Spese militari

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“Un uomo può trovare piacere a marciare al suono si una banda militare. Ma per fare ciò non ha bisogno del cervello, gli basta il midollo spinale”. (Albert Einstein)

 

Introduzione

Con il termine “spese militari” si indicano tutti quei costi che uno Stato sostiene per finanziare il settore bellico, mantenere esercito, marina ed aviazione sempre in efficienza, pagare gli stipendi e le pensioni ai militari e l’impiego di fondi per la ricerca in ambito bellico. Il commercio di armi incide sulle spese militari mondiali per non più del 3-4%. I due istituti che annualmente redigono i migliori rapporti sono il SIPRI (Stockholm International Peace Reasearch Institute) e l’IISS (International Istitute for Strategic Studies).

Quando si analizzano le spese militari bisogna prestare attenzione ai dati “a prezzi correnti”. Per il 2011, infatti, ammontano a 1738 mld di dollari. Se si esaminano a prezzi costanti, dal 2010, la cifra cambia parecchio attestandosi a 1634 mld di dollari (+0.3% rispetto al 2010). La differenza è dovuta alla variazione del valore del dollaro sui mercati internazionali.

Nel 2011 (si veda la Tabella 1) dopo più di un decennio di costanti rialzi, gli stanziamenti alla difesa sono essenzialmente rimasti fermi su base annua. La stagnazione della spesa militare è dovuta ad un insieme di fattori tra cui i principali sono:
- la riduzione, del 1.2%, degli stanziamenti alla difesa USA, la prima dal 1998;
- un moderato incremento in Asia ed Oceania (+2.3%);
- il crollo degli stanziamenti in Europa occidentale e centrale (-1.9%) in gran parte dovuto alle misure di austerità dell’eurozona. Questa contrazione è largamente bilanciata dagli aumenti nell’Europa orientale ( +10.2%);
- un importante incremento in Medio Oriente (+4.6%);
- un moderato decremento in America latina ( -3.3%);
- un aumento marcato in Africa (+8.6%).

È presto per dire se si tratta di un’inversione di tendenza o semplicemente di una riduzione degli stanziamenti dovuti alla crisi economica che sta colpendo il mondo occidentale. Quel che è certo è che i tagli in Europa occidentale continueranno per almeno i prossimi 3 o 4 anni e che gli USA dopo essersi ritirati dall’Iraq completeranno il rientro delle truppe dall’Afghanistan entro il 2014. Questo porterà ad una riduzione del fabbisogno nel settore della difesa statunitense ed alla conseguente stabilizzazione o riduzione degli stanziamenti americani. Bisogna anche segnalare il costante aumento delle spese militari in Asia, Africa e Medio Oriente. In particolare, un conflitto in quest’ultima area potrebbe cambiare drammaticamente lo scenario mondiale e portare ad un altro importante balzo verso l’alto delle spese militari.

 

Tabella 1: Le spese militari nel mondo dal 2002 al 2011

Regione 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 Variazione %
Africa 19.5 19.4 21.8 22.7 23.7 (24.5) (27.9) (28.6) (29.6) (32.2) 65
Nord Africa 6.3 6.5 7.1 7.3 7.3 8 9.4 (10) (10.5) (13.1) 110
Africa sub- sahariana 13.2 12.9 14.8 15.4 16.3 (16.6) (18.5) (18.6) (19.1) (19.1) 44
America 497 552 600 631 644 664 714 768 791 780 57
America centrale 4.9 4.8 4.4 4.7 5.1 5.7 5.8 6.4 6.5 6.7 36
Nord America 448 508 552 579 588 605 650 701 721 713 59
Sud America 44.9 40.1 43.1 47.2 51 53.5 58.6 60.3 63.6 61.1 66
Asia ed Oceania 204 213 224 236 249 267 283 317 322 330 62
Asia Centrale e del Sud 34.5 35.5 40.4 42.8 43.5 44.9 49.3 56.6 57.4 55.9 62
Estremo Oriente 131 137 143 151 62 175 185 208 212 221 69
Oceania 18.1 18.5 19.2 19.8 20.9 22.2 22.9 24.6 24.9 24.6 42
Sud Est asiatico 19.9 22 21.6 22 22.5 25.6 26.2 27.5 27.4 28.2 36
Europa 347 352 354 356 365 373 384 392 375 376 8.3
Europa dell’Est 38.7 41.4 43.3 47.9 53.4 5839 64.9 66.4 65.5 72.1 86
Europa centrale ed occidentale 308 310 311 308 311 314 319 325 310 304 -1.5
Medio Oriente 78 81.5 86.3 94.3 101 107 104 (108) (111) (116) 49
Totale mondiale 1146 1218 1286 1340 1383 1436 1513 1613 1629 1634
                     
Fonte: Background paper on SIPRI military expenditure data (disponibile gratuitamente sul sito internet del SIPRI www.sipri.org, cifre in mld di dollari a prezzi costanti dal 2010. ()= copertura regionale superiore al 90%

 

Spese militari in Nord America

Quando si analizzano le spese militari in questa regione si studiano quasi esclusivamente gli stanziamenti alla difesa statunitensi che da soli rappresentano il 41% del totale mondiale. I recenti tagli nel settore alla difesa sono principalmente dovuti alla misure adottate dal congresso per la riduzione del deficit statale. Il dipartimento alla difesa è stato costretto ad emanare una serie di direttive in cui ritardava o cancellava alcuni importanti piani di fornitura di sistemi d’arma.

