Bombe cluster: l’Italia sostiene un “doppio standard” che mina la Convenzione

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Manifestazione contro le bombe a grappolo - Foto: CMC

“Siamo profondamente allarmati dal sostegno che l’Italia sta garantendo alla discussione di un protocollo che avvalla l’utilizzo di munizionamenti proibiti dalla Convenzione di Oslo sulle bombe a grappolo ratificata dal nostro paese”. Lo riporta un comunicato della Campagna italiana contro le mine che insieme ad altre reti della società civile internazionale denuncia un “doppio standard” da parte di diversi paesi europei, tra cui l’Italia, che finisce per accettare numerose scappatoie sia riguardo alle tipologie di bombe sia in merito ai tempi di distruzione degli stock e alle modalità di bonifica dei terreni.

Da quasi due settimane nell’ambito della Conferenza di Revisione della Convenzione sulle “armi inumane” (Convention on Conventional Weapons – CCW) in svolgimento a Ginevra (14-25 Novembre) le organizzazioni umanitarie della rete internazionale della Cluster Munitions Coalitions stanno tentando di arginare il tentativo da parte di alcuni Paesi produttori ed utilizzatori di munizioni cluster di finalizzare un testo per un protocollo VI caratterizzato da alcuni punti chiave in elevata contraddizione con gli standard sanciti dalla Convenzione di Oslo che oggi conta ben 111 Stati firmatari e 66 ratifiche, tra le quali quella del nostro Paese depositata ad ottobre 2011.

Tra i punti che destano più preoccupazione vi è l’autorizzazione all’utilizzo di tipologie cluster già messe al bando dalla Convenzione ed un lungo periodo di transizione in cui gli Stati sarebbero autorizzati all’uso.

“In osservanza anche all’impegno all’universalizzazione della Convenzione di Oslo mi sembra chiaro che l’impegno profuso dall’Italia, per ora, si posizioni in senso diametralmente opposto” – denuncia Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna italiana contro le mine. “Chiediamo chiarezza ed impegno al nostro Paese nel sostegno agli standard già sanciti da una Convenzione entrata in vigore senza se e senza ma” – continua Schiavello. “Anche se sembra sempre di moda l’argomentazione che i grandi produttori ed utilizzatori non l’hanno sottoscritta quindi per ‘buon senso diplomatico’ bisogna negoziare l’adesione degli Stati che producono ed utilizzano munizioni cluster - anche se in questo caso palesemente al ribasso e al probabile costo di altre vite umane - e rinunciando anche alla stigmatizzazione di questa scelta da parte degli utilizzatori e fornendogli, così, una via d’uscita alla mancata adesione allo standard internazionale indicato dalla Convenzione di Oslo” - conclude Schiavello.

Una risoluzione del Parlamento Europeo del 16 novembre scorso richiama gli Stati membri al rispetto degli standard ed agli impegni sanciti e sottoscritti con l’adesione alla Convenzione di Oslo e alla necessità di opporsi fermamente all’introduzione di un Protocollo VI. Inoltre, l’Appello della Croce Rossa Internazionale sottolinea il pericolo insito nel procedere successivamente all’entrata in vigore di una Convenzione Internazionale con un protocollo teso ad indebolirne i contenuti.

Esponenti delle Nazioni Unite come Valerie Amos, (United Nations Emergency Relief Coordinator), Helen Clark, (Administrator, United Nations Development Programme) Navanethem Pillay, (United Nations High Commissioner for Human Rights) hanno firmato uno statement congiunto dall’emblematico titolo “Don’t undermine the international ban on cluster munitions” in cui si evidenziano i tratti peggiori del VI protocollo proposto, specie la parte normativa che autorizzerebbe l’uso di cluster prodotte dopo il gennaio 1980 con alcune caratteristiche però già bandite dalla Convenzione di Oslo. Malgrado ciò alcuni Stati parte della Convenzione come Francia, Australia, Germania, Italia, Svezia, Svizzera, Portogallo, Olanda, Croazia, Irlanda, Lituania e Giappone continuano a supportarlo.

“Riteniamo che un VI protocollo non sia affatto necessario, soprattutto così come prospettato e, fondamentalmente, in pieno contrasto con la Convenzione Ratificata dal nostro Paese - conclude Santina Bianchini, presidente della Campagna italiana contro le mine.

Nei giorni scorsi anche il presidente della CMC, Steve Goose, aveva preso posizione sulla faccenda chiedendo ai Paesi firmatari della Convenzione di Oslo di “opporsi alla creazione di una nuova legge internazionale che esplicitamente permette l’uso di munizioni a grappolo” - dichiarava Goose. “Le munizioni cluster sono già state messe al bando tre anni fa a causa degli inaccettabili danni causati alla popolazione civile. Alla luce di questo è riprovevole anche solo pensare di poter creare una nuova legge che tolleri il loro utilizzo”.

Nello specifico il Protocollo VI intende proporre un'eccezione che permetta l'uso continuato di munizioni a grappolo prodotte dopo il 1 gennaio 1980. In altre parole, il protocollo vieta solo munizioni a grappolo vecchie di più di 30 anni, e quindi di improbabile utilizzo odierno. Inoltre intende introdurre una deroga che consenta l'utilizzo di munizioni a grappolo con un tasso di fallimento dell’1% o meno. Va ricordato al riguardo che i tassi di fallimento reale delle munizioni a grappolo in situazioni di combattimento sono di gran lunga superiori ai tassi di fallimento dichiarati sulla base dei test condotti. L'M85 di fabbricazione israeliana utilizzata in Libano nel 2006, ad esempio, è dichiarata con tasso di fallimento inferiore all’1%, ma i dati provenienti dal campo dimostrano che il tasso di fallimento e quindi di inesplosione al suolo è stato superiore al 10%.

In aggiunta il Protocollo VI propone una deroga che permetta l’uso di munizioni a grappolo con sistemi di auto-distruzione. "E’ stato però rilevato - notano le associazioni della Coalizione CMC - che anche le munizioni fabbricate con questo meccanismo lasciano molte sub-munizioni inesplose che costituiscono ugualmente un pericolo per i civili e inquinano i territori, contrariamente a quanto dichiarato dalle aziende produttrici".

Inoltre intende introdurre un periodo di dilazione di 12 anni che consentirà agli Stati di continuare a utilizzare munizioni a grappolo che poi saranno vietate dal protocollo stesso. Il protocollo afferma di voler affrontare con "urgenza" il pericolo umanitario causato dalle munizioni a grappolo, ma di fatto consentirà agli Stati di rinviare lo stop all’utilizzo per almeno 12 anni, durante i quali gli Stati potranno tranquillamente e impunemente continuare ad utilizzare munizioni a grappolo, delle quali però si riconoscono gli inaccetabili danni umanitari.

La Cluster Munition Coalition (CMC), che ha seguito queste negoziazioni sin dall’inizio, partecipa con una delegazione di esperti alle trattative per tutta la durata dei lavori della Conferenza di Revisione in corso a Ginevra. [GB]

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