Le Coree e la strada "sterrata" della pace

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Foto: Reuters.com

C’è una strada sterrata al confine tra le due Coree situata su Arrowhead Ridge (o collina 281) a Cheorwon, 90 chilometri a nord-est di Seoul. È una strada tattica, che si estende per circa 1,7 chilometri nella Corea del Sud e per circa 1,3 chilometri in quella del Nord, attraversando la linea di demarcazione militare di quella “Zona Demilitarizzata” che fa da cuscinetto tra i due stati. Tra il 1952 ed il 1953, sul crinale sotto la strada, si sono svolte tre importanti battaglie e si ritiene vi siano sepolti oltre 200 soldati coreani e decine di militari del Comando delle Nazioni Unite in Corea (Unc), sia statunitensi, che francesi. Il 22 novembre scorso le due Coree hanno riaperto questo collegamento stradale con un’iniziativa di pace che, tra aprile e ottobre 2019, porterà alla luce i resti dei soldati che hanno perso la vita su un questo tristemente famoso campo di battaglia della Guerra di Corea. La strada sarà finalmente riaperta e utilizzata per il trasporto di personale di entrambi gli stati e per poter condividere le attrezzature indispensabili ai lavori di scavo e di riesumazione dei caduti di quella guerra.

Seoul e Pyongyang hanno così cominciato la ricostruzione della strada e soprattutto stanno affrontando congiuntamente in queste settimane le operazioni di sminamento sull'Arrowhead Ridge, per garantire la massima sicurezza dell’iniziativa. Il progetto fa parte di un accordo militare che i ministri della Difesa coreani hanno firmato a Pyongyang lo scorso settembre durante il terzo summit tra il presidente Moon Jae-ine e il leader nordcoreano Kim Jong-un. L’accordo include anche una serie di misure per la riconciliazione e il rafforzamento della fiducia reciproca attraverso misure di controllo degli armamenti, attraverso il disarmo delle mine antiuomo in tutta la “Joint Security Area” di Panmunjom, che è ancora l’unico punto di incontro tra gli eserciti di Corea del Nord e Corea del Sud, e la dismissione di 20 posti di guardia all’interno della “Zona Demilitarizzata” lungo il confine. A queste operazioni, avviate nel 2018 ma entrate nel vivo in questi giorni, si aggiunge la creazione di zone cuscinetto aeree, terrestri e marittime per prevenire gli scontri accidentali che hanno caratterizzato il recente passato.

Ma questo importante passo non è l’unico ad essere stato realizzato in un’ottica di riconciliazione tra Kim Jong-un  e il presidente Moon Jae-in. A fine dicembre una cerimonia ufficiale ha aperto i lavori per ammodernare le infrastrutture ferroviarie del Nord e il Ministero dell’Unificazione di Seul guidato da Cho Myoung-gyon ha anche fornito nuove rassicurazioni sugli impegni umanitari del Sud verso il Nord. Se tra gennaio e novembre 2018 Seoul ha autorizzato 14 missioni distinte nel Nord durante le quali sei organizzazioni della società civile hanno distribuito 4,7 miliardi di won (4,15 milioni di dollari Usa) in farmaci per tubercolosi, latte in polvere e farina, Myoung-gyon ha annunciato di voler continuare anche nel 2019 il sostegno sanitario ed alimentare a Pyongyang, questa volta con la fornitura di 8 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo raccolti anche attraverso gruppi umanitari internazionali. Ad una condizione però, che il processo di pace mostri delle evoluzioni positive nei negoziati per il disarmo nucleare del Nord e sia quindi affiancato anche da un progressivo allentamento delle sanzioni internazionali contro Pyongyang.

Dalla fine dello scorso anno, infatti, le sanzioni e la denuclearizzazione sono oggetto di continue tensioni tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti. Pyongyang ha condannato le ultime misure punitive, disposte da Washington il 10 dicembre scorso, contro tre alti ufficiali del Nord per violazione dei diritti umani. Per l’amministrazione nordcoreana, che ha espresso “shock e indignazione per la decisione”, le nuove sanzioni statunitensi, se confermate anche in questo 2019, potrebbero “bloccare per sempre la strada verso la denuclearizzazione della penisola coreana” e “riportare le relazioni allo stato dell’anno scorso, caratterizzate da scambi di fuoco”. Per Pyongyang la conferma di una politica statunitense di “massima pressione” rappresenterebbe un “errore di calcolo” e ha invitato il Dipartimento di Stato a stelle e strisce a “conservare quel clima di fiducia” che ha seguito il vertice di Singapore del 12 giugno 2018 tra Donald Trump e Kim Jong-un. Una speranza che Kim Jong-un ha voluto "blindare" anche con la recente missione in Cina su invito dello stesso presidente Xi Jinping.

Intanto, mentre la Corea del Sud sembra la più convinta sostenitrice della strada, per quanto “sterrata”, del dialogo, il Nord continua a versare in condizioni socio economiche critiche, almeno stando alle testimonianze dei 1.042 nordcoreani che tra gennaio e novembre del 2018 hanno disertato passando in Corea del Sud. Un numero che secondo il ministero di Seoul per l’Unificazione, “è in linea con quello rilevato nello stesso periodo del 2017, quando dal Nord erano fuggite 1.045 persone”. In tutto, da quando Kim Jong-un è salito al potere, nel 2012, sono circa 1.000-1.500 i nordcoreani che ogni anno hanno lasciato il Paese e alla fine del 2018 i disertori della Corea del Nord che vivono nel Sud hanno raggiunto le 32.381 unità. Anche per loro, come per le famiglie divise dalla guerra del 1950, la pace rappresenta una scelta che è in mano ad un possibile secondo incontro tra Donald Trump e Kim Jong-un. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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