Se si analizzano le richieste per l’assegnazione di fondi per il triennio 2011 – 2013 si può apprezzare un drastico calo di finanziamenti. Due sono le condizioni principali:
- il ritiro delle truppe dall’Iraq ed il rientro di quelle dispiegate in Afghanistan porterà ad una riduzione delle richieste di spesa addizionale per le missioni d’oltremare. Questo scenario è abbastanza probabile a patto che il ritiro sia completato nei tempi stabiliti e che le truppe USA non siano impegnate in altri conflitti importanti;
- la legge sul controllo del budget, approvata dal congresso nel 2012, colpisce gli stanziamenti alla difesa. Questa norma prevede la riduzione di 487 mld di dollari al dipartimento della difesa nel decennio 2012 – 2021. Se però verranno confermati i vari piani che apportano fondi per la prosecuzioni di determinati programmi, l’effetto dei tagli sarà quasi nullo.

Dopo aver letto le cifre, molti membri del congresso statunitense si stanno interessando per ridurre l’impatto dei tagli agitando lo spettro della riduzione della sicurezza per il Paese.

 

Europa

Le misure di austerità adottate nell’eurozona hanno come obiettivo rimettere in sesto i conti dello Stato e ridurne l’indebitamento. I tagli al settore della difesa sono parte di queste misure. Il continente Europeo, però, si trova spaccato esattamente a metà. I Paesi dell’Europa occidentale hanno ridotto o stanno riducendo i propri stanziamenti alla difesa, per rispondere in qualche modo alla crisi economica. Nell’Europa occidentale i Paesi che hanno maggiormente diminuito le spese militari sono la Grecia (- 26% rispetto al 2008), la Spagna (- 18%), l'Italia (- 16%), l'Irlanda (- 11%) e il Belgio (- 12%).

I tre top spenders regionali Regno Unito, Francia e Germania hanno effettuato dei tagli modesti e sempre inferiori al 5%. Per i prossimi anni Germania e Regno Unito hanno approvato dei piani per ridurre i propri stanziamenti alla difesa del 4 e 7.5%; la Francia è l’unico Paese che sembra voler mantenere costante il suo livello di spesa.

I Paesi dell’Europa orientale, sfruttando il periodo di crescita economica, hanno aumentato gli stanziamenti al settore della difesa mantenendo inalterato il loro impatto sul PIL. La Polonia ha incrementato le proprie spese militari con l’obiettivo di divenire uno dei Paesi maggiormente attivi in ambito NATO e per aumentare il numero della truppe dispiegabili in teatri operativi. La Norvegia, nonostante la riduzione del prezzo del greggio sui mercati internazionali, ha continuato ad aumentare gli stanziamenti alla difesa. Nel 2011, l’Azerbaijan ha fatto segnare il più elevato aumento mondiale di spese militari su base annua (+ 89%); su di esso hanno pesato i timori di una possibile guerra con l’Armenia per il controllo della regione Ngorno-Karabakh.

La Russia, nonostante la forte crisi del 2009, ha aumentato le proprie spese militari del 16% dal 2008 e del 9.3% rispetto al 2010. Ad oggi è il terzo Paese al mondo per spese militari ed ha superato Francia e Regno Unito. I piani russi per il futuro prevedono una spesa di 749 mld di dollari, tra il 2011 ed il 2020, in equipaggiamento, ricerca e sviluppo e supporto all’industria bellica nazionale. I piani prevedono un rimpiazzo del 70% dell’attuale parco armamenti, in gran parte risalente all’era sovietica, e si stima che nel 2020 le forze armate russe saranno dotate di sistemi d’arma moderni ed efficienti. Molti analisti a livello mondiale ritengono abbastanza improbabile che l’industria bellica russa sia in grado di sviluppare la tecnologia necessaria per cui saranno costretti ad acquisirla all'estero.

 

Asia ed Oceania

La spesa militare in Asia ed Oceania è cresciuta del 2.3% su base annua, segnando l’incremento più basso degli ultimi anni. La Cina fa registrare la crescita più importante (+6.7% su base annua) che tradotta in termini monetari significa una aumento di 8 mld di dollari. Nel resto della regione si assiste ad un lieve decremento degli stanziamenti – 0.4%. Vi sono Paesi che hanno aumentato le proprie spese militari, altri che le hanno lasciate costanti ed altri ancora che le hanno di poco ridotte.

