La pace minata dagli “IED”

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Come ci ricorda l’ONU in occasione del 4 aprile, la Giornata mondiale per la promozione e l’assistenza all’azione contro le mine, “Mine e ordigni bellici continuano a uccidere o ferire migliaia di persone ogni anno”. In attesa dei dati ufficiali per il 2016, secondo l’ultimo rapporto dell’International Campaign to Ban Landmines (Icbl), nel 2015 il numero dei morti e dei feriti causati da questo tipo di ordigni è aumentato del 75%, raggiungendo quota 6.461. È la cifra più alta degli ultimi dieci anni e come sempre tre vittime su quattro sono civili, quattro su dieci sono bambini, spesso colpiti dopo la fine di un conflitto. Per questo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1997 ha creato, all’interno del Department of Peacekeeping Operations (Dpko), l’United Nations Mine Action Service (Unmas), che da vent’anni in 18 paesi è diventata un punto di riferimento nella prevenzione e nella lotta contro le mine, le bombe a grappolo e gli ordigni bellici improvvisati inesplosi (i così detti IED, l’acronimo inglese per indicare gli Improvised Explosive Device), impegnandosi a sostenere le vittime di questa guerra ad orologeria contro i civili dal punto di vista medico, psicologico e soprattutto sociale.

Nonostante i successi del Trattato di Ottawa, firmato il 3 dicembre 1997 ed entrato in vigore il 1º marzo 1999 con la ratifica di 40 Stati, che attualmente sono diventati 160, tutti protagonisti di un importante “sminamento mondiale” che ha portato alla distruzione di 51 milioni di mine salvando migliaia di vite, ancora oggi ci serve una raccolte firme come quella della Campagna Italiana contro le Mine per ricordarci che mine e altre armi artigianali continuano ad essere usate contro i civili anche nei recenti conflitti in Siria ed Ucraina. Come presidente di turno del Mine Action Support Group (Masg), il gruppo responsabile dei programmi di sminamento umanitario degli Stati donatori di tutto il mondo, l’Italia nel 2017 sarà in prima linea nel tentativo di promuovere e accrescere gli sforzi nell’assistenza alle vittime, nelle bonifiche e nelle distruzioni di vecchi arsenali. “Una delle chiavi di lettura che stiamo cercando di dare durante questa presidenza italiana è che lo sminamento è un’attività fondamentale a livello mondiale” ha sottolineato Inigo Lambertini, ambasciatore, vice rappresentante permanente presso la missione italiana all’Onu e animatore della presidenza italiana del Masg: “E non solo in teatri facilmente intuibili come quelli mediorientali, ma anche altrove, come confermano i casi dello Sri Lanka, del Laos e di vaste regioni dell’Asia”, senza dimenticare che “Esistono crisi ben più recenti, in Bosnia e nell’area balcanica o in Ucraina”. Per questo per Lambertini in questo 2017 “Ci sentiremo compiuti nella nostra azione di presidenza del Masg se riusciremo a trasmettere il messaggio che per garantire una sicurezza diffusa bisogna fare tanto anche in Europa”.

Che l’Italia ci creda in questa missione lo dimostrano le cifre in controtendenza rispetto al generale calo dei contributi finanziari per l'Unmas. Se a livello globale, infatti, tra il 2014 e il 2015 la diminuzione delle donazioni è stata del 25%, nello stesso arco di tempo l’Italia ha messo sul piatto il 35% di risorse in più, forse memore del fatto che fino agli anni 90 eravamo noi uno dei principali Paesi produttori mondiali di mine anti uomo. Nel 2015 Roma ha stanziato un milione e 350 mila euro per le attività di sminamento nella Striscia di Gaza, in Colombia, in Siria e in Sudan. Quest’anno l’impegno è stato ancora superiore, con un fondo da un milione e 979 mila euro a beneficio anche di nuovi Paesi, in particolare Libia e Iraq. Per Lambertini dalla firma del 1997 a Ottawa ad oggi l’evoluzione italiana è stata lineare: “Se negli anni 70, quando scoppiò la guerra civile in Angola, questa era piena di mine italiane, adesso facciamo il contrario, sfruttando in modo diverso uno stesso know how” e sta andando così anche in altre regioni dell’Africa, ad esempio in Sudan, "dove l’Italia è attiva nelle operazioni di prevenzione e sminamento anche grazie ai tradizionali buoni rapporti con Khartoum". 

Oggi per Abigail Hartley, capo della sezione politica dell’Unmas, Libia, Mali e proprio il Sudan, “sono i Paesi africani dove bisogna impegnarsi di più“ almeno “secondo l’ultimo rapporto della Icbl”, un documento allarmante, che conferma un incremento del 25% del numero dei morti e dei feriti causati dalle mine e dagli IED, oggi responsabili di circa il 20% delle 6.461 vittime del 2015. “Questi ordigni letali sono diventati le armi preferite per la gran parte dei gruppi armati” ha spiegato la Hartley “Il loro uso è diffuso in Afghanistan, Iraq e Siria ma anche in Africa, in particolare in Mali, in Somalia e in Nigeria, dove opera Boko Haram”. La Libia, per l'Icbl, si conferma il secondo Paese più colpito al mondo nel 2015 dopo l’Afghanistan e drammatica è la situazione del Mali dove 188 civili sono stati uccisi o feriti dall’esplosione di mine dal luglio 2013, quando si è conclusa l’offensiva francese contro i gruppi ribelli di matrice islamista. Qui “Ordigni inesplosi e un uso diffuso di IED da parte delle formazioni armate radicate nelle regioni del nord minacciano sia la popolazione civile che gli operatori umanitari, in particolare coloro che viaggiano su strada” ha aggiunto la Hartley. 

Adesso l’Italia, per onorare non solo economicamente la presidenza europea del Mine Action Support Group, deve ricordare al mondo che dalla Bosnia alla Libia, paese oggi disseminato di ordigni artigianali e domani possibile fronte cruciale per l’Unmas, la battaglia contro le mine non è ancora vinta. Con un’avvertenza, ha concluso l’ambasciatore Lambertini: “Oggi la gran parte del mercato delle mine non è costituita da Stati, ma da altri attori, abbiamo di fronte un fenomeno illegale, ancora più difficile da controllare” e che non possiamo pensare di sconfiggere solo con tanti soldi e decine di "topi sminatori". 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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