Sicurezza

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“Chi è pronto a rinunciare alle proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita nè la libertà nè la sicurezza”. (Benjamin Franklin)

Introduzione

Se da un lato ognuno di noi ha una percezione più o meno definita dell’insieme di contesti e situazioni all’interno dei quali si sente sicuro o insicuro (la Treccani definisce la sicurezza come “condizione che rende e fa sentire di essere esente da pericoli, o che dà la possibilità di prevenire, eliminare o rendere meno gravi danni, rischi, difficoltà, evenienze spiacevoli, e simili”), dall’altro lato il concetto stesso è applicabile a differenti ambiti, così da rendersi multidimensionale. E’ corretto, infatti, parlare non solamente di sicurezza fisica, ma anche psicologica, economica, sicurezza sul lavoro, alimentare, sanitaria, ambientale e altro ancora. Inoltre, la sicurezza è un bene sia individuale che collettivo, tenendo in considerazione come le due sfere siano in realtà strettamente connesse e interdipendenti, al punto che il grado di sicurezza percepito dai cittadini influisce sulla stabilità di un paese, sulla sua economia, produttività e attrattività verso l’esterno.

Secondo il sociologo Galtung, la sicurezza è un valore di tipo relazionale, che si conquista generando fiducia; questo valore è minacciato da tre tipi di violenza: quella diretta, quella strutturale dell’ingiustizia, dello sfruttamento e della povertà che costringono a vivere gli individui in una situazione di notevole disagio, quella culturale, con la quale spesso si convincono i popoli che nel nome di Dio o di qualche altro ideale essi sono giustificati a nuocere ad altri popoli.

E' un tema chiave dell’agenda politica dei governi di tutto il mondo, nonché nodo centrale dell’intera attività delle Nazioni Unite. In seno a queste ultime esiste un organo ad hoc, il Consiglio di Sicurezza, che si occupa, per l'appunto, del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, deliberando su atti di aggressione o di minaccia perpetrati ai danni dei paesi aderenti.

E proprio l’aggressione o la minaccia sono gli elementi caratteristici dell’insicurezza. Sono elementi che siamo portati ad associare alla sfera fisica ma che in realtà sono applicabili anche a ben altre sfere, così che risulta appropriato, come detto, parlare di (in)sicurezza economica, alimentare, ambientale e via dicendo.

La sicurezza per le Nazioni Unite

Nuove dimensioni della sicurezza umana” (in .pdf) è il titolo della sezione che l’ONU, nel suo Human Development Report del 1994, dedica al tema della sicurezza. Per la prima volta, le Nazioni Unite pongono nero su bianco l’accento sulla correlazione esistente tra sicurezza politica, sociale, culturale, economica ed ambientale. Precedentemente, il concetto aveva sempre sofferto di una interpretazione restrittiva, come sicurezza di un territorio da aggressioni esterne o come sicurezza globale di fronte alla minaccia nucleare, timore giustificato dall’esasperata corsa agli armamenti degli anni precedenti. Come si nota, l’accento era posto sulle nazioni e sulla comunità internazionale, più che sui singoli individui. Per questi ultimi le reali minacce si chiamavano (e si chiamano ancora, oggi più che mai) non tanto bomba nucleare o attacco nemico, bensì fame, disoccupazione, criminalità, crisi politica, repressione, disastri naturali. L’insicurezza dell’individuo post guerra fredda si traduce in preoccupazioni quotidiane, più che in timori per cataclismi planetari. La sicurezza umana è sempre meno una questione di armi, sempre più una questione di dignità personale e sociale.

Sull’onda di tale nuova prospettiva omocentrica e su idea dell’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, venne istituita, nel Gennaio del 2001, la Commissione sulla Sicurezza Umana, con il compito di definire ancor più chiaramente il concetto di human security introdotto nel 1994. La novità consiste nell’inserimento della nozione di sicurezza in un contesto di sempre maggior mobilità sociale ed interdipendenza delle relazioni internazionali. Ciò significa che le componenti dell’insicurezza, anche quella personale, sono sempre meno circoscrivibili all’interno di determinati confini, per assumere una dimensione globale.

