Siria: dieci anni di “inutile strage”

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Foto: Unsplash.com

Il 4 marzo 2021 è stato il decimo anniversario della rivolta contro il dittatore siriano Bashar al-Assad. I primi anni dopo l’inizio della rivolta, il regime e i suoi alleati Russia e Iran sono stati responsabili di numerose violazioni dei diritti umani e di crimini di guerra tra la popolazione, ma negli ultimi tre anni, la Turchia, membro della NATO, e le milizie islamiste sostenute anche dalla Turchia, sono state responsabili di crimini contro la comunità non sunnita e non araba. Tra questi popoli minacciati ci sono i curdi, gli armeni, i caldei assiro-aramaici, gli alevi, i drusi, i cristiani, gli yezidi e altre minoranze del paese che hanno visto le loro vite e i loro diritti costantemente violati. Oltre al regime di Damasco e a quello di Ankara, quasi tutti i gruppi armati hanno commesso gravi violazioni nei confronti di queste minoranze e ancora oggi in Siria non passa giorno senza uccisioni extragiudiziali, arresti, sparizioni, torture, reinsediamenti ed espulsioni forzate. Per l’Associazione per i popoli minacciati (APM) nonostante questi 10 anni di guerra dal bilancio drammatico, “la comunità internazionale e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu sembrano essersi rassegnati a questa tragedia”. Le richieste trasversali del popolo siriano per la democrazia, la libertà e la pace sono state completamente ignorate e l’ingarbugliata situazione geopolitica e gli interessi strategici in campo hanno impedito fino ad oggi la fine dell’ennesima “inutile strage”.

Come ben ricorda l'Atlante delle guerre e dei conflitti del Mondo in dieci anni di guerra sono morte quasi 590 mila persone e più di 12 milioni sono stati i profughi (tra sfollati interni e rifugiati all'estero) scappati dal campo di battaglia siriano. Secondo i rapporti di varie organizzazioni internazionali per i diritti umani, sono circa 1.734 i civili uccisi solo nel 2020, tra cui 326 bambini e 169 donne. Sempre lo scorso anno sono stati calcolati 1.882 arresti arbitrari, 157 persone sarebbero state torturate a morte, mentre centinaia di migliaia di persone sono state sfollate o costrette a lasciare le loro case. Per l’APM “Il regime di Damasco e i suoi alleati rimangono responsabili della maggior parte di questi crimini, tuttavia, non è possibile ignorare le responsabilità della Turchia e delle milizie islamiste" facilitati dall’atteggiamento della NATO, “che sta agendo senza strategia e senza accordo”. Per anni, i curdi e altri gruppi etnici nel nord della Siria hanno difeso i “valori occidentali” come la diversità religiosa, i diritti delle donne e la coesistenza pacifica dei popoli contro il cosiddetto “Stato Islamico” e hanno chiesto una Siria democratica dopo Assad. “Purtroppo - sostiene l’APM - l’Occidente, specialmente Donald Trump e Angela Merkel, li hanno consegnati al coltello di Erdogan. Lo sconforto dell'Europa e il vagare dell'amministrazione americana sotto Trump, sono diventati un disastro, specialmente nel nord della Siria.  Questa politica sbagliata ha rafforzato Putin, Erdogan, Assad e gli islamisti siriani. Gli stati democratici sembrano incapaci di agire e l'invocazione solo mediatica dei diritti umani universali non può che sembrare cinica retorica nel nord della Siria”. 

Forse, come suggerisce l’APM, è giunto il momento di ripensare la politica occidentale sulla Siria e prendere contromisure visto che oltre i 10 anni dall’inizio del conflitto sono già passati tre anni dall’inizio dell’invasione della regione curda di Afrin nella Siria settentrionale da parte delle truppe turche. Questa operazione militare, partita il 20 gennaio 2018 in completa violazione del diritto internazionale ha avuto gravissime conseguenze sulla popolazione civile. Secondo APM solo l’anno scorso in questa area almeno 58 civili sono stati assassinati dalle forze di occupazione turche e dai mercenari siriani da loro sostenuti, sono state rapite 987 persone, di cui 92 donne, sono state confiscate dalle milizie islamiste 250 case curde e i santuari di Yezidi e Alevi assieme ai cimiteri musulmani curdi vengono ancora regolarmente distrutti o saccheggiati. Non parliamo poi dei continui attacchi alla cultura e alla lingua curda: “alle località vengono improvvisamente cambiati i nomi in turco o in arabo. L’ex Piazza della Libertà di Afrin si chiama ora Piazza Ataturk. La piazza con il nome curdo Kawa è stata ribattezzata Ramo d'Ulivo in onore dell'offensiva turca avvenuta in violazione del diritto internazionale. La lingua curda viene oppressa e il turco viene imposto alla popolazione. Le bandiere turche sono esposte sulle uniformi scolastiche e i cittadini siriani sono costretti a portare la carta d'identità turca”. La conseguenza è che la percentuale della popolazione curda, compresi gli yezidi, gli alevi e i cristiani, è scesa dal 96% a meno del 35%.

Anche l’economia della regione di Afrin è stata saccheggiata. “Nell’ambito dell'Operazione Ramo d'Ulivo, nella regione di Afrin sono stati distrutti circa 314.400 alberi di ulivo. La produzione di olive e di olio d'oliva è uno dei principali settori economici della regione e a quanto pare, l'esercito turco ha voluto privare la popolazione del suo sostentamento economico”, ma non solo distruggendolo. Fonti dell’APM hanno riferito che nel 2020 il governo turco ha esportato verso la Germania e altri paesi dell’Unione europea, olio d’oliva proveniente dalla regione curdo siriana di Afrin. Le indagini del portale Afrinpost hanno dimostrato che l’esercito turco ha saccheggiano per mesi le scorte di olive e le piantagioni nel nord-ovest della Siria. Le aziende turche portano poi l'olio d'oliva rubato in Turchia attraverso il valico di frontiera di Hamam, a ovest della città di Afrin. Lì viene reso disponibile per le esportazioni finali. Prima dell'inizio della rivolta siriana nel 2011, i contadini curdi vendevano il loro olio d’oliva per oltre quattro dollari al chilogrammo, adesso i pochi agricoltori rimasti ne prendono meno della metà, spesso solo un terzo. Nella maggior parte dei casi, i leader delle milizie siriano-islamiche sostenute dalla Turchia hanno agito da intermediari estorcendo l'olio d'oliva senza alcun compenso. La perdita totale per l'industria olivicola della regione è stimata tra i 65 e gli 80 milioni di dollari ogni anno. “Questo denaro non è stato perso ovviamente, ma è finito solo in altre tasche. Una parte rimane direttamente alle milizie islamiste della regione, mentre con i proventi delle esportazioni, la Turchia finanzia le sue milizie anche in altre regioni” ha spiegato l’APM. A quanto pare al valoroso '"occidente" va bene così!

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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