Piove sui Rohingya

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Foto: Iom.int

“Piove sul bagnato” si è soliti dire. Non potrebbe usarsi espressione più indovinata per indicare il nuovo stato emergenziale che ha colpito la popolazione Rohingya. La minoranza musulmana fuggita dalla Birmania per le brutali persecuzioni di cui è oggetto, negli ultimi due anni ha trovato riparo in campi profughi allestiti nel sud-est del Bangladesh e in questi giorni in buona parte spazzati via dalle violenti piogge che hanno colpito il territorio. Fango e rifiuti ovunque, baracche e ponticelli distrutti, seri danni strutturali causati dalle prime precipitazioni dei monsoni che hanno colpito almeno 9mila profughi, secondo le prime stime. Non sono quindi bastati i lavori di prevenzione messi in campo nei mesi scorsi dal governo di Dacca e dalle organizzazioni umanitarie: si calcola, infatti, che almeno 30mila dei circa 900mila Rohingya che si trovano nel territorio di Cox’s Bazar vivano in aree ad alto rischio di inondazione e dipendano dagli aiuti umanitari

Se sul piano dell’accoglienza la situazione è piuttosto disperata, dal punto di vista della sicurezza si affaccia il problema dell’istruzione, per lo più affidata agli imam, e del rischio radicalizzazione. “Più andrà avanti la crisi più la minaccia jihadista potrebbe concretizzarsi” ammette Mohammad Abdul Kalam, commissario del Bangladesh per l’assistenza e il rimpatrio dei rifugiati. A questo si aggiunge la questione demografica, in considerazione della nascita di 60-100mila bambini rohingya nei prossimi mesi, molti frutti degli stupri commessi dai militari birmani. 

È a livello politico-diplomatico che iniziano invece a emergere i primi spiragli di sereno, almeno a primo acchito. Il 6 giugno è stato stretto un primo accordo tra il governo birmano, l’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) e il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP)per un piano di rimpatrio (volontario) dei rifugiati Rohingya, chiaramente a fronte di garanzie di tutela dei loro diritti fondamentali. Tuttavia su questo accordo già emergono delle prime zone di ombra e la forte delusione dei Rohingya. La ragione? Nell’accordo non c’è cenno della concessione ai Rohingya della cittadinanza birmana, una condizione che li destina a restare cittadini di serie B (per usare un eufemismo) e a sottostare al rischio più che reale di subire, come accaduto in questi ultimi anni, violazioni dei diritti umani e violenze di ogni genere, massacri e sequestri di beni e terreni; tutte operazioni per le quali le stesse Nazioni Unite lo scorso anno avevano accusato il governo di Myanmar di pulizia etnica. Di certo, il fatto che nell’accordo non venga mai fatto riferimento ai “Rohingya” ma a generiche “persone sfollate” non fa ben sperare per un sostanziale cambio di rotta delle politiche birmane. Ironico peraltro che il Bangladesh, che accoglie questi “apolidi”, li definisca “cittadini birmani senza documenti”. L’attuazione di condizioni per il rimpatrio “volontario, sicuro, dignitoso e possibile” degli sfollati di cui si parla nell’accordo sembrano quindi una garanzia ben labile a fronte delle persecuzioni subite da questa popolazione, quando il governo birmano “libero” ha innescato una sovrapposizione fra identità nazionale e religione buddhista, annientando tutto ciò che non aveva questi caratteri e scegliendo di non trattare in alcun modo su due punti: il rilascio della cittadinanza birmana alle minoranze presenti nel Paese e il ritorno degli stessi nelle terre in cui risiedevano da generazioni e da cui son dovuti fuggire per scappare alle persecuzioni.

Nella Birmania del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, per decenni agli arresti domiciliari durante il regime militare e la cui elezione alla presidenza del Paese nel 2015 aveva suscitato profondi entusiasmi da parte della comunità internazionale, non sono perseguitati solo i musulmani Rohingya. Da decenni, infatti, i Kachin (nel nord-est del Paese, al confine con la Cina), e i Karen, al confine con la Thailandia, subiscono altrettante violenze e violazioni dei diritti umani, come riconosciuto anche da osservatori ONU. Ammontano a oltre 5mila gli sfollati interni del Kachin, dopo che negli ultimi mesi si sono intensificati gli scontri tra l’esercito birmano e il Kachin Independence Army (KIA), anche con bombardamenti aerei. Da marzo anche la popolazione Karen è consumata da combattimenti e abusi dopo che l’esercito ha invaso il territorio per portare a termine la costruzione di una strada militare. Al pari degli orribili abusi subiti dai Rohingya, anchequeste minoranze stanno subendo attacchi indiscriminati e sproporzionati, uccisioni extragiudiziali, sparizioni forzate, distruzione di beni e saccheggi, torture, trattamenti inumani, stupri, lavoro forzato e reclutamento dei bambini nelle forze armate.

Eppure proprio in queste settimane sta montando polemica sull’operato dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), l’esercito di liberazione rohingya di fede musulmana, che avrebbe sferrato attacchi contro minoranze hindu del territorio, uccidendo diversi civili. Testimonianze sono state raccolte da Amnesty International nei campi profughi ma le ricostruzioni sul territorio sono impossibili dato il rifiuto della Birmania di ammettere stampa o altri operatori internazionali entro i propri confini. Tuttavia i giustificativi che tali atti sarebbero la causa dei pogrom dell’esercito birmano appaiono davvero fuoriluogo quanto piuttosto un abile pretesto per il governo birmano per propagandare ancora una volta la “narrativa del vittimismo musulmano” dei media occidentali e per l’India per respingere l’arrivo di profughi rohingya.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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