Così, la relazione che la Commissione si occupa di redigere definisce la sicurezza come protezione delle libertà fondamentali - compreso il rispetto per le la diversità e l’incoraggiamento dello scambio reciproco – che sono essenziali nella vita. Ciò presuppone l’ideazione e l’utilizzo di processi che si fondano sulle energie e le aspirazioni degli individui e che permettano la protezione delle persone da minacce e situazioni critiche e pervasive. Significa creare sistemi politici sociali, ambientali, economici e culturali che insieme forniscano gli elementi costitutivi della sopravvivenza, il sostentamento e la dignità. Una prospettiva di sicurezza inspirata dalle parole dello stesso Kofi Annan, per il quale “la sicurezza umana, nel suo significato più largo, abbraccia molto più che l’assenza di un conflitto violento. Comprende infatti i diritti umani, la good governance, l’accesso all’educazione e alla sanità e infine la garanzia che ogni individuo abbia le opportunità e le possibilità di scelta per esprimere il suo potenziale. Ogni passo in questa direzione è anche un passo verso la riduzione della povertà, lo sviluppo economico e la prevenzione dei conflitti. Libertà dal bisogno, libertà dalla paura e la libertà delle future generazioni di ereditare un ambiente naturale sano – questi sono gli elementi costitutivi di una sicurezza umana, e dunque nazionale”.

Sul ruolo dell’ONU nella protezione del diritto alla sicurezza umana (che è, giova ricordarlo, un diritto universale), la Carta delle Nazioni Unite prevede espressamente la realizzazione di un sistema di sicurezza collettiva di portata mondiale, che includa tanto la componente di ordine pubblico quanto quella economica e sociale. Va da sé come nell’epoca della globalizzazione, la protezione del diritto possa avvenire solo attraverso l’azione congiunta di legittime istituzioni multilaterali, come appunto l’ONU e con la partecipazione dei singoli Stati.

La sicurezza negli Stati Uniti

Impossibile parlare del concetto di sicurezza per gli Stati Uniti senza focalizzarsi sui tragici avvenimenti dell’11 settembre del 2001. In pochi minuti, l’attacco venuto dal cielo che ha raso al suolo le torri gemelle e danneggiato il Pentagono, simboli del potere economico e militare, ha rivelato senza possibilità d’appello una verità mai presa in considerazione: la più grande potenza mondiale è vulnerabile. Da quel giorno tutto cambiò.

Il primo e più semplice ragionamento fu che se non sono sicuri gli Stati Uniti non lo può essere nessuno. Il secondo che la minaccia alla sicurezza, il nemico, era uno e uno solo: il terrorismo fondamentalista di matrice islamica. Risultato dei due ragionamenti fu la guerra globale dell’occidente contro gli sceicchi del terrore. L’operazione Enduring Freedom in Afghanistan e il successivo conflitto in Iraq, che tutti conosciamo, furono giustificati dal diritto alla difesa ed al ripristino della sicurezza internazionale. Anzi, fu proprio la diffusa sensazione d'insicurezza (alimentata anche da massicce campagne mediatiche) a creare ampio consenso popolare attorno ai due interventi militari.

