Argentina tra vecchia politica e inerzia economica

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Foto: Marco Grsienti ®

TILCARA (nord Argentina) - Inondazioni, violente grandinate e temperature record che hanno superato anche i 35 gradi in Patagonia. Questo è il clima impazzito con cui si volge alla conclusione l’estate australe argentina. Così si aprono pure le porte ai mesi di campagna elettorale che accenderanno il dibattito politico fino alle elezioni presidenziali del 27 ottobre, le più attese a livello latinoamericanoAl momento Mauricio Macri, il mandatario uscente di orientamento liberista, è l’unico candidato certo, dato che né il suo partito (PRO o Propuesta Republicana) né l’alleanza allargata, hanno finora sfornato rivali interni degni di essere considerati tali. Sul fronte dell’opposizione peronista, invece, Cristina Kirchner potrebbe rilanciarsi in una candidatura che, però, di fatto allontanerebbe i moderati dalla coalizione, i quali punterebbero su un altro nome. Rischiando così di indebolire la resistenza al discusso imprenditore, di origini italiane, che fin troppo assomiglia al Berlusconi nostrano, salvo solo nell’aspetto.Quel che traspare è che Macri, nella sua pre-campagna, cerca in tutti i modi di mascherare il disastro economico nel quale naviga il suo paese, già iniziato sotto il governo Kirchner. In sintesi: il peso è ancora a livelli di allerta sul dollaro USA, l’FMI sostiene che l’Argentina sarà in recessione per tutto il 2019, stima un’inflazione intorno al 32% per il 2019, il cui controllo è incertoUna crisi che è difficile da nascondere sotto al tappeto, e che ha già indotto, da almeno una decina d’anni, molti, giovani e meno giovani, a lasciare il paese, principalmente per emigrare in Spagna, Stati Uniti o pochi altri paesi del Sudamerica.

Negli ultimi anni gli argentini hanno osservato un forte aumento del debito pubblico nazionale, che ha sfiorato quota 96% del PIL nazionale alla chiusura del terzo trimestre del 2018. L’Argentina guida la classifica dei paesi più indebitati della regione latinoamericana, ed è la nazione che si è indebitata a maggior velocità negli ultimi tre anni, soprattutto verso controparti private e internazionali (il debito pubblico è passato dal 53,3% sul PIL a fine 2015, all’attuale 95,4%, o 97,7% se si considera l’ultima erogazione del FMI). Questo è in parte frutto della caduta del prodotto interno, a sua volta conseguenza della forte svalutazione della moneta. Il nocciolo del problema è che il 75% del debito pubblico è denominato in valuta straniera, il che fa costantemente dubitare sulla solvibilità delle casse dello Stato, così ferocemente dipendenti dalle oscillazioni dei tassi di cambio. In più, a detta di diversi economisti, in caso di crisi cambiaria i poteri della Banca Centrale sarebbero limitati. Un fattore ancor più aggravato dall’anno di elezioni, dove la gente, previdente, tende a fare incetta di dollari, come denaro-rifugio in vista dell’incertezza sul futuro del governo. Lo scenario sociale e politico spera che l’inflazione vinca sul tasso di cambio, cioè nell’illusione che conservare pesos argentini sia più conveniente che convertirli in dollari. In fin dei conti si tratta di un circolo vizioso dal quale è complesso liberarsi. 

Il crollo dei consumi preoccupa profondamente il mondo della grande impresa, mentre i consumatori optano sempre più per sottomarche e prodotti di minor qualità. Gli ultimi dati dell’Istituto Nazionale di Statistica (INDEC) confermano che anche gli acquisti presso i supermercati sono in caduta(-8,7% a dicembre 2018, tra i mesi tradizionalmente più solidi per il commercio). L’inerzia inflazionaria dell’Argentina degli ultimi 12 anni è un problema cronico al quale non si è riusciti a dar freno. Anche perché frenare la crescita dei prezzi con una politica monetaria più rigida vorrebbe dire bloccare il flusso di finanziamenti correnti e mandare al lastrico molte industrie locali, risolvendosi in una recessione ancora più devastante. D’altro canto, i gruppi sindacalisti e i manifestanti nelle piazze chiedono di aumentare i salari a un livello superiore all’inflazione, anche se ciò potrebbe condurre a maggiore disoccupazione.

