Beni comuni

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“I beni comuni fondamentali, materiali e immateriali, sono patrimonio collettivo dell'umanità. Risorse collettive, cui tutte le specie hanno uguale diritto; sono pertanto il fondamento della ricchezzareale”. (Giovanna Ricoveri, economista e ambientalista)

Introduzione

Nel corso del XVII secolo in Inghilterra scomparvero le terre comuni o comunitarie, i commons, quelle che per diritto consuetudinario erano di uso collettivo delle popolazioni rurali. Recintate poco a poco, furono trasformate in proprietà privata con leggi apposite, le Enclosure Bills, le leggi sulla recinzione. Se la scomparsa dei commons fu, da un lato, premessa alla rivoluzione industriale perché le terre recintate servivano all'allevamento intensivo di pecore, la cui lana era a sua volta necessaria alla nascente industria tessile, essa fu, dall’altro lato, avvio di un'offensiva ideologica contro l'uso condiviso della terra, a favore della libertà di trasformarla in bene commerciale.

Ma i beni di uso comune (terre, pascoli, foreste, sorgenti da cui attingere acqua, fiumi da cui pescare, etc.) non sono nei secoli del tutto scomparsi: forme di proprietà e uso collettivo restano molto diffusi in gran parte del mondo (Paesi del cosiddetto Sud del mondo e in parte, sotto forma di usi civici, perfino nella vecchia Europa), anche se la battaglia attorno ai beni comuni non si è esaurita, così come la spinta a recintarli/privatizzarli (spinta che si è anzi accentuata). E ormai non si tratta solo di terre o risorse naturali, ma di un'amplissima gamma di beni e servizi necessari alla sussistenza degli umani e al loro benessere collettivo.

Beni privati, beni pubblici e beni comuni

Secondo la teoria economica e la definizione del premio Nobel per l'economia Paul Samuelson, le caratteristiche che distinguono i beni pubblici da quelli privati sono due. I beni pubblici possono essere simultaneamente fruiti da più individui (principio della non rivalità) e nessun individuo può essere escluso dalla loro fruizione (principio della non escludibilità). Queste due caratteristiche, tuttavia, non fanno i conti con il vincolo costituito dalla scarsità del bene. Essendo il bene pubblico limitato, va da sé che la simultanea fruizione da parte di più utenti è soggetta ad una soglia di fruibilità, che pone limiti alla quantità dei fruitori e quindi impone condizioni di escludibilità, necessarie per evitare l’esaurimento del bene stesso o il prodursi di congestione che riduca, fino al limite di annullare, l’utilità del bene stesso.

I beni comuni sono quindi secondo questi parametri non escludibili ma rivali. A questo riguardo, nel 1968, il biologo Garret Hardin ha scritto “The Tragedy of the Commons”, articolo che nel corso degli anni è stato preso come punto di riferimento nel dibattito sui beni comuni. Commons è l’antica denominazione anglosassone delle terre comuni: nell’articolo sostiene la tesi che la debolezza dell’idea di bene comune stia proprio nella libertà del suo uso da parte di chiunque. “Il fatto stesso che i commons siano di libero accesso e che non esista la possibilità di limitare il numero degli utilizzatori porta a una situazione dove il comportamento razionale di ciascuno di loro non può che causare il degrado o la distruzione della risorsa stessa, poiché essi si trovano intrappolati in una tragedia della libertà basata su un irrisolvibile conflitto tra interessi individuali e interesse collettivo, con l’inevitabile prevalere del primo sul secondo”.

