Leggi, sostanze, propaganda e persone

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Immagine: 15121.it

La campagna elettorale in atto ha riportato all'ordine del giorno la questione droghe, scatenando spesso in modo strumentale le ossessioni politiche per le dipendenze. Un dibattito avviato senza preoccuparsi troppo di capire cosa pensano e cosa farebbero le persone che con chi è affetto da dipendenze ci lavora da anni, quando non da una vita intera. Abbiamo provato a farci un'idea ascoltando le realtà che in questi ultimi mesi, con professionalità e competenza, hanno dato un contributo più costruttivo e meno mediatico al dibattito a cominciare dalla Federazione italiana delle comunità terapeutiche (Fict), che il 13 maggio ha affrontato, in occasione della pastorale della salute della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), la questione dei giovani e delle dipendenze, partendo da alcuni dati particolarmente significativi: “4 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni hanno sperimentato sostanze psicoattive illegali almeno una volta nel 2017” e “Negli ultimi 5 anni i minori in carico al servizio sanitario per problemi di dipendenza sono più che raddoppiati”.

Secondo Luciano Squillaci, presidente della Fict È chiaro a tutti ormai che ci troviamo di fronte ad un un fenomeno in costante evoluzione e difficilmente controllabile, di contro abbiamo un sistema italiano di contrasto e cura rimasto fermo al modello classico, pensato e costruito per l’eroina”. Dall’ultima edizione dal rapporto Espad un dato emerge con terribile chiarezza: si è abbassata notevolmente la percezione dell’uso di sostanza come comportamento a rischio. Per Squillaci oggi “I ragazzi hanno una percezione fuori dalla realtà, e l’uso della cannabis è ormai ritenuto normale, in diversi casi persino legale. Circa 800mila studenti affermano di aver assunto sostanze, sono il 33% della popolazione studentesca”. Sul policonsumo poi “gli adolescenti italiani sono i primi in Europa. E per quanto riguarda lo spaccio e il traffico, c’è una tendenza pericolosissima, in costante aumento e senza dati ufficiali, che vede utilizzare i ragazzi under 14 come strumenti di spaccio proprio per la loro impunibilità”.

Non è un caso se i minori in carico al servizio sanitario per problemi di dipendenza  in 5 anni sono più che raddoppiati e quelli entrati nel circuito della giustizia minorile sono stati addirittura 4.055. Nel 2017 sono stati segnalati all’autorità giudiziaria 1.334 minori, di cui 498 sono stati posti in stato di arresto, di questi solo 90 sono entrati in Comunità terapeutica e 10 in Comunità socio educative. Sono invece già 25 mila i minori e i giovani adulti in carico agli uffici del servizio sociale per i minorenni, di questi solo 2.000 sono in strutture specializzate, circa il 30% di ragazzi con diversi disagi non trova posto nei servizi specializzati. Secondo Squillaci le prospettive su cui dobbiamo lavorare sono diverse: "Investire sulla prevenzione e su percorsi a sostegno del benessere della persona con interventi educativi continuativi e strutturati, ma nel contempo aumentare i servizi specifici per minori con problemi di dipendenza e per i minori con problemi psichiatrici (attualmente molti ragazzi con problemi di dipendenza finiscono in comunità educative) visto che i servizi specializzati sono troppo pochi”.

Una cosa pare centrale, ed è spesso assente dal dibattito politico sulle dipendenze, e cioè che la questione droga non può essere affrontata a partire dalle pene, ma dalle persone, in particolare dai giovani, che sono il nostro futuro ed è nostro compito preservarli e proteggerli, dando messaggi educativi chiari e servizi adeguati. Secondo Squillaci oggi “Il contenitore relazionale ed educativo ha molti gap come ‘buchi dello scolapasta’. Il nostro compito di educatori è offrire la speranza di poter riempire questi vuoti con nuove esperienze attive rappresentate dall’ “agire bene” (volontariato, servizio civile, oratori, sport, scuola...). Dobbiamo riconsegnare ai giovani un nuovo senso di appartenenza alla comunitàOffrire nuove speranze e progettualità, le loro progettualità, che sono per forza di cose diverse dalle nostre. Se non conosciamo i loro sentimenti, i loro desideri rischiamo di creare una grande confusione e di dare spazio a relazioni digitali fino all’autismo tecnologico che è solitudine affettiva”.

Occorre, quindi, fare qualcosa e farlo in fretta, andando oltre gli spot contro la legalizzazione, perché come hanno ricordato CncaForum DrogheAntigoneCgilFP-CgilLilala Società della RagioneItarddComunità di S. BenedettoGruppo AbeleLegacoopSociali: “la salute è un diritto costituzionale anche per quei cittadini e cittadine che usano sostanze, legali e illegali”. Un'analisi e una denuncia contenute nel documento LEA. La Riduzione del danno è un diritto. Verso un processo di innovazione nelle politiche italiane dei servizi" formulato in occasione della Giornata mondiale della salute del 7 aprile scorso. Per tutte queste realtà che da anni si confrontano con le dipendenze, occorre investire su interventi di riduzione del danno e del rischio (RdD): “Sono questi che tutelano la salute e il benessere delle persone che usano sostanze, e che non possono o non vogliono smettere di usarle, ma non per questo sono destinati a vedere la loro salute compromessa”. Un approccio vincente, adottato in tutta Europa e in molti paesi del mondo e anche in Italia, dove decenni di politiche e interventi di riduzione del danno dimostrano che è possibile lavorare per la qualità della vita e della salute di chi usa sostanze”.

Se nel gennaio del 2017 la riduzione del danno è entrata a far parte dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) in due anni nessun atto governativo e ministeriale è intervenuto a garantirne l’implementazione. Solo poche Regioni, già virtuose sotto questo profilo, hanno compiuto qualche passo in avanti. Per tutte le associazioni che hanno firmato il documento presentato lo scorso mese questa latitanza istituzionale è gravissima non solo perché non attua quanto previsto per legge, e nega il diritto alla salute, ma perché espone milioni di persone che usano sostanze a rischi e danni che sono evitabili. “Siamo stanchi di leggere dichiarazioni retoriche sul consumo di droghe, false morali e inutili appelli a controllo e repressione. I giovani si possono educare a un consumo consapevole e meno rischioso, invece che farli annusare dai cani; le morti per overdose si prevengono con un sistema integrato, fatto di distribuzione del farmaco salva vita (naloxone), di analisi delle sostanze per informare i consumatori (drug checking), di servizi (drop in, unità mobili) che invece vengo tagliati, di Stanze del consumo sicuro, che in Italia non ci sono e in Europa salvano centinaia di vite”. Quello che serve, quindi, è una politica delle droghe sociale e sanitaria attenta alle persone, non certo un disegno di legge come quello proposto dalla Lega che prevede il raddoppio delle pene e una revisione in materia di modica quantità. Per gli operatori del settore il solo inasprimento delle pene non potrà mai essere la soluzione al problema, anzi, si rischia di aggravare la situazione e intasare ulteriormente le carceri.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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