Tortura

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"Non c'è possibilità di errore: ogni regime che tortura lo fa in nome della salvezza, di qualche interesse superiore, di una promessa del paradiso. Chiamatelo comunismo, chiamatelo libero mercato, chiamatelo mondo libero, chiamatelo interesse nazionale, chiamatelo fascismo, chiamatelo civiltà, chiamatelo paradiso, chiamatelo come vi pare... per almeno una persona, in questo momento, da qualche parte del mondo, è l'inferno". (Ariel Dorfman, scrittore cileno, maggio 2004)

 

Introduzione

La tortura è una pratica che non abbandona la storia dell’uomo: fin dall’antichità in diverse culture e continenti, la mano del carnefice, al "servizio della legge" ha ripetuto gesti di crudeltà. Per secoli queste tecniche sono state adottate anche da forze dell’ordine, militari, forze paramilitari o gruppi di guerriglia, per infliggere sofferenze fisiche e psichiche al fine di strappare confessioni o punire colpevoli, prassi giustificate e legittimate da codici e giurisdizioni di molti Paesi. A partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo, il sistema giuridico internazionale ne proibisce in più protocolli e norme l’utilizzo in qualsiasi circostanza. Ciò nonostante la tortura persiste e si è anzi perfezionata fino ad avvalersi di tecniche sempre più sofisticate. E dopo l’11 settembre nel nome della cosiddetta "guerra al terrorismo" la tortura è stata praticata anche in molte democrazie occidentali. La sua eliminazione - sia come prassi sia attraverso il divieto esplicito sancito da specifiche leggi - costituisce oggi una della maggiori sfide della comunità internazionale.

 

Tortura collaterale

È riconosciuto ufficialmente che una escalation di queste pratiche è stata alimentata dall’avvio della guerra globale al terrorismo. Nel post 11 settembre si sono assottigliati gli standard di tutela dei diritti dei detenuti e dei sospetti di terrorismo, soprattutt immigrati. Il sistema di protezione dei diritti umani ha conosciuto una seria offensiva a causa di abusi “legittimati” dall’emergenza internazionale. Negli Stati Uniti la mobilitazione contro il terrorismo ha portato all’adozione di leggi speciali (Patriot Act) e all’autorizzazione alla tortura brutale dei sospetti di affiliazione a organizzazioni terroristiche.

A catena questo approccio ha trovato riflesso in molti altri stati, sdoganando pratiche come arresti arbitrari, detenzioni a tempo indeterminato senza accusa né processo e tortura. «Ha legittimato pratiche orribili, ci appelliamo ai governi perché cooperino, non solo al fine di chiarire i fatti, ma anche perché si impegnino a non aprire in futuro altri centri di detenzione segreti», la denuncia ufficiale (in .pdf) è stata pronunciata nel marzo 2009 dallo speciale rapporteur dell’Onu per la difesa dei diritti umani nella lotta al terrorismo, Martin Scheinin, durante la presentazione al Consiglio dell’Onu per i diritti umani di uno studio sulle carceri segrete usate negli ultimi anni, in particolare dagli Stati Uniti, ma anche da altri come Sri Lanka e Pakistan e una decina di altri stati in tutti i continenti.

 

La tortura nel mondo

Brutali violazioni del rispetto della dignità e dell'integrità fisica dell'uomo non vengono quindi perpetrate solo in paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina sconvolti da conflitti armati o tensioni sociali, politiche, etniche o religiose. La tortura è prassi sistematica sotto regimi repressivi che vivono nell’oppressione della popolazione, ma anche negli stati più sviluppati e democratici. Una visione di insieme è suggerita dal Rapporto 2008 redatto dall’organizzazione per i diritti umani Amnesty International: “a 60 anni dall'adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani la tortura è ancora presente in almeno 61 paesi e processi iniqui si celebrano in almeno 54 paesi”.

Ancora più pessimistico il quadro offerto dai dati dell’Unione Europea, che parla di ben 102 paesi in cui si pratica la tortura. Si stima inoltre che l'Europa accolga ben 400.000 i rifugiati vittime di tortura e ogni anno arrivino 16.000 richiedenti asilo sopravvissuti a esperienze di tortura. Violenze, torture e vessazioni albergano nelle carceri algerine, come in Gran Bretagna contro i ribelli dell’Ira; in Marocco contro i profughi saharawi, come in Cina nei confronti dei dissidenti; sono state applicate dalle truppe americane in Vietnam il secolo scorso, come nei nostri giorni nella prigione di Guantanamo o a Bagram in Iraq; dalle dittature sudamericane nei decenni passati fino al Myanmar o ancora in Darfur degli ultimi anni.

