «Da strumento della Guerra fredda utilizzato dagli Stati Uniti con il fine di indebolire l'Unione Sovietica, l'islamismo radicale diventa, in parte come conseguenza della guerra in Iraq del 1991, un orientamento politico-militare dalle molteplici ramificazioni». Questi anni coincidono con l'esplosione della Jihad e la partecipazione delle masse islamiche-radicali alle guerre in Bosnia, Cecenia e nel Kashmir. Il 1993 è poi l'anno del primo attentato al World Trade Center e il monito di Osama bin Laden agli Stati Uniti di abbandonare «il sacro territorio d'Arabia».

L’11 settembre di otto anni dopo, tre aerei di linea vengono dirottati e si schiantano contro il World Trade Center di New York e sul Pentagono di Washington, mentre un quarto aereo precipita nella campagna in Pennsylvania. L’attacco terroristico a firma di Al Qaeda segna la nuova stagione del terrorismo, che scardina la percezione del pericolo in tutti i Paesi occidentali e certifica l’evoluzione del concetto di conflitto. Il terrorismo evolve ad “azione privatizzata”, emancipata dall’esclusivo monopolio degli Stati-canaglia degli anni Settanta e Ottanta, e “globalizzata”, attraverso la costruzione di una rete di cellule, sia nei paesi musulmani sia in Occidente: dal blocco unico della Guerra Fredda si passa a un arcipelago di conflitti minori, di carattere eversivo, sparsi per il mondo.

La risposta a questo attacco è la dichiarazione di “Guerra al terrorismo”, lanciata dal presidente americano George W. Bush: una lotta globale di natura militare, politica, legale e ideologica nei confronti di organizzazioni classificate come terroriste e regimi accusati di collusione, e non solo. Viene istituzionalizzata una nuova dottrina militare, la “guerra preventiva” secondo la quale un intervento armato può essere giustificato anche dalla semplice minaccia che uno stato possa costituire un pericolo per la vita e per gli interessi di un altro stato.

 

Il tragico arcipelago del terrore

Numerose sono le genesi e le tragiche varianti del terrorismo, fenomeno che si plasma e rigenera in funzione delle differenti ideologie, finalità e modalità che lo animano in un letale intreccio tra violenza politica, ideologica e delinquenza comune. Si parla di così di terrorismo “nero”, che si ispira a ideologie di destra, negli anni Sessanta e Settanta e poi negli anni Novanta; organizzazioni terroriste di sinistra, schieratesi dagli anni Settanta in poi contro i cosiddetti “nemici del popolo” o gli “ingranaggi” del sistema di sfruttamento capitalistico.

Di altra genesi è, poi, il terrorismo religioso-fondamentalista che ha vissuto la sua stagione più virulenta negli anni Novanta e Duemila animato da un’interpretazione radicale dell’Islam, ma che allo stesso modo ha conosciuto azioni ispirate a esasperazioni della religione israeliana, cristiana e buddhista.

Si parla, infine, ricca di organizzazioni e di tragedie in ogni parte del mondo è la categoria del terrorismo etnico, compiuto nel nome dell’indipendenza e la difesa di territori e popolazioni. Fra i nuovi volti del terrore si conta anche il neologismo di ecoterrorismo con cui si identificano alcune azioni a sostegno di cause ambientaliste. Affiliazioni che ecologisti, religioni ufficiali e movimenti politici a cui sostengono di ispirarsi i terroristi negano e smentiscono con forza nel nome di valori pacifisti e non violenti.

Infine, dagli strumenti e le tecniche adottate nascono alcuni neologismi del fenomeno: il bioterrorismo, che si avvale dell’uso deliberato di virus, tossine o altri agenti nocivi come strumenti di distruzione di massa, e, infine, il terrorismo nucleare, che ha come arma terroristica scorie e residui radioattivi per la costruzione di dispositivi esplosivi o, ancora, potrebbe prendere di mira impianti nucleari. Dietro alle numerose espressioni del fenomeno, in ogni caso, si riconoscono due soli volti: il terrorismo del militante, che sceglie il terrore come arma estrema dove la politica ha fallito, e il terrorismo dello stratega di Stato, che interviene per salvaguardare o accrescere il potere, personale e dello Stato che rappresenta.