Dal 2002, la Cina ha aumentato del 170% i propri stanziamenti alla difesa, se invece si analizza il periodo 1995 – 2011 essi sono cresciuti del 500%. Nel 2011, la spesa militare cinese dovrebbe attestarsi intorno ai 143 mld di dollari, la seconda spesa più grande nel mondo. Negli anni, l’incidenza sul PIL delle spese militari cinesi è rimasta costante ed è di circa il 2%. Gli incrementi degli ultimi anni sono serviti ad aumentare i salari e ad avviare estesi programmi per la modernizzazione dell’equipaggiamento militare. La tecnologia cinese nonostante importanti passi avanti rimane una o due generazioni indietro rispetto a quella statunitense.

L’imponente crescita cinese ed il suo affermarsi a livello mondiale come grande potenza ha portato all'innalzamento della tensione nella regione. Seppur su scala più ridotta rispetto agli USA, anche la Cina è riuscita a generare il c.d. fenomeno del trascinamento. In pratica aumentando i suoi stanziamenti alla difesa in modo rapido e sostenuto ha spinto i Paesi con essa confinanti ad aumentarle a loro volta. La sfida che si sta giocando ora non è tanto sulla potenza militare ma sulla capacità di reggere allungo elevati livelli di spesa per il settore della difesa. Le principali dispute riguardano i confini con India e Giappone e sulla definizione dei limiti marittimi nel mar cinese meridionale.

Altri due Paesi che negli ultimi anni hanno fatto segnare dei buoni trend di crescita sono India e Vietnam. L’India, dal 2002 ad oggi, ha aumento i propri stanziamenti alla difesa del 66%. Il governo di Nuova Dehli ha sempre giustificato l’incremento delle sue spese militari a causa dello storico conflitto con il Pakistan per il controllo del Kashmir. Negli ultimi anni,Cina ed India si confrontano per assumere il controllo della regione e definire i confini tra i due Paesi. Il Vietnam, dal 2003 ad oggi, ha aumentato le proprie spese militari del 82%. La maggior parte dei fondi è stata impiegata per acquisire nuove navi e rispondere, almeno in parte, alla minaccia della proiezione di potenza cinese nel mar cinese meridionale.

Taiwan al contrario, nell’ultimo decennio, ha aumento i propri stanziamenti alla difesa in modo moderato (+ 13%). Questo lieve crescita è da relazionarsi con la ri elezione del Presidente Ma che ha tra i suoi obiettivi la normalizzazione delle relazioni con la Cina. Le Filippine, che negli ultimi anni hanno avuto delle importati dispute con la Cina per i confini marittimi, hanno incrementato le spese militari del 7.4% nell’ultimo decennio. Pochi, però, sono i fondi assegnati per le acquisizioni.

Tra i Paesi che non hanno contenziosi con la Cina, l’Indonesia è quella che maggiormente ha aumentato i fondi per la difesa (+82% nell’ultimo decennio). Incrementi volti a migliorare la presenza delle truppe nel vasto arcipelago indonesiano e a riaffermare il controllo dei militari continuano ad avere sul mondo politico.

 

America Latina

Nel 2011, gli stanziamenti alla difesa nella regione si sono contratti del 3.3%; il dato è reso ancora più negativo se comparato con la crescita del 5.1% fatta registrare nel 2010. La contrazione è in gran parte dovuta alla riduzione dei fondi stanziati dal Brasile che si sono ridotti del 25%. Il taglio è stato deciso per ridurre il tasso di inflazione e adeguare le spese militari al tasso di crescita nazionale. Nella regione, però, sono presenti numerosi Paesi che hanno incrementato le proprie spese militari. In particolare, il Messico ha fatto crescere gli stanziamenti alla difesa del 5.7% nel 2011, nell’ultimo decennio essi sono aumentati del 52%. Una crescita tanto sostenuta è dovuta alla dichiarazione di guerra ai cartelli della droga che di fatto controllano varie aree del Paese.

Fuori dal coro sono tre paesi dell’America centrale: Costa Rica, Panama ed Haiti. Essi hanno abolito, o stanno abolendo, i propri eserciti che, peraltro, si rivoltavano contro le popolazioni stesse risparmiando notevoli risorse economiche a favore dello sviluppo umano. Godono però di una protezione USA alquanto discussa.

 

Medio Oriente

I dati su questa regione sono abbastanza incerti perché mancano informazioni sull’Iran, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e lo Yemen. Inoltre, è difficile e prematuro comprendere l’impatto della primavera araba sul settore della difesa. Lo Stato che ha aumentato in modo considerevole gli stanziamenti è stato l’Iraq (+55%). Negli ultimi anni, questo Paese ha dimostrato una scarsa capacità di spesa ed è probabile che la spesa militare effettiva risulti parecchio inferiore rispetto ai fondi stanziati. Gli altri Paesi che hanno aumentato i fondi sono Bahrain (+14%), Kuwait (9.8%), Israele (6.8%) e la Siria (6.1%). In controtendenza l’Oman che li ha ridotti del 17%.

 

Africa

Se si escludono le spese militari algerine cresciute in un solo anno del 44%, gli stanziamenti alla difesa nella regione risultano costanti. Algeri, a metà luglio 2011, ha approvato un nuovo stanziamento per incrementare il budget iniziale alla difesa. Tale misura si è resa necessaria per i timori che il conflitto libico potesse espandersi oltre le frontiere e contagiare anche l’Algeria. Inoltre, il Paese ha avviato alcuni programmi di ri-equipaggiamento delle forze armate che lo hanno portato ad essere il settimo importatore di grandi sistemi d’arma nel periodo 2007 – 2011.