 

I metodi dell'orrore

Il metodo di tortura ampiamente più diffuso tra gli agenti di polizia dei vari paesi è quello delle percosse, inflitte con pugni o qualsiasi altro strumento. Molto diffusi sono lo stupro e gli abusi sessuali sui prigionieri. Tra gli altri metodi più comuni c'è l'elettroshock (accertato in 40 paesi) o le cinture elettriche, la sospensione del corpo (oltre 40 paesi), colpi di bastone sulla pianta dei piedi (oltre 30 paesi), soffocamento (oltre 30 paesi), finte esecuzioni e minacce di morte (oltre 50 paesi) e detenzioni in isolamento prolungate (oltre 50 paesi). Si annoverano poi l'immersione in acqua o la simulazione di annegamento (waterboarding), la privazione del sonno e delle funzioni sensitive e molte altre pratiche.

Alle violenze fisiche, si aggiunge la pressione psicologica che non lascia sempre ematomi o cicatrici sul corpo, ma è in grado di ferire la mente, anche in modo irreparabile. Tecniche di tortura, inumane e crudeli, che si ripetono ovunque nelle carceri create dagli americani in Iraq, come dai regimi repressivi in ogni altra parte del mondo, come mette in luce Human Rights Watch. É come se esistesse, commenta lo studioso Alfred McCoy, “un codice internazionale di torture sconfessato da molti e utilizzato da tutti. Codice le cui norme si reggono sull’isolamento, la deprivazione sensoriale, minacce, derisione, droghe, maltrattamenti ai genitali con uso di corrente elettrica, violenza auto-inflitta, soffocamento tramite secchi d’acqua che sembrano far esplodere il cervello e quanto di peggio riusciate ad immaginare”.

 

Un "mercato" che non conosce crisi

Legato a questa perpetuazione di violazioni, un continuo commercio di attrezzature studiate per infliggere dolore si sviluppa attraverso molti paesi. Più di 120 imprese di oltre 22 paesi sono coinvolte nella
produzione, vendita e diffusione di equipaggiamenti, personale o addestramento a soggetti che potrebbero usufruirne per compiere violazioni dei diritti umani. Nel rapporto Stopping the Torture Trade Amnesty International ha denunciato, tra il 1998 e il 2000, almeno 185 aziende di 25 paesi. Gli Usa alla guida della classifica, con almeno 97 aziende produttrici di armi elettriche, seguiti da Germania (30 aziende), Taiwan, Francia, Corea del Sud, Cina, Sudafrica, Israele. Ma anche Gran Bretagna, Spagna, Repubblica Ceca, Polonia, Russia si distinguono con un variegato campionario di strumenti di crudeltà (bastoni, ceppi di ferro serragambe, serrapollici, manette "da elefante", pistole paralizzanti, strumenti chimici "antisommossa"…). Arnesi al limite del lecito, spesso illegali negli Usa e in Europa, ma utilizzati in paesi come Cina, Arabia Saudita, Egitto, Sudafrica, Israele, e lì legalmente esportati, praticamente senza controlli, anche grazie a triangolazioni e operazioni di intermediazione.

 

Vittime indiscriminate

Chiunque può divenire vittima di torture, a prescindere dall'età, dal genere, dall'appartenenza etnica e delle convinzioni politiche. Spesso sono vittime leader politici e portavoce di diritti umani, giornalisti, prigionieri politici, leader studenteschi. Altrettanto spesso lo sono criminali comuni o individui provenienti dai settori sociali più disagiati o appartenenti a minoranze di ogni tipologia: etniche, religiose, sessuali. Per esempio, la maggioranza delle vittime della brutalità della polizia in Europa e negli USA sono neri, o appartenenti a minoranze etniche come i rom. Allo stesso modo gli indios delle Americhe sono stati torturati nell'ambito di dispute territoriali. In Australia gli aborigeni muoiono in carcere in seguito a maltrattamenti.