Camminando per le città argentine si respira aria di instabilità e tensioni sociali.Sono già stato testimone di alcune proteste nelle città di Tucumàn e Cordoba, e ho notato un accattonaggio piuttosto diffuso nei centri urbani, che francamente non credevo di trovare in uno dei paesi più sviluppati del continente americano. Ma dappertutto sento parlare di nuovi poveri, di persone che non riescono più a far fronte alle spese con i propri risparmi, tante famiglie costrette a tirare la cinghia, senza un granché di aspettative per gli anni a venire. Una delle cose sconvolgenti sono i prezzi al listino, che i commercianti sono costretti a riaggiornare con frequenza mensile o più. “È di nuovo aumentato il prezzo, quello sull’etichetta è il prezzo vecchio”sono le tipiche risposte dei venditori al dettaglio nei quali mi sono imbattuto. Biglietti del bus, prodotti alimentari, cure mediche, medicinali, affitti, le cui tariffe cambiano al ritmo del battito alare di un colibrì. Le banconote da 5 e 10 pesos (circa 10 e 20 centesimi di euro) hanno ormai un valore irrisorio e sono spesso sgualcite o stracciate. Personalmente cerco di disfarmene il più possibile, ma puntualmente me ne arriva una in condizioni ancora più disperate. Entro in una banca qualsiasi a chiedere i tassi di interesse applicati ai certificati di deposito e rabbrividisco all’idea di mettere i risparmi di una vita in uno strumento che ti consegnerebbe perdite nette, ma che sembra non lasciarti scampo. Tutto questo genera incertezza, erode i salari e il potere d’acquisto della popolazione.

Nelle scorse settimane ho esplorato soprattutto il nord dell’Argentina, le provincie di Jujuy e Salta, al confine con la Bolivia, Tucumàn e Santiago del Estero (concettualmente la patria del folklore argentino e cuore identitario della cultura nazionale). Il nord si è tramutato in un attrattivo turistico da poco più di una decina di anni: è ricco di storia, resti di siti archeologici precolombiani, villaggi e città coloniali sublimi come Tilcara, Cachi o la stessa Salta. Che in gran parte rimangono sconosciuti agli stessi gauchos della capitale o delle grandi città, per via delle distanze enormi, a volte incolmabili. Non solo, similmente alla Bolivia, possiede paesaggi naturali mozzafiato, dai deserti di sale di Salinas Grande, alle montagne colorate dell’Hornocal di Humahuaca e Purmamarca, che viste da lontano sembrano le tinte della tavolozza di un pittore affannato a cercare la giusta gradazione cromatica. Tutte perle turistica che quest’anno ha avuto molte meno visite del solito. E si notava. Le previsioni per il 2019 non sono incoraggianti: per gli argentini sarà un altro anno di sacrifici, a partire dalle vacanze, e per di più dovranno sorbirsi la consueta trafila di promesse da campagna elettorale, tanto enfatiche quanto irrealizzabili. 

Il potere d’acquisto, probabilmente, rappresenterà l’ago della bilancia, il termometro che stabilirà il consenso degli argentini verso l’attuale presidente, che, bizzarramente, in perfetto stile italiano, già nei primi mesi di governo deteneva un record di casi legali contro la sua persona. Macri finora poco ha potuto per risollevare le sorti economiche del suo paese, che accumula una recessione che dura da 10 mesi consecutivi (-5,9% anche a gennaio 2019). Il ritratto dell’Argentina oggi è disarmante, in realtà tutto il contrario della “terra promessa” agognata dai profughi venezuelani. Ciò che resta della grande Argentina di Juan Domingo Peròn e del miracolo economico degli anni ’60 e ’70 è un popolo allo sbando, troppo scombussolato e chissà assopito dalle male abitudini per accorgersi dell’immagine più grande nella quale è stato collocato; troppo indolenzito per reagire. 

Marco Grisenti

Mi chiamo Marco Grisenti e sono da poco entrato nell’arcano capitolo dei 30. Nato a Bolzano, cresciuto in Trentino, durante gli anni universitari, appena potevo, partivo per qualche meta Europea, abbattendo barriere fuori e dentro di me. Ho vissuto in Inghilterra, Estonia, Spagna, Lussemburgo, stretto amicizie con mondi altrimenti estranei, imparato qualche lingua e giocato al fuggitivo. Laureato in Analisi Finanziaria, nel 2014 ho passato un anno in Unicredit a Milano, impotente di fronte a tante domande. Dopodiché hanno iniziato a brillarmi gli occhi: nel 2015 in Guatemala ho lavorato per una ONG impegnata nello sviluppo di imprese sociale. Da fine 2015 vivo a Quito e lavoro come analista per Microfinanza Rating realizzando valutazioni finanziarie e di impegno sociale a organizzazioni di microcredito in America Latina. Credo in un mondo piú equo, ma sono giá follemente innamorato di questo. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la sensibilitá che incontro quotidianamente. 

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