Anche la Nigeria ha incrementato gli stanziamenti alla difesa principalmente per combattere i ribelli presenti nel Delta del Niger ed il gruppo islamista terrorista Boko Haram. La principale fonte di finanziamento per il settore della difesa, anche in questo caso, è la vendita di petrolio. La regione africana risente della mancanza di dati sulla Libia, il Sudan e l’Eritrea.

 

Gli accordi europei riguardanti il settore della difesa

In ambito comunitario varie sono le iniziative che cercano di convergere le istanze degli Stati dell’Unione. I principali produttori di armi europee assumono posizioni molto diverse per quanto riguarda le implicazioni dello Stato nel settore della difesa; l’importanza della nazionalità dell’industria bellica ed, infine, la gestione dell’innovazione tecnologica del settore.

Alcuni Paesi preferiscono che lo Stato mantenga un controllo sul settore (in particolare Francia ed Italia) mentre altri preferiscono liberalizzare il mercato riducendo lo Stato al ruolo di cliente (posizione assunta in particolare dalla Gran Bretagna).

Nel 1998, i ministri della difesa dei 6 principali produttori di armi europei (Francia, Germania, Italia, Regno Unito, Spagna e Svezia) firmano, a Londra, una lettera di intenti (LOI Letter of Intent) che elenca gli obiettivi per incoraggiare le ristrutturazioni transnazionali dell’industria europea della difesa.

Nel 2000, a Farnborough, i ministri della difesa che hanno firmato la LOI approvano l’accordo quadro “Framework agreement concerning measure to facilitate the restructuring and operation of the European defence industry”. Questo accordo fornisce un quadro politico e giuridico comune e vincolante per creare un ambiente favorevole alla nascita di un’industria europea più competitiva nel mercato mondiale della difesa.

 

Il trattato di Lisbona e la CSP

La commissione introduce nel trattato di Nizza e successivamente nel trattato di Lisbona delle disposizioni in materia di sicurezza e difesa comune (la c.d. PESC Politica Europea di Sicurezza Comune). Nell’art. 28A al comma 6 si legge: “Gli Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari e che hanno sottoscritto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative instaurano una Cooperazione Strutturata Permanente (CSP) nell’ambito dell’Unione”. Il concetto di CSP è del tutto nuovo. A prima vista si potrebbe pensare che esso rappresenta per la PESD (Politica Europea di Sicurezza e Difesa) ciò che le CR (Cooperazioni Rafforzate) rappresentano per tutte le altre materie di non esclusiva competenza della commissione. La CSP risulta sempre al singolare e mira a creare un gruppo unico, stabile, pronto ad assumersi la responsabilità di missioni che non sono anticipatamente definite e dispone di un implicito potere di cooptazione di nuovi aderenti.

La procedura decisionale nella CSP, descritta dall’art. 28 E, è molto più snella di quella prevista per le CR e non esiste alcun controllo parlamentare nello svolgimento delle sue azioni. Tutte le decisioni relative alla progressiva definizione della politica di difesa comune dell’UE rischiano di essere prese da pochi grandi Paesi facenti parte della CSP. Molti obiettano che nulla vieta ai piccoli Paesi di entrare a far parte della CSP. Queste obiezioni sono facili da respingere leggendo i requisiti minimi richiesti ad ogni Paese per entrare a farne parte.

Il protocollo sulla CSP (allegato al trattato di Lisbona) pone precisi paletti, se un Paese vuole farne parte deve:
- impegnarsi a potenziare le sue capacità di difesa attraverso lo sviluppo dei suoi contributi nazionali e la partecipazione a forze multinazionali, ai principali programmi europei di equipaggiamento ed alle attività dell’Agenzia europea per la difesa;
- essere in grado di fornire, al più tardi nel 2010, a titolo nazionale o come componente di gruppi di forze multinazionali, unità di combattimento mirate alle missioni previste;
- cooperare al fine di conseguire obiettivi concordati riguardanti il livello delle spese per gli investimenti in materia di equipaggiamenti per la difesa;
- omogeneizzare gli strumenti di difesa, in particolare armonizzando l’identificazione dei bisogni militari con quegli degli altri Paesi;
- prendere misure concrete per rafforzare la disponibilità, l’interoperabilità, la flessibilità e la schierabilità delle forze, in particolare identificando obiettivi comuni in materia di proiezione delle forze, anche eventualmente riesaminando le loro procedure decisionali nazionali;
- colmare le lacune constatate nel quadro del «meccanismo di sviluppo delle capacità»;
- partecipare allo sviluppo di programmi comuni o europei di equipaggiamenti di vasta portata nel quadro dell’Agenzia europea per la difesa.

