Made in, il parlamento Ue approva la proposta di regolamento

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Un passo in avanti per la tutela dei prodotti di qualità – Foto: niccolorinaldi.it

Italia-Germania 1 a 0. La partita per il ‘made in’ si è conclusa a favore dell’Italia, che il 15 aprile è riuscita a portare a casa, grazie al voto del parlamento di Strasburgo, la proposta di regolamento sulla sicurezza dei prodotti di consumo.

La relazione presentata dalla socialista danese Christel Schaldemose è stata adottata con 485 voti a favore, 130 contrari e 27 astensioni. Risultato: le etichette ‘made in’ dovrebbero ora essere obbligatorie per i prodotti non alimentari venduti nel mercato comunitario.

Una vittoria rappresentata soprattutto dall’approvazione dell’articolo 7 inserito nel capitolo sulla tracciabilità, che prevede che i fabbricanti e gli importatori mettano sui loro prodotti un’indicazione del paese d’origine, sostituendo così l’attuale sistema volontario.

Ora, infatti, circa il 10% dei beni presi in esame dal sistema di allarme Rapex dell’UE non è riconducibile al produttore. «Per fortuna oggi si è creata una convergenza su questo problema», commenta con Lettera43.it Sergio Cofferati, vicepresidente della Commissione parlamentare per il mercato interno e la protezione dei consumatori, «il fatto che gli stessi tedeschi si siano divisi durante la votazione dimostra come il tema sia fondamentale per garantire la sicurezza dei consumatori».

PIÙ CONTROLLO SUI PRODOTTI IMPORTATI. Una lunga battaglia intrapresa dall’Italia fin dal 2005, quando aveva sollecitato un intervento normativo capace di offrire maggiori informazioni ai consumatori e rafforzare la lotta alla contraffazione grazie a un miglior controllo sui prodotti importati.

Ma sin dall’inizio, sull’articolo 7, c’è stata l’opposizione della Germania e dell’area angloscandinava. Così le due più grandi potenze manifatturiere europee hanno iniziato a lottare per difendere il proprio mercato.

Italia-Germania: lo scontro tra le due più grandi potenze manifatturiere

Se da un lato per l’Italia inserire l’origine del prodotto rappresenta infatti un valore aggiunto in termini di competitività, per la Germania non porta nessun vantaggio, anzi: la sua è una manifattura basata soprattutto sull’assemblaggio di semilavorati dai Paesi emergenti e che con la tracciabilità potrebbe avere un danno di immagine. Che un martello pneumatico abbia la scritta made in Germany non ha infatti lo stesso appeal commerciale di un prodotto made in Italy, che sia un paio di scarpe o un elettrodomestico.

CONTA L’ULTIMA LAVORAZIONE. A nulla è servito il tentativo di ‘ammorbidire’ il regolamento lasciando al produttore la scelta se inserire il nome dello Stato di provenienza o direttamente, in maniera più generica, il made in Eu. Nè il fatto che comunque a causa di un Codice doganale ancora obsoleto, il ‘made in’ deve indicare il Paese dove è avvenuta l’ultima lavorazione o trasformazione sostanziale del prodotto: basta cucire in Italia i bottoni di una camicia fatta in Bangladesh, per poter etichettare il made in Italy.

IL PRIMO TENTATIVO NEL 2005. Nonostante quindi la norma proposta non fosse così rigida, per anni il tema si è arenato alle porte dell’Unione europea: l’articolo 7 fu inserito nella proposta sul ‘made in’ del 2005, ritirata però alla fine del 2012 per la mancanza di un accordo tra i vari Stati membri.

Il secondo round è iniziato il 13 febbraio 2013, quando, per semplificare e rendere più omogenee le norme di sicurezza applicabili ai prodotti non alimentari, la Direzione generale imprese e industria della Commissione ha presentato un nuovo pacchetto che includeva una comunicazione e due proposte di regolamenti sulla sicurezza dei prodotti di consumo e la vigilanza di mercato.

IN DIFESA DELL’ARTICOLO 7. In particolare a difendere l’articolo 7 è stata la Commissione mercato interno e protezione dei consumatori del parlamento europeo, che l’ha inserito nella relazione sulla proposta di regolamento sulla sicurezza dei prodotti approvato il 17 ottobre 2013.

Dopo il voto del parlamento, tocca alla Commissione avviare il negoziato

Da allora sono iniziate nuove consultazioni. La relatrice del rapporto, la socialista danese Christel Schaldemose ha avuto il mandato dalla stessa Commissione parlamentare per negoziare un testo di compromesso con il Consiglio.

Ma, nonostante l’appoggio dei socialisti democratici (S&D), della sinistra unitarie europea (Gue) e del Partito popolare europeo (Ppe), le divisioni tra gli Stati membri non hanno permesso di arrivare a una soluzione.

ANCHE LONDRA CONTRARIA. Tra i favorevoli all’indicazione di origine: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia e Croazia. Tra i contrari: Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Belgio, Danimarca, Svezia e Austria.

Fallito il primo tentativo di conciliazione a dicembre 2013, l’ultimo è stato fatto dalla presidenza greca a gennaio 2014. E anche in quell’occasione, gli schieramenti sono stati irremovibili.

LE PRESSIONI DI ROMA. Così per oltre un anno il Consiglio non è riuscito a trovare un accordo. Ora però grazie al voto del parlamento la Commissione Ue dovrebbe avviare il negoziato per trovare un accordo definitivo prima dello scadere del suo mandato in autunno.

«Questo è un grande passo in avanti per la trasparenza della catena di fornitura di un prodotto», ha affermato la relatrice sulla sicurezza dei prodotti Schaldemose, che ha anche criticato con forza il fatto che gli Stati membri non siano stati in grado di concordare una posizione comune sulla questione, bloccando così i negoziati sul regolamento nel suo complesso, a scapito della sicurezza dei consumatori in Europa.

COFFERATI: IL CONSIGLIO DECIDA. «Il Consiglio deve solo prendere atto del voto del parlamento e rispettarlo», dice Cofferati, «spero che adotti il testo il prima possibile. Se ne parla da troppo tempo. Ora bisogna agire».

I tempi sono stretti, ma a far bene sperare è il fatto che da luglio parte il semestre di presidenza italiano. E l’Italia potrebbe giocare quindi un ruolo fondamentale esercitando una pressione sull’esecutivo per accelerare i tempi e far prendere al Consiglio una posizione.

Antonietta Demurtas

Fonte: lettera43.it

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