Ma non è tutto. La guerra al terrorismo ha prodotto conseguenza non solo sul campo di battaglia. Internamente, ogni cittadino americano e ogni individuo residente in territorio americano ha dovuto fare in conti con una serie di misure, volute dal Governo, finalizzate a garantire l’incolumità e la sicurezza personale e nazionale e ad evitare il ripetersi di situazioni simili a quelle vissute l’11 settembre. La rapida approvazione di leggi speciali, prima tra tutte il Patriot Act (convertito in legge federale in appena un mese dagli attacchi terroristici) rappresenta molto più che un piano per la sicurezza interna; rappresenta - e non è questione di secondo piano – l’ammissione che nella gerarchia di valori fondamentali di quella che si definisce la più grande democrazia del mondo, la sicurezza occupa un posto primario rispetto alle libertà individuali garantite dal Bill of Rights del 1971. E non si tratta di una visione circoscritta a livello di governo, se è vero che tre giorni dopo l’11 Settembre, tre americani su quattro si sono dichiarati pronti a rinunciare ad una parte delle loro libertà personali e una percentuale ancora più alta è d’accordo sull’adozione di misure di controllo altamente invasive in cambio di maggior sicurezza. Certo, come detto, molto ha influito a plasmare l’opinione pubblica la celere identificazione di un nemico chiaramente definito (in questo caso il musulmano), così come la diffusione di un senso di paura e dell’idea che altre tragedie potessero manifestarsi senza l’adozione di misure speciali di sicurezza.

In sintesi, il Patriot Act rafforza i poteri dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, quali la CIA e l’FBI, consentendo di compiere intercettazioni telefoniche ed informatiche, di perquisire abitazioni e posti di lavoro, anche ad insaputa dei cittadini, di prelevare da scuole, università, biblioteche, ospedali, banche, qualsiasi documento personale utile a costruire una sorta di curriculum del cittadino in merito alla propria condizione di salute, al proprio stato bancario, ai siti web che visita e ai libri che consulta. Non solo, la legge federale consente al Governo di detenere, in determinate condizioni, ogni straniero ritenuto una minaccia per la sicurezza nazionale. Gli stessi cittadini sono chiamati alla “sorveglianza reciproca”, in un progetto finanziato dal governo e conosciuto come Neighborhood Watch Program, che consiste nell’addestramento di persone comuni nel riconoscere i tratti salienti di individui potenzialmente pericolosi, nella speranza di identificarli tra il vicino di casa od il collega di lavoro.

Come si può facilmente desumere, si tratta di misure di riduzione del diritto alla privacy e alla libertà personale e che fomentano la cultura del sospetto e della paura verso il prossimo. E non è lo stato di emergenza né l’onda emotiva post 11 Settembre che hanno reso necessaria l’adozione di uno strumento legislativo così invasivo, dal momento che a distanza di 10 anni dagli attentati, su proposta del presidente Obama, il 26 maggio 2011 Camera e Senato hanno approvato una proroga della legge per i successivi 4 anni, confermando così il timore che provvedimenti adottati come legge speciale si traducano alla fine nella regola.

La sicurezza in Italia

Anche in Italia la risonanza mediatica degli avvenimenti dell’11 Settembre ha prodotto la diffusione di un nuovi stati d’animo in seno alla collettività e l’adozione di nuove misure di sicurezza da parte del Governo (come del resto è avvenuto per tutti i governi dei paesi occidentali). Le forze militari italiane hanno costituito parte integrante delle operazioni belliche in Afghanistan ed in Iraq, circostanza che ha prodotto l’inclusione del nostro paese tra i possibili bersagli di nuovi attentati terroristici negli ormai famosi messaggi video di Osama Bin Laden. Il governo predispose il rafforzarsi di misure di sicurezza, in particolar modo nei pressi di obiettivi ritenuti sensibili, come cattedrali e metropolitane. Tuttavia, si può affermare che la reazione italiana agli avvenimenti terroristici del nuovo millennio, ivi compresi Londra e Madrid, non fu particolarmente invasiva delle libertà individuali, né portata avanti con eccessivo clamore.

La questione sicurezza in Italia sembra concentrarsi piuttosto su questioni di ordine pubblico, più che su possibili attentati terroristici. Insicurezza è sinonimo di (micro)criminalità comune. Ciò è particolarmente vero in coincidenza della campagna elettorale del 2008, quando per determinate parti politiche il tema della sicurezza del cittadino divenne il centro del dibattito politico, con ampia risonanza sugli organi d' informazione.