 

L’agenzia Europea per la Difesa

Nel giugno del 2003, il Consiglio Europeo di Salonicco decide di istituire una agenzia intergovernativa nel settore della difesa. Tale agenzia viene costituita il 12/07/2004 e prende il nome di Agenzia Europea per la difesa. Il 30/07/2004 l’inglese Nick Witney ed il tedesco Hilmar Linnekamp sono nominati rispettivamente direttore e vicepresidente del consiglio di amministrazione. L’EDA ha quattro compiti principali assegnategli dall’azione comune del 12/07/2004:
- sviluppare le capacità di difesa nel settore della gestione delle crisi;
- promuovere e rafforzare la cooperazione europea nel settore degli armamenti;
- contribuire a rafforzare l’EDTIB (European Technological and Industrial Base) e creare un mercato dei materiali di difesa competitivo sul piano internazionale;
- potenziare l’efficacia della ricerca e della tecnologia europea nel settore della difesa.

Essa diviene un gendarme incaricato di sorvegliare che gli Stati membri, partecipanti alla CSP, rispettino i loro impegni. L’EDA e la CSP divengono degli strumenti molto utili alla lobby dell’industria bellica, la quale può condurre la sua azione in modo più incisivo ed aggressivo. Non è un caso se tre tra i principali produttori di armi europei (Thales, EADS e BAE Systems) hanno affittato una intera pagina del principale quotidiano tedesco nella quale chiedono che l’EDA sia dotata “dell’autorità e delle risorse necessarie per svolgere i suoi compiti”; danno anche una stoccata ai governi che, secondo loro, non stanziano fondi sufficienti per la difesa.

L’EDA individua le problematiche chiave del settore europeo della difesa e fornisce le sue soluzioni. Nello specifico sostiene che:
- l’offerta del mercato europeo della difesa è troppo frammentata, il consolidamento industriale e le fusioni sono necessarie in tutti i settori;
- anche la domanda si presenta troppo frammentata ed i fabbisogni militari nazionali devono essere armonizzati;
- la scelta statunitense di concentrare le spese militari nelle commesse e più in particolare nella ricerca e sviluppo è auspicabile e deve essere emulata anche dall’Europa.

Come azioni per il breve periodo l’EDA suggerisce un maggior consolidamento dell’industria bellica, la suddivisione del lavoro e l’interdipendenza su base europea; la creazione di centri di eccellenza, maggior integrazione con la base industriale civile e la riduzione della dipendenza da risorse non europee.

La visione di lungo periodo dell’EDA è piuttosto confusa ed in certi punti contraddittoria. Se l’EDTIB deve restare competitivo a livello mondiale, cioè essere in grado di esportare armi, bisogna ridurre il gap tra le spese militari statunitensi e quelle europee. Tutto questo senza analizzare i disastrosi impatti che l’economia di guerra permanente a stelle e strisce sta avendo sull’economia di quel Paese. L’agenzia è convinta che le imprese belliche europee stiano diventando sempre più “normali”, man mano che diminuisce il controllo statale. Questo fenomeno potrebbe trasformare le società europee in produttori di nicchia che lavorano sempre più per case madri statunitensi. Per evitare tutto questo gli Stati devono aumentare le loro spese in ricerca e sviluppo e dotarsi di una solida strategia industriale.

Una raccomandazione particolarmente discutibile è il consiglio di de-localizzare la produzione bellica nei Paesi dell’Europa orientale. In questi Stati il costo della mano d’opera è inferiore e gli Stati occidentali potrebbero spendere di più ed avere maggiori risultati. La lobby industriale fa sentire forte la sua voce in questa agenzia, il ragionamento è del tutto economico ed è solo un assaggio di quello che accadrà quando il controllo dell’industria bellica diverrà totalmente privato.

In ultimo per far sopravvivere l’EDTIB, non come somma delle singole “componenti nazionali” ma come “entità europea”, bisogna aumentare le fusioni tra industrie belliche e ridurre la partecipazione statale. Questo punto è molto controverso perché molti Paesi europei (in testa Francia ed Italia) vogliono mantenere un ruolo strategico in questo settore. Nel mercato del Regno Unito, ritenuto il più liberale d’Europa, alcune attività continuano ad essere considerate di esclusiva competenza del governo inglese e non soggette a privatizzazione. Un’ulteriore punto proposto dall’EDA ma bocciato sia dai governi sia dalla realtà. L’agenzia dovrebbe anche chiarire perché l’UE dovrebbe seguire gli USA nella militarizzazione della loro economia? Perché un aumento delle spese militari dovrebbe favorire un aumento delle esportazioni? Perché i principali Paesi europei per spese militari dovrebbero continuare ad aumentare gli stanziamenti e de localizzare la produzione? Tutte domande a cui l’EDA non vuole dar risposte. La lobby militare è, però, diventata molto forte e nel 2009 è riuscita a far eleggere Catherine Ashton, già direttrice dell’EDA, ministro degli esteri dell’Unione Europea.

