"Niente più vittime, niente più martiri"

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Lo scorso novembre era toccato a Pualino Guajajara, era un capo pattuglia dei “Guardiani della Foresta” del popolo Guajajara dell’Amazzonia brasiliana. Sorpreso con suo cugino da un gruppo di tagliaboschi illegali è stato ucciso con due colpi di pistola, mentre suo cugino è stato “solo” ferito ed è riuscito a scappare. Poi a dicembre tra i villaggi di Boa Vista e El Betel, a 506 chilometri a sud di São Luis, la capitale dello Stato di Maranhão, è stata la volta di altri due membri del popolo Guajajara: “un’auto di colore bianco è passata sulla BR-226, l’arteria che taglia in due l’Amazzonia brasiliana, ha rallentato davanti al gruppo di indigeni che stava rientrando da una riunione sul tema della sicurezza e ha esploso numerosi colpi di arma da fuoco. Raimundo e Firmino Guajajara sono morti, altri due indigeni sono rimasti gravemente feriti”. È stato l’ennesimo attentato alla vita e ai diritti di questa vasta tribù presa di mira per il suo impegno per la difesa delle aree protette e la battaglia contro l’esercito di taglia legna illegali che appicca gli incendi nella foresta pluviale.  “Ci stanno ammazzando tutti” ha dichiarato Magno Guajajara, portavoce della tribù.

Sônia Guajajara, già candidata a vice presidente dello Stato del Maranhão con il Psol, ha denunciato l’escalation di violenza e di aggressioni nei confronti degli indigeni che vivono in quel territorio: “Altri due fratelli Guajajaras sono stati assassinati. Niente più vittime, niente più martiri, vogliamo sentire solo le voci di persone vive”. Una presa di posizione che ha trovando il supporto di Survival InternationalAmnesty International e del network internazionale Salva le Foreste che hanno condannato l’attacco e chiesto “immediati chiarimenti sulle circostanze di queste morti e sulla tutela dei diritti umani delle popolazioni indigene”. Non sono arrivati, come non sono arrivati chiarimenti per la morte di Erisvan Soares, di 15 anni, che ad inizio dicembre è stato ucciso in un campo di calcio ad Amarante, vicino alla riserva indigena di Arariboia dove viveva, sempre nello Stato del Maranhão. Per la polizia quest’ultimo omicidio “non è un crimine d’odio, né è legato alla battaglia per la terra”, mentre per il Consiglio Indigenista Missionario (Cimi), “la sequenza di assassinii appare inquietante e anche quest'ultimo sembra essere legato alla difesa dei diritti indigeni”, ha spiegato Gilderlan Rodrigues, coordinatore del Cimi in Maranhão. 

Di fronte a queste violenze il ministro della Giustizia brasiliano, Sergio Moro, ha deciso l’invio di una forza speciale nella zona per i prossimi tre mesi (forse più un pericolo che una risorsa per i Guajajara), ma a colpire è il silenzio del Governo e del presidente Jair Bolsonaro che ha sempre evitato di condannare questi omicidi anche alla luce della sua posizione sull’Amazzonia, terra ricchissima di materie prime da sfruttare anche a costo di qualche vittima che si ostina a difendere foreste e terre da sempre appartenute ai loro avi e a loro affidate dalla Costituzione. I nemici per Bolsonaro non sono i sicari al soldo di chi vuole quelle aree, ma le ong e le associazioni che si sono schierate a difesa delle tribù “perché vogliono mantenere isolati gli indigeni”. Ma la vita dei popoli indigeni è in pericolo anche in Nicaragua, dove nella riserva di Bosawás, un’area protetta grande circa 2,2 milioni di ettari, situata vicino alla frontiera con l'Honduras e riconosciuta dal 1997 come biosfera e patrimonio biologico globale dall’Unesco, lo scorso 28 gennaio, un gruppo di circa 80 persone armate ha assalito un villaggio di indigeni Mayangna. Dopo aver bruciato alcune case, gli assalitori hanno sparato agli abitanti del villaggio uccidendo almeno sei persone. Altre dieci persone risultano scomparse dopo l’aggressione. 

L’Associazione per i Popoli Minacciati (Apm) ha chiesto maggiore tutela per la popolazione indigena del Nicaragua e la fine dell’impunità per i crimini commessi contro gli indigeni del Paese. Come in Brasile anche qui da anni le popolazioni indigene che abitano l'area, che è di fatto la più grande foresta vergine a nord dell’Amazzonia, lamentano l'aumento drammatico del disboscamento illegale e delle aggressioni da parte dei taglialegna. Le immagini satellitari documentano il progressivo incremento delle aree disboscate e sfruttate per l’agricoltura all’interno della riserva, aree che oggi coprono il 31% del territorio. Per l’Apm “Nel 2000 l’area disboscata illegalmente copriva il 15% della riserva. I disboscamenti illegali stanno mettendo a rischio l'intero ecosistema dell'area e distruggono la base vitale delle popolazioni indigene che nei boschi e dei boschi vivono. Le aggressioni armate contro le popolazioni indigene per appropriarsi illegalmente della terra purtroppo non sono un’eccezione e solitamente restano impunite”. In Nicaragua vivono circa 30.000 nativi Mayangna. L’assassinio di indigeni è abbastanza diffuso e nei pochi casi in cui gli aggressori vengono arrestati, questi solitamente vengono assolti in giudizio per mancanza di prove. Secondo l’Apm, “il problema reale è che al Nicaragua manca la volontà politica per perseguire i crimini commessi contro la sua popolazione nativa”.  

Come in Brasile, anche in Nicaragua il profitto generato dallo sfruttamento della foresta vale di più della vita degli indigeni, anche se forse nei prossimi mesi qualcosa potrebbe cambiare. A fine gennaio tre cittadini nicaraguensi sono stati arrestati in Costa Rica con l'accusa di aver assassinato un’intera famiglia nella riserva indigena Maio nell’ottobre del 2019. L’arresto ha fatto scalpore e anche se l'esito del processo non è scontato, la società civile si sta mobilitando per costringere il Governo del Nicaragua a porre finalmente fine a questa guerra non dichiarata contro le popolazioni indigene e contro l’ambiente.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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