Proprio nel 2008 venne convertito in legge il cosiddetto Pacchetto Sicurezza, finalizzato a "contrastare fenomeni di illegalità diffusa collegati all’immigrazione illegale e alla criminalità organizzata". Il provvedimento contiene una serie di misure assai diverse tra loro: dall’immigrazione alle mafie, dal decoro urbano alla guida in stato di ebbrezza, dai senzatetto ai buttafuori nei locali notturni. Tuttavia, è la figura dell’immigrato quella maggiormente interessata dalla legge. La novità più grande introdotta dal Pacchetto Sicurezza consiste nell’introduzione del reato di clandestinità, che prevede la pena dell’espulsione immediata dal territorio italiano; pene severe anche per chi affitta alloggi a immigrati clandestini e stop alle “nozze di comodo” tra cittadini italiani e stranieri per ottenere la cittadinanza. Gli articoli più controversi, che hanno dato luogo a proteste di piazza ed episodi di disobbedienza civile, riguardano l’istituzione dei volontari per la sicurezza (le cosiddette “ronde”), l’allungamento dei tempi di detenzione nei CIE – i centri di identificazione ed espulsione (le cui condizioni igienico sanitarie precarie ed il mancato rispetto dei diritti degli immigrati sono stati da più parti denunciati) – e, soprattutto, l’obbligo per i pubblici ufficiali, tra cui i medici del Servizio Sanitario Nazionale, di segnalazione dei clandestini. L’introduzione dei “medici spia” ha sollevato le proteste in primis dei diretti interessati, che hanno segnalato l’incongruenza della norma con il codice etico e deontologico dei medici. La minaccia della segnalazione ha prodotto il solo effetto di allontanare il clandestino bisognoso di cure dalle strutture sanitarie, con pericolose conseguenze per la salute loro e della collettività intera.

Sono queste misure che non riguardano solo la figura del clandestino ma coinvolgono l’intera collettività, producendo un cambio di tipo culturale e impressionando l’immaginario collettivo, per il quale l’immigrato diventa sinonimo di criminale. Si alimenta in questa maniera (e qui si riconoscono coincidenze con la situazione statunitense sopra descritta) la cultura del sospetto, la paura per il diverso, facendo quadrato attorno ad un nemico comune facilmente identificabile, come risposta ad una situazione di disagio che ha radici più profonde e complesse del mero ordine pubblico: ci si riferisce, prima di tutto, alla crisi economica, politica e dello stato di diritto. E si scelgono risposte sbagliate per problemi complessi come l'“armare i vigili urbani”; una sconfitta della politica che denota un'incapacità di evolvere nei conflitti.

La solidarietà internazionale come risposta all’insicurezza

Negli ultimi decenni il tipo e le dimensioni dei fattori costituenti una minaccia per la sicurezza sono cambiati. Come già menzionato, se durante il secolo scorso i principali pericoli per la collettività e per gli stati-nazione erano rappresentati dai conflitti bellici, oggi i fattori di crisi primari - economici, culturali, lavorativi, ambientali - non sembrano essere diretta conseguenza delle operazioni belliche (senza voler negare che anche il nuovo millennio è teatro di non poche guerre, di diversa natura), quanto piuttosto di un modello politico-economico che ha avuto modo di dimostrare tutti i suoi limiti.

Ne consegue che gli organismi e le strutture nazionali e transnazionali per la pubblica sicurezza, seppur continuino a giocare un ruolo fondamentale, da soli non bastano a rispondere al bisogno di sicurezza umana.

