Se parlare è dare senso al fare #2

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Foto: A. Molinari ®

Prima parte...

L’ambiente è al margine, per tre ragioni essenziali. La prima: finora abbiamo vissuto in un mondo abbondante di risorse, quindi ancora fatichiamo ad avere percezione individuale della loro limitatezza. La scarsità, se non in rarissime occasioni, non ci ha ancora toccato per davvero, perché i nostri sistemi economici sono stati molto efficaci nel dedicare energie a uno straordinario miglioramento dell’efficienza tecnologica volta alla produzione di ricchezza. La seconda: gran parte dei fenomeni ambientali che oggi sono cogenti è esito di processi cumulativi… riguardano cioè i comportamenti dell’umanità degli ultimi anni/secoli. Cosa significa?Che se per ridurre la concentrazione di polveri sottili è sufficiente qualche giorno di blocco del traffico, per invertire le tendenze in atto, per esempio in termini di riscaldamento globale, frutto di accumuli iniziati con l’età industriale, avremmo bisogno di secoli: e un processo che non si può fermare ma solo rallentare è estremamente frustrante, perché non vediamo risultati immediati correlati alle nostre azioni virtuose – che tra l’altro, spesso, non sono neanche così rilevanti a livello globale (p.es. andiamo in bici pensando di apportare miglioramenti significativi, ma il trasporto privato influisce solo per il 13% sulle emissioni di CO2, che per i ¾ provengono da servizi, industria e agricoltura – il solo settore della produzione di energia elettrica conta, per esempio, il 40%). Certo, fare piccoli gesti è indubbiamente meglio che non farli, ma è altrettanto importante conoscere la rilevanza dell’impatto di ciò che facciamo, e perseguire obiettivi prioritari.

Da qui, di nuovo, si torna alla percezione del problema (la terza ragione): se pure aumenta la percezione del rischio a livello di consapevolezza collettiva (ultimamente bombardata di sondaggi), difficilmente però seguono poi azioni congrue. Il fattore causa-effetto è difficile da far comprendere, ci sentiamo inermi come individui e siamo demotivati dal sapere, quando va bene, che questo sforzo non ha effetti a breve periodo. Possiamo certo mettere in atto strategie intelligenti di adattamento al cambiamento, ma siamo vicini a soglie di irreversibilità: sul podio del non ritorno mettiamo il ciclo del fosforo, il ciclo dell’azoto e la perdita di biodiversitàNon che questioni come l’acidificazione degli oceani, il cambiamento climatico, il cambiamento dell’uso del suolo, l’esaurimento dell’ozono troposferico o l’uso indiscriminato di acqua dolce se la passino meglio, ma per loro abbiamo ancora qualche esile speranza. Ed è evidente – ma forse non abbastanza – che queste debbano essere riposte nell’azione congiunta e coordinata su tre versanti: le scelte di consumo che operiamo a livello individuale; i comportamenti delle imprese da un lato per lo sviluppo tecnologico, dall’altro per la risposta ai bisogni dei consumatori; le priorità a livello governativo. Un coordinamento complesso che implica di necessità una riflessione sullo sviluppo e che chiama in causa un paio di problemi sollevati dalla decrescita. Da un lato, non è un’alternativa che possa essere, purtroppo, imposta. Dall’altro, anche se lo fosse, non sarebbe democratica e liberale,soprattutto nei confronti di chi non ha mai goduto del benessere: la frugalità è necessaria, ma ambigua e problematica, perché crea, tra gli altri, anche confini intragenerazionali.

In questo la comunicazione, anche quando dominata dalla rete, ha un ruolo di fondamentale importanza: nel non luogo dei social, dove la semplificazione è necessaria, la competenza sospetta e l’approfondimento respinto, è vincente parlare delle persone, raccontare storie di singoli senza farne eroi e senza ubriacature ideologiche, ma evidenziando come ogni piccolo contributo possa essere comunque importante, sia perché una domanda che si fa “massa critica” è sempre più difficile da ignorare, sia perché, in qualche modo, è un apporto “pedagogico” per la collettività, che aiuta a vincere il senso di rassegnazione diffuso e dilagante.Tutto ciò che fanno “gli altri” ci riguarda eccome e l’interesse collettivo non è la sommatoria degli interessi particolari e privati: le comunità, in questo senso, sono un patrimonio di ostinata opposizione alle posizioni dei NIMBY (Not In My Back Yard – non nel mio giardino).

Su un aspetto della questione possiamo tutti convenire: il “siccome lo so, ora cambio” non è sempre propedeutico a un’azione costante e concreta. Più spesso di quanto non vorremmo è solo una lodevole aspettativa che non corrisponde al modo in cui noi esseri umani tendiamo a comportarci. Abbiamo una mente perfettamente razionale, che calcola tutto in base a pro e contro? Ci piacerebbe, ma non è così: esiste una mente, certo, ma calcola in base alle contingenze del momento, ai sentimenti, a una componente ansiogena. La consapevolezza non basta per cambiare, anche se è condizione indispensabile. Se la prima volta che la sentiamo, una notizia ci allarma, la seconda volta ci colpisce già un po’ meno perché sappiamo già di cosa si tratti. Le volte successive, va da sé, ci siamo già abituati e non ci facciamo quasi più caso.

Siamo tutti immersi nell’infosfera: ognuno di noi abita dentro i sistemi socialuno spazio illusoriamente autosufficiente condividendo con una comunità, in tempo reale, argomenti che costruiscono certezze: i social ci “usano”, raccolgono informazioni che ci riguardano, ci collocano in una comunità che influenza i nostri piani di riferimento e i nostri strumenti di comportamento… perché sono straordinari risolutori di ansie.Il professor Morelli cita a proposito le parole di Umberto Eco: “per ogni problema complesso esiste una soluzione semplice, ed è sbagliata”. Ecco. Allora dobbiamo fare per forza una cosa, che ci piaccia o meno: fare i conti con la ferita narcisistica che ci provoca la prospettiva di cambiamento alla quale siamo chiamati. Siamo la specie che pensa, da quando abita il pianeta, che tutto ciò che esiste sia stato fatto per noi e sia a nostra disposizione. È evidente come questo punto di vista sia non solo scorretto, ma anche molto pericoloso per il nostro futuro.E non esistono vie semplici d’uscita, esenti dall’attraversare conflitti impegnativi che permettano di elaborare i problemi. Per ripendere le parole di Robert Musil, di una cosa abbiamo esperienza: “per chi vuole attraversare una porta stretta è necessario non dimenticare che gli stipiti sono duri”.

Buon lavoro a noi allora, operai di cambiamento.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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