L'idea di matrice essenzialmente economica di Hardin è stata però messa in discussione dalla ricercatrice Elinor Ostrom, con la pubblicazione nel 1990 di “Governare i beni collettivi”, testo in cui si rileva che, tanto la gestione autoritaria-centralizzata dei beni quanto la loro privatizzazione, non costituiscono la soluzione né sono prive di problemi rilevanti. Partendo dallo studio di casi empirici, nei quali viene mostrato come gli individui reali non siano irrimediabilmente condannati a rimanere imprigionati nei problemi legati allo sfruttamento in comune di una risorsa, è posta in discussione soprattutto l'idea che esistano dei modelli applicabili universalmente. Al contrario, in molti casi, le singole comunità (link a guida quando pubblicata) appaiono essere riuscite a evitare i conflitti improduttivi e a raggiungere accordi su un’utilizzazione sostenibile nel tempo delle risorse comuni, tramite l'elaborazione endogena di istituzioni deputate alla loro gestione. Nonostante i beni comuni siano presenti ovunque, essi sono difficili da definire, perché pur fornendo sussistenza, sicurezza e indipendenza, non sono merci. Normalmente è la comunità locale che decide chi può usarli e come.

Si possono però distinguere tre categorie di beni comuni:

-       Una prima categoria comprende l’acqua, la terra, le foreste e la pesca, equivale a dire i beni di sussistenza da cui dipende la vita, in particolare quella degli agricoltori, dei pescatori e dei nativi che vivono grazie alle risorse naturali. A questa categoria di beni comuni appartengono anche: i saperi e i semi selezionati nei secoli dalle popolazioni locali, il patrimonio genetico dell’uomo e di tutte le specie vegetali e animali, la biodiversità. Per beni comuni non s’intendono solo le risorse naturali in quanto tali, ma anche i diritti collettivi d’uso, da parte di una determinata comunità, a godere dei frutti di quella data risorsa, diritti denominati “usi civici”. Ciò che contraddistingue sia i beni comuni sia gli usi civici è la particolare forma di proprietà e di gestione degli stessi, forma comunitaria e pertanto né pubblica né privata. Contrariamente a quanto si crede, gli usi civici e le terre collettive esistono ancora e sono importanti anche nei paesi industrializzati: in Italia, ad esempio, usi civici e terre collettive ricoprono ancora 1/6 del territorio nazionale;

-       Una seconda categoria comprende i beni comuni globali: l’atmosfera, il clima, gli oceani, la sicurezza alimentare, la pace, ma anche la conoscenza, i brevetti e Internet, cioè tutti quei beni che sono frutto della creazione collettiva. Questi beni solo recentemente sono stati percepiti come beni comuni globali, dal momento cioè in cui sono sempre più invasi ed espropriati, ridotti a merce, recintati o inquinati, e il loro l’accesso è sempre più minacciato;

-       Una terza categoria è quella dei servizi pubblici forniti dai Governi in risposta ai bisogni essenziali dei cittadini, bisogni che ovviamente variano nel tempo. Si tratta di servizi quali l’erogazione dell’acqua e della luce, il sistema dei trasporti, la sanità, la sicurezza alimentare e sociale, l’amministrazione della giustizia. I processi di privatizzazione di alcuni servizi che distribuiscono i beni comuni ne mettono a rischio l’accesso universale.

Liberalizzare e brevettare

Sulla liberalizzazione dei servizi pubblici, tra cui l’acqua, sono in corso accordi internazionali come il GATS - General Agreement on Trade in Services / Accordo Generale sul Commercio di Servizi, che tende a due obiettivi fondamentali: rendere i servizi pubblici, comprese l’istruzione, la sanità, la distribuzione di acqua, gas, elettricità, ecc., aperti alla concorrenza internazionale e, di conseguenza, privatizzarli. La stessa Unione Europea, ispirandosi all’analisi e alle proposte della Banca mondiale, continua a propugnare la liberalizzazione e privatizzazione dei beni comuni come mezzi di scambio nei rapporti commerciali, come risulta anche dai negoziati con i paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) e MERCOSUR, mercato comune del sud America.

Da non dimenticare poi la crisi che investe i servizi che assicurano, più che i beni comuni, il bene comune: l’istruzione, la sanità, l’assistenza e la previdenza sociale. Ultimo, ma non meno importante e anzi particolarmente significativo, è il capitolo riguardante la conoscenza come bene comune: i brevetti delle idee, (software in particolare), l’estensione del copyright ai contenuti digitali, le politiche che tendono a rendere reato la condivisione delle conoscenze, delle formule chimiche e dei principi attivi dei farmaci e perfino del codice genetico e la cosiddetta biopirateria pongono un forte interrogativo sul futuro del progresso scientifico e tecnologico.