L’uso della forza si è rivelato incapace di risolvere situazioni di crisi; anzi, nella maggior parte dei casi ne è stato uno delle principali cause (come indicatore, si pensi al numero di profughi in fuga dalle zone di guerra, costretti a confrontarsi con contesti di insicurezza fisica, sanitaria, alimentare). Ciononostante, la forza continua ad essere lo strumento prediletto dalla maggior parte dei governi, preferita a soluzioni di tipo politico-diplomatico. In Italia, sono sempre più i denari destinati alla difesa, sempre meno quelli per la cooperazione internazionale e lo stato sociale. Mentre si tolgono i fondi ad istruzione, sanità, ricerca e cooperazione, si finanzia l’acquisto di caccia bombardieri ultra accessoriati, a costi insostenibili.

Le alternative a questa rinnovata corsa agli armamenti non mancherebbero: si chiamano stato sociale, diplomazia, controllo sul commercio delle armi, promozione dei diritti umani, cooperazione decentrata, solidarietà internazionale. La promozione di tali alternative è oggi messa in secondo piano con la scusa della crisi economica. Eppure il Rapporto 2010-2011 sulla Sicurezza Sociale nel Mondo: garantire una copertura sociale in tempo di crisi e oltre pubblicato dall'Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), dice come la riduzione della spesa per la sicurezza sociale riduce gli standard di vita della popolazione, e, attraverso la domanda aggregata, ritarda significativamente anche la ripresa economica.

Nel frattempo la società civile non è rimasta a guardare. Ad un mese esatto dall’11 settembre 2001, la risposta al terrorismo messa in piedi dall’ONU dei Popoli si è concretizzata nella grande marcia per la pace da Perugia ad Assisi, durante la quale è stato ribadito a piena voce che “noi, donne e uomini delle Nazioni Unite, marceremo lungo la strada che da Perugia conduce ad Assisi per promuovere la globalizzazione dei diritti umani, della democrazia e della solidarietà. Oggi il mondo dispone delle capacità necessarie per raggiungere questo obiettivo. Ma occorre cambiare strada e riconsiderare innanzitutto le priorità della politica e dell’uso delle risorse. Ci muove la consapevolezza che non ci sono processi inevitabili, che “un altro mondo è possibile” e che per costruirlo è necessario promuovere la globalizzazione dal basso: una grande alleanza mondiale di donne e uomini, organizzazioni della società civile, comunità ed Enti Locali impegnati a rifiutare ogni forma di violenza, nella pratica come nel linguaggio, e a sostituire la cultura della guerra con la cultura della pace, la cultura della competizione selvaggia con quella della cooperazione, l’esclusione con l’accoglienza, l’individualismo con la solidarietà, la separazione con la condivisione, l’arricchimento con la ridistribuzione, la sicurezza nazionale armata con la sicurezza comune”.

Bibliografia

Johan Galtung, Pace con mezzi pacifici, Esperia 2000

Chiara Bonaiuti, Achille Lodovisi, Le spese militari nel mondo: il costo dell’insicurezza, Jaca Book 2006

Gore Vidal, La fine della libertá, Fazi 2001

David Lyon, Massima sicurezza. Sorveglianza e “guerra al terrorismo”, Cortina 2005

Dario Fortin, Fabio Colombo. Sentire Sicurezza nel tempo delle paure, Franco Angeli 2011

Documenti di interesse

Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), Rapporto 2010-2011 sulla Sicurezza Sociale nel Mondo: garantire una copertura sociale in tempo di crisi e oltre (in .pdf)

Archivio Pace Diritti Umani, Impegno per la sicurezza umana

Mirko Sossai, Il rapporto della commissione sulla sicurezza umana (in .pdf)

L’altro diritto, Centro di documentazione su carcere, devianza e marginalitá, Cyber-sorveglianza e tutela della privacy dopo l'11 Settembre 2001

Testo della Legge 24 luglio 2008, n. 125 (c.d. Pacchetto sicurezza)

ONU, Human development report 2011

(Scheda realizzata con il contributo di Andrea Dalla Palma)

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Sicurezza Sociale - (Diritto Umano Nr. 22)