 

La spesa militare italiana

Lo stanziamento complessivo, ascritto per il 2012, al Ministero della Difesa è pari a 21.342 mln di €, in aumento di 785,2 mln di €, pari allo 3,82% del totale, rispetto al 2011. Esso si compone di più voci:
- Funzione difesa, che riguarda le componenti terrestri, aeree e navali delle forze armate, ed ammonta a 14,993,2 mln di €, segnando un aumento di 632,9 mln di € pari al 4,41% del totale rispetto al 2011;
- Funzione sicurezza del territorio, che riguarda l’arma dei carabinieri per le attività che ricadono all’interno delle competenze del dicastero della Difesa, che ammonta a 5.892,9 mln di €, con un aumento di 123,1 mln di € pari al 2,13% in più rispetto al 2011;
- Funzioni esterne, cioè quelle attività non direttamente collegate con i compiti istituzionali di difesa come l’approvvigionamento idrico per le isole minori o voli di Stato, ammonta a 99,9 mln di €, segnando una contrazione di 0,7 mln di €, pari al – 0,72%, rispetto al 2011;
- Trattamento di ausiliaria, cioè il trattamento di quiescenza del personale che ha cessato il servizio permanente ed è collocato in ausiliaria, prima che il relativo onore sia assunto dagli organi previdenziali, è pari ha 355,9 mln di €, e segna un aumento di 29,8 mln di € pari ad incremento dello 9,15% rispetto al 2011.

La funzione difesa si suddivide in tre voci: personale, esercizio ed investimento; la ripartizione ottimale dei fondi si ha nel momento in cui essi risultino assegnati per il 50% al personale e per il restante 50% all’esercizio ed investimento.

Nella tabella sottostante sono riportate le varie voci che compongono la funzione difesa e gli importi relativi al 2011 ed al 2012.

Settori Esercizio finanziario 2011 Esercizio finanziario 2012 Variazione monetaria Variazione %
Personale 9.462,3 9.555,7 + 93,4 0,99
Esercizio 1.444,2 1.512,4 +68,1 4,72
Investimento 3.453,7 3.925,1 + 471,4 13,65
Totale 14.360,2 14.993,2 + 632,9 4,4
Dati ottenuti dalla Nota integrativa al disegno di legge di Bilancio del Ministero della Difesa per l’anno 2012. Le cifre sono in mln di €. Questi dati non tengono in considerazione gli effetti dei decreti-legge n. 98/2011 e n.138/2011

Come si nota dalla tabella le spese militari italiane sono in gran parte assorbite dai costi per il personale.

Esercizio. Con tale termine si indicano tutti i costi sostenuti per il funzionamento delle forze armate,incluse le spese per l’addestramento, per la manutenzione dei mezzi e dei materiali, per le infrastrutture, il casermaggio ed altre spese minori. La partecipazione alle missioni internazionali ha notevolmente incrementato l’usura dei mezzi che richiedono manutenzioni sempre più particolareggiate ed approfondite, ma la maggior parte delle volte non possono essere effettuate, per mancanza fondi. Nei rapporti degli anni passati, lo Stato maggiore evidenzia come i tagli costanti apportati a tale voce mettano a repentaglio il corretto funzionamento dei mezzi e l’addestramento del personale da inviare in missioni di pace. La componente politica, come evidenziano i tagli, ha preferito non ascoltare tali preoccupanti voci, privilegiando la via dell’acquisizione di nuovo armamento anziché quella della manutenzione. Per la prima volta da parecchi anni questa voce ha ottenuto un aumento dei fondi, certo i tagli lineari degli anni passati avevano ridotto la manutenzione dei mezzi all’osso ed il lieve incremento fatto registrare non basta a colmare le deficienze accumulatesi in anni di sottofinanziamento. Dopo tutto bisogna ricordare che nella nota aggiuntiva alla difesa per il 2011, in riferimento ai tagli, leggiamo: “[…]va evidenziato che le organizzazioni quali la NATO e l’Unione Europea fissano precisi standard qualitativi, addestrativi e di efficienza da conseguire e mantenere per i reparti e le unità specificamente richieste o che ciascuna nazione partecipante, sulla base di intese ed accordi periodici, rende disponibili. Il mantenimento di questi standard internazionalmente riconosciuti è conseguito con attività specificatamente definite e finalizzate a garantire la piena integrazione e l’immediata interoperabilità dei reparti nei dispositivi multinazionali, attività queste che devono essere preparate e sostenute nel tempo. Stante il livello di risorse previsto per il triennio 2011-2013, in assenza di specifici interventi, la prontezza operativa dello Strumento militare rimarrà al livello minimo necessario per far fronte agli impegni internazionali, con il rischio di veder aumentare le criticità che la caratterizzano.”

L’investimento, con questa voce si coprono le spese per l’acquisizione dei sistemi d’arma. Negli ultimi anni il nostro Paese ha sottoscritto una serie di programmi di acquisizioni di dubbio valore strategico. Un esempio su tutti è il programma F – 35 JSF, che sta subendo numerose critiche anche dal Pentagono. Il programma ha un costo finale ancora indefinito, che dovrebbe ammontare a 10 mld di € a cui vanno aggiunti:

  1. 795,6 mln di euro per la costruzione del Centro FACO a Cameri (Novara);
  2. 1.028 mln di dollari per la fase di sviluppo;
  3. 900 mln di euro per la fase di preindustrializzazione.