 

Il diritto internazionale

La prima risposta alle azioni terroristiche, che dilagano a cavallo tra il XIX e il XX secolo, si registra nel 1937 con l’adozione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del terrorismo e della Convenzione per la creazione di una Corte penale internazionale. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale congela però sulla carta i due strumenti di Ginevra.

È quindi nel secondo dopoguerra che ci si attrezza a livello internazionale contro le manifestazioni terroristiche, divenute espressione del processo di decolonizzazione e autodeterminazione dei popoli. Ai ricorrenti episodi di sequestri di persone per esercitare pressioni sugli Stati interessati, si risponde attraverso la cooperazione nella prevenzione e nella repressione attraverso una serie di accordi internazionali. Gli Stati si impegnano a: criminalizzare nei loro ordinamenti le tipologie di azioni terroristiche contemplate nei singoli strumenti; riconoscere l’obbligo dello Stato sul cui territorio si trova il sospetto terrorista di estradarlo verso lo Stato richiedente nonostante la natura politica del reato, e la necessaria competenza giurisdizionale in ambito penale; introdurre disposizioni sull’assistenza giudiziaria e la prevenzione del terrorismo. In particolare l’assemblea generale dell’Onu adotta nel dicembre del 1994 la Dichiarazione sulle misure per eliminare il terrorismo internazionale che condanna “come criminali e ingiustificabili tutti gli atti, i metodi e le pratiche di terrorismo, dovunque e da chiunque commessi”. Un altro passo di rilievo arriva con l’adozione della Convenzione di New York del dicembre 1999 per la repressione del finanziamento del terrorismo, applicabile al finanziamento di qualsiasi atto terroristico.

È però solo con l’11 settembre 2011 che si afferma la percezione del terrorismo come minaccia globale. La «guerra globale al terrorismo» proclamata dall’amministrazione Bush e le sue ramificazioni in Afghanistan e Iraq, ufficializzano questa nuova prospettiva. Il clima di sconcerto seguente agli attacchi incenerisce le differenti interpretazioni sulla definizione di atto terroristico (in particolare l’applicazione in alcuni casi di conflitto armato, come le guerre di liberazione nazionale, e le attività svolte dalle forze di Stato), che per un decennio hanno paralizzato il diritto internazionale e il Comitato istituito dall’Assemblea generale nel 1996 per la redazione di una «convenzione globale sul terrorismo internazionale».

A segnare il nuovo passo nel diritto internazionale ed europeo è, in particolare, la risoluzione 1373 del 28 settembre 2001, che ufficializza il nuovo regime emergenziale, poi irrobustito da risoluzioni successive e nuove prassi degli organi sussidiari. Da qui la definizione comune di terrorismo, l’adozione di una serie di misure come il mandato d’arresto europeo, le squadre investigative speciali antiterrorismo e una serie di derive operative da più parti tacciate di non rispettare i diritti umani dei prigionieri accusati di terrorismo e di una generali limitazione delle libertà civili individuali.

 

In Italia

Anche l’Italia ha conosciuto il terrorismo, per lo più di stampo politico. Negli anni Settanta e Ottanta, in particolare lo Stato e convivenza civile sono sotto attacco: "Brigate Rosse" e "Prima linea", da una parte con agguati mortali a magistrati, uomini politici, poliziotti e sindacalisti; "Ordine nuovo" e "Nuclei armati rivoluzionari” dall’altra con le bombe delle stragi che insanguinarono la Penisola.

La strage di Piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969) segna l’inizio della macabra carrellata dello “stragismo” nero, responsabile pure dei tragici episodi di Piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) e del treno Italicus presso San Benedetto in Val di Sambro (4 agosto 1974). Alla “prima guardia” di militanti di destra, segue nella seconda metà degli anni Settanta una nuova generazione di organizzazioni “spontaneiste”, che si nutrono di violenza fine a se stessa e rabbia dei giovani emarginati. Le stragi, tuttavia, non cessano: si contano altre 85 vittime nell’attentato alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980; e 15 vittime nella strage del Natale del 1984. Fanno da contraltare le azioni di lotta armata dei gruppi “rossi” con le sue recrudescenze.

Nonostante l’appello per la fine della lotta firmato nel 1997 da 63 ex militanti di gruppi clandestini di sinistra, alcuni militanti si riorganizzarono dando vita alle ‘nuove Brigate rosse’, responsabili degli omicidi dei consulenti del governo su tematiche del lavoro, Marco D’Antona nel 1999 e Marco Biagi nel 2002.