Infine, il tema dei beni comuni sottende a un recupero di modelli di compartecipazione e di decisione basati sulla democrazia diretta, partecipativa, per tutti coloro che hanno diritto all’accesso aperto ai beni comuni, siano municipalità, gruppi o reti cittadine, soggetti singoli o collettivi di cui nei primi anni del 2000 si è occupato fra gli altri l'ARNM (Associazione Reti Nuovo Municipio).

I mercati globali e le lotte per la terra

Con il diffondersi del modo di produzione industriale, penetrato in ogni angolo del Pianeta, ai beni comuni si è andata contrapponendo una categoria totalmente diversa di prodotti: quella del cibo/merce, destinato a esportazioni in località lontane a opera di aziende agricole e commerciali moderne e specializzate, che mirano sistematicamente ad incrementare le rese unitarie e ad abbattere i costi di produzione. Questo modello economico, funzionale allo sviluppo di mercati nazionali o sovranazionali per l’approvvigionamento di vaste masse di consumatori, è stato progettato e controllato nel corso della storia recente, in particolare dalle classi dirigenti degli Stati nazionali moderni, dal sistema organizzativo delle imprese nazionali e multinazionali e da istituzioni sovranazionali del calibro del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

A queste organizzazioni si oppongono da ormai un decennio i movimenti della società civile, che a partire da Seattle propongono modelli diversi e in arene diversificate, come il Forum Sociale Mondiale. L’autosufficienza, la sovranità e la sicurezza alimentare delle popolazioni locali, che dalle risorse naturali dipendono per assicurarsi il sostentamento, hanno storicamente costituito per questi poteri centrali niente più che ostacoli da abbattere sulla strada maestra dello sviluppo dell’agricoltura e, soprattutto, dell’incremento dei commerci.

Il meccanismo dei mercati globali ha piegato l’uomo ad aspettative di crescita illimitata, e per realizzare questo obiettivo si è fatto ricorso a ogni tipo di manipolazione meccanica o biochimica dei fattori di produzione, sviluppando ingenti possibilità tecnologiche, basate soprattutto sulle fonti energetiche fossili e su prodotti chimici di sintesi. Ciò ha comportato l’immissione di enormi quantità di sostanze nocive e persino di OGM (organismi geneticamente modificati) negli ecosistemi, con i relativi impatti destabilizzanti sulla salute umana, sui sistemi biologici e sullo stesso clima terrestre (effetto serra, cambiamenti climatici).

Ormai è ampiamente riconosciuto, oltre che da scienziati e studiosi, persino dalla FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura) che le policolture tradizionali di piccola scala sono quantitativamente più produttive delle monocolture convenzionali; eppure il senso comune dei cittadini del Nord del mondo continua a nutrire la falsa convinzione che solo l’agricoltura industriale sia in grado di sfamare un’umanità in crescita. Invece una delle principali cause della fame nel mondo sta proprio nel fatto che nei Paesi impoveriti gli ecosistemi vengono sistematicamente sfruttati mediante produzioni da reddito da esportare principalmente nei Paesi ricchi, in tal modo sottraendo risorse vitali indispensabili alla sussistenza di tanta parte delle popolazioni locali.

In tante parti del mondo le comunità rurali, in nome del diritto all’autogoverno sostenibile dei territori in cui vivono, lottano contro i piani dei detentori di capitali quando questi minacciano la possibilità di accedere a un’esistenza dignitosa: tra le esperienze più note il Movimento Sem Terra che si batte per la riforma agraria in Brasile, ma sono innumerevoli gli episodi di sofferenza di popolazioni locali colpite da provvedimenti di sviluppo territoriale che rimangono spesso sconosciuti. E’ il caso per esempio delle enclosures (privatizzazioni forzate) di vastissime terre ancestrali ricavate negli anni ’80 lungo il corso del fiume Senegal, per l’insediamento di grandi opere idrauliche e relativi progetti di agricoltura irrigua orientata all’esportazione. Le conseguenze sono state devastanti per le abitudini tradizionali delle popolazioni autoctone, causando folle di rifugiati ambientali costretti a lasciare le loro terre e sanguinosi scontri etnici tra soggetti che si contendono risorse idriche sempre più scarse anche per ragioni climatiche, ma soprattutto per l’avidità di pochi grabbers (arraffatori).