Immigrati, lavoratori all’estero e richiedenti asilo, spesso incappano nei maltrattamenti xenofobi e razzisti delle forze di sicurezza. Nei conflitti armati, la tortura è poi usata come strumento di pulizia etnica. La tortura e i maltrattamenti basati sull'identità sessuale sono un problema mondiale sottostimato, che si reitera talvolta nel nome della morale e della religione. La violenza non conosce pietà neanche per i bambini, particolarmente vulnerabili a stupri e abusi sessuali, e per le donne. Come evidenziato in numerosi conflitti, dall’ex Jugoslavia, all’Africa centrale e la Sierra Leone, lo stupro di massa di donne nemiche è un'arma molto usata.

 

La legislazione e la sfida internazionale

La comunità internazionale si è espressa per la prima volta contro il perpetrarsi di queste gravi violazioni nell'art. 5 della Dichiarazione Universale: “nessuno può essere sottoposto a tortura e a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti”. Nel 1966, il divieto della pratica della tortura fu inserito nel Patto internazionale sui diritti civili e politici (in .pdf). É stato inoltre oggetto di una specifica risoluzione adottata dall'Assemblea generale nel 1975: la Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone sottoposte a tortura ed altri trattamenti crudeli, inumani degradanti. A livello regionale, disposizioni in materia di tortura sono previste nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo (1950), nella Convenzione americana sui diritti dell'uomo (1969), nella Carta africana sui diritti dell'uomo e dei popoli (1981), nella Dichiarazione islamica sui diritti dell'uomo (1981) e nella Carta Araba sui diritti umani (1994).

Lo strumento di carattere universale adottato in materia è la Convenzione contro la tortura e gli altri trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, adattata dall'Assemblea generale nel 1984 ed entrata in vigore nel 1987. Questo protocollo prevede una serie di obblighi per gli Stati aderenti. In particolare autorizza ispettori dell'ONU e osservatori dei singoli Stati a visite a sorpresa nelle strutture carcerarie per verificare l'effettivo rispetto dei diritti umani, stabilisce il diritto di asilo per le persone che al ritorno in patria potrebbero essere soggette a tortura. Per assicurarne l’attuazione, è stato istituito il Comitato contro la tortura (CAT), dedito al monitoraggio, anche se solo per gli Stati che abbiano ratificato il Protocollo addizionale. In stretta correlazione opera anche il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura. Eppure questo corpo internazionale poco può contro la diffusione della tortura nel mondo. Che si parli di diritti umani in Cina, nel Myanmar o nel Darfur però, proteste internazionali, risoluzioni e delibere delle Nazioni Unite restano sovente inascoltate.

Grande attenzione in questo quadro meritano gli Stati Uniti e il significativo cambiamento di rotta del nuovo presidente Obama. Gli USA hanno maturato una tradizione di violazione dei diritti umani, dalle pratiche di indagine della CIA durante gli anni della guerra fredda fino alla lotta al terrorismo dei giorni nostri. Il presidente Bush, in particolare, ha autorizzato la Cia a ricorrere alla detenzione e agli interrogatori segreti, sebbene ciò si configuri come crimine internazionale di sparizione forzata. Nel libro Una questione di tortura di Alfred McCoy si trova un bilancio della guerra al terrore nelle carceri speciali Usa: “Quasi 14.000 ‘detenuti di sicurezza’ iracheni sottoposti a interrogatorio duro, spesso con tortura; 1.100 prigionieri ‘di alto valore’ interrogati con tortura sistematica, a Guantanamo e a Bagram; 150 rendition (sequestri di persone e detenzioni segrete) extralegali di sospetti terroristi in nazioni note per la loro crudeltà; 68 detenuti morti in circostanze sospette; 36 detenuti di alto rango affiliati ad Al Qaeda sottoposti per anni alle torture della Cia e 26 detenuti assassinati durante l’interrogatorio, almeno 4 dei quali dalla Cia”.

Queste violazioni sono state più volte condannate dall’Onu e da associazioni per i diritti umani e paesi alleati. Nel gennaio 2008 il neopresidente Back Obama, fra i suoi primi atti, ha finalmente ordinato alle agenzie governative di attenersi durante gli interrogatori alle limitazioni contenute nel Manuale dell'esercito, che vieta la simulazione di annegamento precedentemente autorizzata. Ha chiesto inoltre una revisione delle pratiche di detenzione e interrogatorio. Il presidente democratico ha ordinato anche la chiusura del centro di detenzione di Guantanamo Bay, a Cuba, dove sono detenuti da anni e senza processo molti stranieri sospettati di terrorismo.

