L’omicidio Ivanovi acuisce le tensioni tra Belgrado e Pristina

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Foto: Lindro.it

È di nuovo alta la tensione in Kosovo. Il 16 gennaio scorso è stato freddato con 5 colpi di pistola fuori dal suo ufficio a Mitrovica Oliver Ivanovi, leader serbo dell’SDP-Sloboda, demokratija, pravda (Libertà, democrazia e giustizia), fautore del dialogo tra Belgrado e Pristina. La città non è certo nuova ad atti di violenza analoghi ma un delitto politico di tale gravità appare del tutto inaspettato e rompe bruscamente quel processo di normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo per il quale da anni si sta lavorando a livello internazionale. La Serbia ha, infatti, immediatamente ritirato la sua delegazione al tavolo dei negoziati in atto a Bruxelles, fermi da un anno e che si stava appunto cercando di rilanciare, e ha convocato di urgenza il Consiglio di sicurezza nazionale parlando agli organi di stampa di “un crimine terroristico diretto contro l’intero popolo serbo”. Il governo di Pristina ha invece condannato senza mezzi termini l’atto di violenza e auspicato la collaborazione della cittadinanza tutta nell’individuazione dei colpevoli, anche offrendo una ricompensa economica.

A pochi giorni dall’assassinio restano aperte tutte le piste circa i suoi mandanti: Ivanovi era un personaggio fuori dalle righe nel Kosovo del nord che, pur contrario all’indipendenza del Kosovo, da tempo aveva cercato in vari modi di costruire ponti con la comunità albanese, anche padroneggiando fluentemente la lingua (elemento non scontato). A un generale accordo fra i governi di Belgrado e Pristina per dare soluzione al conflitto prima guerreggiato e poi latente a quasi 10 anni dalla dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo, si intendeva unire l’intento di ideare formule di convivenza civile tra la maggioranza kosovara e la minoranza serba, laddove proprio nella città di Mitrovica quest’ultima si concentrava determinando continue frizioni fra le parti. Il soprannome “Uomo del ponte” nasceva proprio dalla presenza forte nella città divisa dell’ex provincia di Belgrado con a nord i quartieri serbi e a sud quelli albanesi, separati dal fiume Ibar e uniti da quel ponte che lo stesso Ivanovi aveva contribuito a sorvegliare con ronde continue e a tutela dell’incolumità dei cittadini.

Tuttavia negli ultimi anni la figura del politico 64enne era stata messa in discussione per le accuse sollevate da EULEX (missione UE in Kosovo) nel 2014 di aver ucciso 10 civili kosovari durante il conflitto della fine degli anni Novanta. Condannato a 9 anni di carcere per crimini di guerra, di cui 3 già scontati, ma poi assolto in prima istanza da un Tribunale kosovaro, Ivanovi si era sempre proclamato innocente e si stava preparando ad affrontare il processo di appello; al riguardo aveva già rilasciato dichiarazioni alla stampa nelle quali diceva di avere numerosi nemici e di aver ricevuto minacce, pur non specificando da parte di chi. In ogni modo non stupisce affatto che il politico fosse odiato parimenti tanto dai nazionalisti kosovari quanto da quelli serbi.

La sua morte non fa che acuire la contrapposizione tra Belgrado e Pristina già provata da diversi fattori. In primis la tensione dei kosovari dinanzi al Tribunale speciale voluto e finanziato dall’UE per giudicare i crimini commessi dall’UÇK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, durante e dopo il conflitto; dopo una iniziale apertura sul processo approvato dal Parlamento di Pristina, oggi si tenta invece di bloccare (se non propriamente sabotare) il suo funzionamento, tenendo conto che l’élite militare dell’esercito kosovaro è comprensibilmente confluita nell’élite politica del Paese. Con il decennale anniversario dell’indipendenza del Kosovo alle porte, il prossimo 17 febbraio, sono ancora molti i Paesi che non lo riconoscono, inclusi 5 Stati dell’Unione Europea, avvalorando in un certo modo il fallimento delle politiche che hanno condotto alla creazione di uno Stato autonomo. D’altra parte in stallo risultano le trattative della Serbia per l’ammissione nell’UE nel lontano 2025, anche minate dall’irrisolta normalizzazione delle relazioni con la ex provincia a maggioranza albanese nonostante la mediazione tentata da Bruxelles; di certo l’immediato ritiro dal tavolo negoziale seguito dell’omicidio Ivanovi del capo delegazione Marko Djuric, direttore dell'Ufficio governativo serbo per le questioni del Kosovo, non può che acuire le tensioni anche con i funzionari europei e minare la stabilità dell’intera area balcanica. La Bosnia-Erzegovina resta, infatti, profondamente divisa, il Montenegro è alle prese con una lunga instabilità politica e la Macedonia continua a polemizzare con la Grecia in relazione al nome dello Stato, rivendicato a sua volta dalla regione ellenica sul confine settentrionale.

C’è solo da sperare che la ricerca della verità sull’omicidio Ivanovi non renda ancora più acre la reciproca incomprensione tra le parti del complesso puzzle balcanico.

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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