Non si calcola il costo della manutenzione. Oltre ai costi proibitivi non si comprende il senso di avere 90 caccia bombardieri, con capacità di trasportare armi nucleari e studiati per ottenere la superiorità aerea in uno scenario bellico. Il nostro Paese è impegnato, da anni, in missioni di Peacekeeping in cui un mezzo come questo non ha senso operativo. L’attuale Ministro della Difesa ha dato l’impressione di voler ritardare i pagamenti, facendo slittare le consegne, anziché cancellare il programma.

Per quanto riguarda i caccia interdittori noi già lì possediamo e si tratta degli EFA; aerei che hanno avuto un costo enorme e che al momento risultano fermi negli hangar a causa dei pochi fondi disponibili.

Per il 2012 il dicastero dell’economia e finanza stanzierà 1.400 mln di € per la prosecuzione delle missioni di pace internazionali mentre 143,1 mln di € si trovano nel fondo per le spese di organizzazione e finanziamento dei servizi di sicurezza. Tale cifra include le spese riservate.

Il Ministero dello Sviluppo Economico destinerà 1.538,6 milioni di € ad interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro ad interventi per lo sviluppo e l’acquisizione delle unità navali della classe FREMM.

Fatte le dovute somme il settore della difesa gode di stanziamenti pari a €.24.888,4 milioni.

 

L’economia di guerra permanente USA

Donald Rumsfled (Segretario alla Difesa dell’ex amministrazione Bush), durante una riunione tenuta al Pentagono nel 2001, affermò: “Non possiamo rintracciare 2.300 mld di dollari in transazioni”. Se fossimo in un qualsiasi altro settore economico i responsabili verrebbero immediatamente licenziati; ma si sa il mondo delle armi segue delle logiche tutte sue. Lo smarrimento di una tale cifra è sintomo o di una incompetenza totale o di una falsificazione deliberata. I manager del Pentagono considerano l’incapacità di far corrispondere i pagamenti effettuati a beni e servizi ricevuto come uno spiacevole dettaglio. Il tutto mentre, Rumsfeld dice che le spese del Pentagono fanno bene all’economia USA e le infrastrutture civili marciscono.

Gli USA, usciti “vincitori” dalla guerra fredda, pagano quel successo con una economia permeata da un sistema militare – industriale che toglie ad essa forze vitali. Negli Stati Uniti la Società Americana di Ingegneri Civili (American Society of Civil Enginner, ASCE) annualmente presenta un rapporto sullo stato delle infrastrutture (strade, ponti, percorsi fluviali navigabili, trasporto pubblico ed aereo ecc.) e sul costo che bisogna sostenere per rimetterle in piena efficienza. Ironia della sorte la cifra delle riparazioni ammonta proprio a 2.300 mld di dollari.

Dal 1990 al 2000 il dipartimento per la difesa ha speso 2.956 miliardi di dollari. Questa cifra da una idea di cosa comporta mantenere un sistema industriale come quello USA; sistema caratterizzato da sprechi, favoritismi e corruzione. Il tutto accade mentre negli Usa vi sono, 35 milioni di poveri, 10 milioni di affamati, 3 milioni di senza tetto, 40 milioni senza assicurazione medica che, per fortuna, dovrebbe arrivare presto grazie all’Obamacare, 2 milioni di abitazioni con problemi statici ed infrastrutture vetuste. Questa eredità viene dall’anno 2003 quando gli USA tagliarono i finanziamenti per la spesa sociale ma aumentarono di 70 miliardi di dollari gli stanziamenti alla difesa per le guerre in Afghanistan ed Iraq.

La capacità industriale statunitense, confrontata con quella di Germania e Giappone, appare infatti in costante declino. Paesi come Germania e Giappone hanno preferito investire le loro risorse in maniera preponderante nella ricerca e sviluppo di tecnologia civile; questo ha permesso loro di rispondere meglio alla presente recessione. Quando, nel 2008-9, la crisi finanziaria investì l’economia reale l’amministrazione Obama si trovò il problema di aiutare un’industria civile che già prima della crisi era in agonia. Gli 800 mln di dollari del piano Obama non ottennero l’effetto sperato perché fu di gran lunga insufficiente per recuperare il settore civile dell’industria USA.

 

Spese militari vs Cooperazione internazionale allo sviluppo

Le principali potenze economiche investono parecchi dei loro fondi per dotarsi di armamenti, favorire questa o quella fusione tra industrie belliche. Non riescono, però, ad ottenere alcun risultato utile nel campo della cooperazione internazionale. Alcuni Stati si impegnano fortemente in quest’ambito ma, sfortunatamente, si tratta dei soliti 4 – 5 Paesi del Nord Europa. Questi ultimi non hanno certo le medesime risorse economiche degli USA o della Gran Bretagna e i loro interventi appaiono come gocce in un oceano.

Dal 1950 al 1980 si sono coniati vari paradigmi di sviluppo. Negli anni ‘50 e ‘60 si afferma la teoria della così detta “massa critica”. Sostanzialmente si pensa che raggiunta una determinata massa di capitale umano e finanziario lo sviluppo si avvia autonomamente e si autoalimenti.