Tutto questo però non è abbastanza. Per Amnesty international, mancherebbe chiarezza in particolare sui sui centri di detenzione segreti: "Se da un lato viene revocato l'ordine firmato da Bush il 20 luglio 2007 che autorizzava la Cia a portare avanti il programma delle detenzioni segrete iniziato nel 2001 – ha spiegato Riccardo Nury, portavoce di Amnesty International Italia - dall'altro non c'è un'espressa proibizione per i servizi di intelligence a fare ricorso a tali pratiche… bisogna essere molto chiari per evitare che possano rimanere aperte delle fessure che lascino margine a interpretazioni e discrezionalità".

Da un'analisi del provvedimento emerge solo un riesame delle regole attinenti alle "renditions" con l'istituzione di una speciale task force incaricata di esaminare le pratiche di trasferimento di persone verso altri Paesi nel rispetto delle norme internazionali. Inoltre, come illustrato in una lettera indirizzata da Human Rights Watch a Leon Panetta, nuovo capo della Cia, andrebbe rivisto anche il sistema delle assicurazioni diplomatiche di trattamenti umani con cui numerosi detenuti sono stati inviati in paesi in cui sono stati poi oggetto di torture.

 

Le iniziative dell'Unione Europea

Diverse iniziative sono state assunte in ambito europeo: oltre all’art. 3 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo e delle libertà fondamentali, è stata elaborata dal Consiglio d'Europa la Convenzione europea per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani e degradant ( in .pdf), un meccanismo di natura preventiva attuato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene inumane e degradanti che effettua visite nei luoghi in cui delle persone sono private della libertà da parte di una autorità pubblica.

I governi europei sembrano però seguire un doppio binario, come denuncia l’introduzione al rapporto 2008 di Amnesty International, sottolineando che al di là dell’unione di valori e standard comuni, “nel 2007 sono emerse nuove prove che vari Stati membri dell'Ue si sono voltati dall'altra parte o hanno colluso con la Cia nel sequestro, nella detenzione segreta e nel trasferimento illegale di prigionieri verso paesi in cui sono stati sottoposti a torture o ad altri maltrattamenti.

Come denunciato più volte da Human Rights Watch diversi stati europei sono colpevoli: “Le assicurazioni diplomatiche non proteggono dalla tortura – ha commentato Holly Cartner, direttrice di Human Rights Watch Europa e Asia Centrale - I governi europei hanno usato queste vuote promesso come una foglia di fico per giustificare l’invio di persone in luoghi dove rischiavano di essere torturati”. Nonostante i ripetuti richiami del Consiglio d'Europa, nessun governo ha indagato a fondo o ha posto in essere misure adeguate per prevenire l'ulteriore uso del territorio europeo per rendition e detenzioni segrete. Al contrario, alcuni governi europei hanno cercato di annacquare la sentenza del 1996 della Corte europea dei diritti umani che proibisce il rinvio di persone sospette verso paesi dove potrebbero rischiare la tortura.”.

Ad aggravare il quadro anche le riduzioni dei finanziamenti per la cura delle vittime di tortura degli ultimi anni e l’adozione di un codice contro il traffico di strumenti di tortura “troppo debole”, come messo in luce nel 2006 da Amnesty International. La normativa mostra diverse lacune: la mancanza fra gli strumenti vietati di prodotti equivalenti a strumenti di tortura o esecuzione o di strumenti di dubbio uso; la possibilità ancora vigente per singole aziende e persone di stipulare accordi al di fuori dell'Europa su prodotti facilmente utilizzabili per torturare; la mancanza di controllo sul territorio europeo del transito di strumenti di tortura da parte di aziende non europee. Facile comprendere come le difficoltà mostrate sia dagli Stati Uniti che dall’Unione europea nella tutela dei diritti umani al proprio interno, si ripercuota in un indebolimento della loro capacità di influenzare altri governi.

 

La tortura in Italia

Nel 1987 l’Italia ha ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, impegnandosi ad adattare l'ordinamento interno introducendo uno specifico reato di tortura. Eppure all’interno del codice penale ancora oggi non vi è alcun riferimento. Una grave lacuna, commenta Amnesty internatonal, “non soltanto perché la tortura resta "senza nome" nel nostro ordinamento, ma anche perché gli atti di tortura e i maltrattamenti di cui sono accusati i pubblici ufficiali vengono perseguiti come reati ordinari (quali l'abuso d'ufficio e le lesioni personali), puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione”.