La "guerra" dell'acqua

La situazione maggiormente critica attualmente è rappresentata dall’acqua, bene comune per eccellenza, assolutamente indispensabile alla vita. Sebbene ovviamente nessuno abbia mai proposto la privatizzazione della risorsa in sé, i processi di privatizzazione che coinvolgono le reti idriche nei fatti compromettono lo status di bene comune: dove gli acquedotti sono stati privatizzati, la logica del profitto ha provocato consistenti aumenti delle tariffe, un peggioramento della qualità dell’acqua, l’esclusione dei morosi e delle fasce sociali più deboli.

Inoltre, nei Paesi più poveri l’accesso all’acqua è divenuto motivo di veri e propri conflitti - le cosiddette guerre dell’acqua - spesso dovute a un processo di nuove colonizzazioni che i Paesi ricchi hanno attuato a sfavore dei Paesi poveri, dove la maggior parte degli acquedotti è in mano a società europee e americane. Esempio emblematico sono state le giornate di aprile del 2000, quando tutta la città di Cochabamba (Bolivia) è scesa nelle strade per manifestare contro la decisione di una multinazionale statunitense, Bechtel, di privatizzare le risorse idriche del paese, manifestazioni che costrinsero il governo a revocare la legislazione sulla privatizzazione.

Nel mondo, i movimenti sociali sono sempre più protagonisti delle lotte in difesa di un’agricoltura legata a un nuovo rapporto con la terra, nonché a favore di una democrazia delle risorse idriche. In Italia, associazioni, gruppi e comitati locali già dal 2005 sono attivi nei territori con decine di vertenze aperte da cittadini, lavoratori e anche amministratori locali, portatrici di un’esigenza comune e condivisa: la necessità di una svolta radicale rispetto alle politiche liberiste che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione, provocando dappertutto degrado e spreco della risorsa, peggioramento della qualità dei servizi, aumento delle tariffe, riduzione degli investimenti, diseconomie della gestione.

Nascono così vari coordinamenti come il Forum italiano dei movimenti per l'acqua, per la promozione di una raccolta firme per la presentazione di una legge di iniziativa popolare in favore della pubblicizzazione dell'acqua, in quanto con l'articolo 23bis della legge 133/2008 si affida "il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica".

Da ricordare inoltre la campagna della rivista Altreconomia “Imbrocchiamola!” per diffondere l'uso dell'acqua del rubinetto: sono più di mille, in tutte le Regioni italiane, i ristoranti e i locali pubblici che hanno aderito. Intanto Bolivia ed Ecuador hanno recentemente approvato una nuova Carta costituzionale, che estende i diritti sociali all'acqua, al cibo, alla casa, all'energia, all'istruzione e alla salute e difende la natura e le risorse che sono alla base di quei diritti.

Bibliografia

Garret Hardin, The tragedy of Commons, in “Science”,n.162, 1968

Elinor Ostrom, Governare i beni collettivi. Istituzioni pubbliche e iniziative delle comunità, Marsilio, 2006

Giovanna Ricoveri a cura di, Beni comuni fra tradizione e futuro, Quaderni del CNS-Ecologia politica) EMI, 2005

Riccardo Petrella, Il Manifesto dell'acqua. Il diritto alla vita per tutti, EGA-Edizioni Gruppo Abele, 2001

(Scheda realizzata con il contributo di Gabriella Corona e Anna Molinari, aggiornata a ottobre 2017)

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Vandana Shiva: Il bene comune della terra