Gli anni ‘70 sono caratterizzati da varie politiche di sviluppo. Si passa da idee liberali ad altre di sostituzione delle importazioni. I PVS (Paesi in Via di Sviluppo) trovano i fondi per perseguire le loro politiche di sviluppo ricorrendo ai prestiti ottenuti dalle banche. All’indomani della crisi energetica del ‘73, i tassi di interesse dei mercati finanziari si abbassano sensibilmente; questo permette a molti PVS di ottenere prestiti con tassi di interesse vantaggiosi. FMI (Fondo Monetario Internazionale) e BM (Banca Mondiale) dal canto loro incoraggiano questa condotta finanziaria.. I PVS usano molti dei prestiti ottenuti non per effettuare degli investimenti, ma per finanziare la spesa corrente. Alle soglie degli anni ‘80 i mercati finanziari superano le difficoltà ed i tassi di interesse aumentano molto velocemente.

Il debito estero dei PVS passa dai 100 mld di dollari degli ani ‘70, agli 840 mld di dollari degli anni ‘80 per arrivare ai 1.350 mld del 1990.

L’APS nel contempo non riesce a colmare il vuoto lasciato dalla mancanza degli investimenti privati. Esso passa da un’incidenza sul PIL pari allo 0,34% del 1970, allo 0,35% degli anni ‘80, per giungere allo 0,33% degli anni ‘90. Negli anni ‘80, in ambito OCSE, i Paesi che maggiormente aumentano il loro APS, sono l’Italia (+ 146%) ed il Giappone (+ 67%), che diventano rispettivamente il secondo e quinto donatore tra i Paesi OCSE.

 

L’Italia e gli aiuti ufficiali alla cooperazione allo sviluppo

L’Italia vive negli anni ‘80 la fallimentare esperienza del FAI (Fondo Aiuti Italiano) istituito con la l. 73/85. In 18 mesi il senatore Forte (PSI) deve spendere 1.900 mld di lire. Ultimati gli accordi con le principali agenzie dell’ONU che si occupano di cooperazione internazionale, si stipulano accordi con le ditte italiane per la costruzione di infrastrutture nei PVS. Una fetta molto larga dei programmi e dei fondi è andata a pochi Paesi probabilmente scelti come “zona d’influenza politica” italiana. V’è compreso tutto il Corno D’Africa (Somalia, Etiopia, Sudan, Gibuti e Kenia) ed anche il Mozambico. Si seguono gli interessi strategici della politica estera italiana. Così si hanno interventi a pioggia (ossia diffusi), all’incirca rispondenti al dettato della legge 73 e interventi “pesanti” nelle zone di interesse geopolitico. Da notare che tra i Paesi maggiormente oggetto dell’aiuto italiano vi sono Stati e governi sull’orlo del collasso (si pensi alla Somalia).

Tra i progetti più fallimentari vanno menzionati: la costruzione di una strada completamente asfaltata nel sud della Somalia, servita alle truppe di Siad Barre per stroncare la rivolta nel sud del Paese. L’installazione di Silos, per lo stoccaggio del grano ed altre granaglie, non dotati né di un basamento in cemento né di una tettoia. Questi silos affondarono nelle sabbie del deserto somalo e sudanese. Ma l’intervento più catastrofico si ha nel Tana-Beles in Etiopia ove il Governo italiano si sarebbe reso corresponsabile all’interno di un conflitto. La Società Italiana di Monitoraggio (SIM) scrive: “attuato senza una progettazione generale, senza individuare gli obiettivi da perseguire, senza specificare i risultati da conseguire e i mezzi da apprestare. Attualmente [inizio anni ‘90] buona parte delle popolazioni è rientrata nelle zone di origine. Le imprese italiane hanno gonfiato a dismisura le spese per la realizzazione di questi progetti; a metà anni ‘90 la maggioranza di queste infrastrutture versa in uno stato di abbandono totale”. Non è un caso se l’esperienza del FAI è descritta come “i 18 mesi che sconvolsero la cooperazione italiana”.

 

Bibliografia

SIPRI Yearbook 2010 Armaments, Disarmament and International Security, Oxford University Press, Stoccolma 2010.

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AA.VV., Codice breve dell‟Unione Europea, edizioni giuridiche Simone, Napoli 2005

Seymour Melman, Guerra Spa: l’economia militare e il declino degli Stati Uniti, Città Aperta Edizioni2006

Aventino Frau, Il diritto della cooperazione internazionale allo sviluppo, edizioni Cedam, Padova 2005.

Sbilanciamoci, Economia a mano armata, edizione del 2012

Sbilanciamcoci. Libro bianco sulle politiche di cooperazione allo sviluppo, edizione del 2011

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C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), L'industria militare e la difesa europea: rischi e prospettive, Jaca Book, Milano, 2008.

C. Bonaiuti e A. Lodovisi (a cura di), Spese militari nel mondo: il costo dell'insicurezza, Jaca Book, Milano, 2008

(Scheda realizzata con il contributo di Francesco Mancuso)

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