La portata di questo vuoto normativo è stata messa in luce nel marzo 2008, quando i pubblici ministeri del processo sui fatti accaduti presso la caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001, riconoscendo l’"oggettiva vessazione nei confronti di tutti i detenuti e per tutto il periodo della loro permanenza presso il sito", hanno segnalato la difficoltà di ricondurre i fatti che costituirebbero tortura e l'assoluta necessità di colmare questa lacuna. Ciò nonostante, il 4 febbraio 2009, il Senato italiano a scrutinio segreto ha bocciato l'emendamento al ddl sicurezza che avrebbe introdotto il crimine di tortura. “Un voto vergognoso e indecente - ha denunciato Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione "Antigone" impegnata sul tema. Una inadempienza gravissima e pericolosissima. Un voto di questo genere ci allontana dalle democrazie occidentali e ci avvicina ai regimi fascisti".

Inoltre l’Italia non ha ancora ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, il quale impone l'adozione di meccanismi di prevenzione della tortura e dei maltrattamenti, tra cui una istituzione indipendente di monitoraggio. Fra le posizioni ambigue italiane, anche il coinvolgimento in pratiche illegali di rendition: la commissione temporanea del Parlamento Europeo (Tdip), che ha svolto l’indagine sul coinvolgimento dei Paesi europei nelle rendition, ha svelato che tra il 2001 e il 2005 gli aerei legati alla Cia hanno fatto scalo almento 46 volte in Italia. Tre sono i casi di rendition che chiamano direttamente in causa l’Italia: Abu Omar (rapito a Milano nel 2003), Maher Arar (condotto nel 2002 verso la Siria da un volo Cia per Amman con scalo a Campino) e Abou El Passim Britel (cittadino italiano arrestato in Pakistan nel 2002 e tuttora imprigionato in Marocco).

Oltre a queste due gravi mandanze l’Italia ha ancora molti passi da compiere, come sottolineato da Amnesty Italia in occasione della Giornata internazionale per le vittime di tortura. In primo luogo l’Italia dovrebbe non fare affidamento sulle ‘assicurazioni diplomatiche’ fornite da altri governi, secondo le quali le persone espulse dall’Italia non saranno torturate dopo l’arrivo. In questo contesto si inserisce nel febbraio 2009 la condanna dalla Corte europea dei diritti umani all’Italia in merito al rimpatrio forzato in Tunisia di Essid Sami Ben Khemais, in virtù delle “assicurazioni diplomatiche fornite dalla Tunisia”, in violazione dell'art. 3 della Convenzione europea sui diritti umani, relativo al divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti. Fra le richieste avanzate al governo da Amnesty anche un adeguamento delle norme del decreto Pisanu sulle espulsioni affinché risultino conformi agli standard internazionali sui diritti umani in materia di tortura;infine l’effetto sospensivo dell’espulsione nei casi di ricorso contro il diniego dello status di rifugiato, introdotto dalle norme sull’asilo entrate in vigore nel marzo 2008.

 

Bibliografia

McCoy A. W., Una Questione di Tortura, Socrates 2008

Carboni D., Breve storia della (mancata) introduzione del reato di tortura in Italia, in Onorare gli impegni. L’Italia e le norme internazionali contro la tortura, a cura di Gonella P. e Marchesi A., Sinnos, Roma, 2006

La tortura nell'era della "guerra al terrore", Amnesty International,
EGA Editore, Torino, maggio 2006

Bovini C., Guantanamo. Usa, viaggio nella prigione del terrore, Einaudi, Torino 2004

Non sopportiamo la tortura, Amnesty International. 2000, Rizzoli

Voli segreti. Il rapporto del Consiglio d'Europa sulle operazioni coperte della Cia negli Stati europei, Amnesty International, con una prefazione di Armando Spataro, EGA Editore, novembre 2006

 

Documenti utili

Rapporto Annuale 2008 Amnesty International

Protocollo opzionale alla Convenzione contro la Tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti

Stopping the Torture Trade (Amnesty International)

 

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

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Video

Genova G8: Torture alla caserma di Bolzaneto