Se parlare è dare senso al fare #1

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Foto: A. Molinari ®

Saluto gli amici che proseguono con l’aperitivo e mi avvio al convegno a cui mi sono iscritta. È un venerdì sera d’autunno e la stanchezza si fa sentire, ha la voce di una domanda che chiede un po’ sconsolata: “ma chi me lo ha fatto fare?”. Arrivo al MUSE – Museo delle scienze di Trento con un po’ di anticipo e l’atmosfera che si respira in questo luogo mi rimette velocemente in pace, come spesso accade, con i dubbi e la fatica. Scambio quattro chiacchiere con un collega mentre la sala comincia a riempirsi: è una platea giovane, occhi svegli e sorrisi generosi penso con smascherata soddisfazione mentre mi guardo intorno incrociando la bellezza di un pubblico frizzante e attento. Già, non per tutti i venerdì sera sono preludio alcolico allo stand-by del fine settimana, e la prospettiva questa volta è perfino migliore.

L’introduzione ai due giorni di riflessione è affidata come da copione ai padroni di casa, Michele Lanzinger, direttore del MUSE e Maurizio Rossini, CEO di Trentino Marketing, promotori della prima edizione di E.CO. Ecologia e Comunicazione, occasione di confronto e formazione per operatori della comunicazione e delle sostenibilità, nata per favorire conoscenza, condivisione e dialogo su fenomeni eco-correlati relativi alla biodiversità, al clima, alla crisi delle risorse, al paesaggio, all’ambiente e al territorio, che ha coinvolto da protagonisti rappresentanti di aziende e istituzioni impegnati nella ricerca di innovazione e pratiche sostenibili. E proprio su questo punto Lanzinger apre una delle questioni cruciali: parlare di sostenibilità non significa fare un discorso “tra virgolette”, come se facesse parte di un lessico abusato e ormai poco credibile. Parlare di sostenibiltà significa avere strumenti che traducano concetti fondamentali in azioni di cittadinanza attiva volte all’educazione ambientale, perché un impatto significativo può avvenire solo a livello collettivo. È uno spartito da condividere e non da suonare solo per se stessi. Su questo rinforza Rossini: se legati al tema della sostenibilità la comunità avverte rischi profondi, vera è anche la tendenza a delegare a “qualcuno” la ri-creazione delle condizioni di un equilibrio che rimane per lo più proiettato al futuro. Ma sono i nostri comportamenti al tempo presente che possono garantire risultati o promuovere scelte coraggiose e di prospettiva… comportamenti che, per cercare risposte, hanno bisogno di domande sensate.

A porre un paio di queste domande è Ugo Morelli, professore di scienze cognitive applicate all’Università degli Studi di Napoli Federico II: ce la farà la specie umana a utilizzare la propria competenza simbolica, cioè la capacità di pensare ciò che ancora non c’è, non per scopi distruttivi ma per scopi di appropriata convivenza con il sistema vivente di cui oggi siamo parte? Perché per gli esseri umani è così difficile cambiare idea? Perché istituiamo così tante resistenze e difese ogni volta che è richiesto anche un cambiamento minimo, lasciando prevalere le abitudini? Quello che occorre cambiare in termini di sostenibilità ambientale non è una questione di poco conto, anzi è nodo alquanto controverso: una virata è auspicabile, ma porta con sé anche problemi non scontati da affrontare. A cominciare dal linguaggio, attraverso il quale si crea “il comune”, che non sempre è positivo ma che a volte, in quanto appartenenza, è limite che rischia di chiudere la prospettiva a una dimensione localistica. Il modo in cui le cose si dicono agisce sul sottile confine tra realtà e descrizione, e questo incide sulla percezione umana, ovvero sul rapporto tra il modo in cui ci comportiamo nel mondo e il modo in cui lo raccontiamo: non esiste l’”immacolata percezione”, siamo altamente influenzati dai processi comunicativi, di cui possiamo fare un uso virtuoso, certo, ma anche vizioso: l’uomo ha un bisogno sistematico di compensare con la percezione ciò che viene presentato con il linguaggio e che concorre a creare lo spazio dell’immaginazione con cui poi scegliamo – aspetto che si fa particolarmente delicato in ambito di marketing e di giornalismo. Occuparsi quindi della comunicazione di tematiche ambientali non significa occuparsi del contorno del problema, ma del modo stesso in cui viene percepito e costruito. 

Sono domande fondamentali, che riguardano com’è ovvio anche la vivibilità della specie umana tra le altre specie del sistema vivente sul pianeta terra, e che ha molto a che vedere con il passaggio da un modello che ha messo al centro lo sfruttamento delle risorse a un modello che abbia al suo centro la sostenibilità nella gestione di quese stesse risorse: le stiamo utilizzando in modo da garantirne la riproducibilità? La domanda rimane aperta, ma le risposte sono sotto gli occhi di tutti. A questo proposito torna alla mente l’immagine di Levy Strauss del vaso di vetro contenente farina e una coppia di vermi: quale evoluzione per questa situazione di partenza? Sempre più vermi, sempre più feci di vermi, sempre più cadaveri… e sempre meno farina?

Una buona notizia però c’è: noi non siamo una specie di vermi. Ciò che ci dà una prospettiva diversa è il pensiero simbolico che abbiamo acquisito e grazie al quale siamo diventati capaci di concepire l’inedito. Così sono nate la scienza e la poesia. E in questo si situa la nostra possibilità declinata al futuro: mettere mano alla nostra capacità creativa per comporre e ricomporre, in modo almeno in parte originale, quello che c’è. È la nostra capacità specie-specifica. Saremo capaci di farne un uso prevalentemente generativo? Facciamo ovunque i conti con questa domanda. Ed è il professor Giovanni Marin, docente di economia ambientale dell’Università di Urbino, ad azzardare un cauto ottimismo: sì, saremo capaci di raccogliere questa sfida ma… a che costo e con che danno? Dipende esattamente da noi, dal nostro porre le questioni ambientali al centro dell’economia. La strada è in salita, se pensiamo che, ad oggi, la percentuale di spesa pubblica dedicata, a livello europeo, alla protezione ambientale, è intorno all’1,7%. L’ambiente è al margine, perché?

continua domani!

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale, con particolare attenzione a tutela ambientale, sovranità alimentare, stili di vita sostenibili ed educazione.

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