 

Una spirale senza fine?

Se il nuovo scenario internazionale parla di un terrorismo globalizzato, presente comunque e dovunque, non bisogna dimenticare che il denominatore comune fra questi movimenti è molto generico. Proporzioni, motivazioni e connotazioni di questi gruppi terroristici sono diverse e imparagonabili: il terrorismo ceceno non ha somiglianza con il terrorismo nelle Filippine, né sono paragonabili i gruppi armati che reagiscono all’occupazione militare del governo sudanese con quanti nello stesso continente combattono per la supremazia tribale o il possesso dei bacini diamantiferi, e così via.

Da qui scaturiscono numerosi dubbi sull’efficacia della crociata antiterroristica internazionale di cui si fanno promotori gli Stati Uniti. Ad acuire le perplessità l’obiettivo principale di eliminare il terrorismo, non le cause se non addossandole agli “stati canaglia”. Per non parlare della arbitrarietà di schemi e teorie talvolta incomprensibili anche dal punto di vista della morale corrente, che risparmiano i dittatori amici degli americani o, ancora, istigano alla lotta senza esitazione contro il terrorismo antioccidentale originato dal fondamentalismo islamico, relegando in secondo piano le stragi terroristiche in Algeria, in Africa e in altre parti del mondo.

Anche le tecniche adottate, infine, vengono messe in discussione. Al punto che molti esperti di sicurezza, politici e organizzazioni hanno affermato che la Guerra al Terrorismo è stata controproduttiva. “La risposta dell'amministrazione Bush, cha implica una nuova e tremenda ondata di militarismo, nuovi sistemi di armi e una nuova posizione aggressiva nel mondo, non avrebbero potuto fare di più per aggravare la minaccia di attacchi terroristi se avesse avuto questa intenzione”, critica Rahul Mahajan in "Full Spectrum Dominance: U.S. Power in Iraq and Beyond”. Difficile comprendere perché non si affronti la "necessità della sopravvivenza" attraverso la costruzione di un mondo liberato dagli squilibri tra aree geopolitiche e i dissesti ecologici, ecatombi provocate dalla fame, stragi per malattie, ambiente degradato, come a più riprese è stato predicato da parte di Kofi Annan e dei richiami di varie chiese, in prima fila quella cattolica.

Da qui l’appello mosso quasi immediatamente dai rappresentanti di numerose organizzazioni della società civile, allarmati per il terribile futuro prospettato da una spirale di guerra senza fine, “perché sia sostenuta l'azione delle Nazioni Unite perseguendo con determinazione la strada della legalità, della giustizia penale e della cooperazione internazionale”. "Dallo stesso senso di vulnerabilità di questi giorni può nascere un altro percorso – commenta Marcus Raskin, politologo, docente alla George Washington University. Se il mondo è entrato in casa nostra con gli squarci nelle torri gemelle di New York, possiamo iniziare a vedere i problemi che ci sono nel mondo, possiamo metterci nei panni degli altri, smettere con l'amnesia per le conseguenze delle nostre azioni, pensare a un sistema commerciale più equo, ad uno sviluppo sostenibile, a un disarmo radicale, al divario crescente tra ricchi e poveri del pianeta. Ma per questo occorre un cambiamento profondo del nostro modo di pensare. Dovremmo abbandonare un modo di vivere basato sul principio che noi sappiamo fare meglio di chiunque altro, che dobbiamo essere i primi per forza. Dovremmo smetterla di imporre al resto del mondo le nostre idee e le nostre politiche. Un percorso che si deve fare fuori dalla politica, dalle strategie del governo, ma che deve svilupparsi nella società civile, nelle reti transnazionali, per arrivare in sedi come le Nazioni Unite e da qui fare pressione sulla politica americana".

 

Documenti di interesse

Nazioni Unite e rispetto dei diritti umani nella lotta al terrorismo internazionale

Strategia UE contro il terrorismo

 

Bibliografia

G. Chaliand e A. Blin A. (a cura di), Storia del terrorismo. Dall'antichità ad Al Qaeda, UTET, Torino 2007

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, Mondadori, 2007


A mali estremi. La guerra al terrorismo e la riconfigurazione dell'ordine internazionale, Guerini e Associati, 2004.

Wendy Barnaby, Guerra e terrorismo biologico. Gli arsenali segreti nel mondo, Fazi, 2003

 

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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