L’isola di plastica

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Henderson Island è un’isola corallina di 37 km quadrati situata nel sud dell’oceano Pacifico. Patrimonio dell’Unesco e annessa alla colonia del territorio britannico delle isole Pitcairn nel 1902, è così remota che è possibile visitarla solo ogni 5 o 10 anni per scopi esclusivamente di ricerca. Ma le spiagge di quest’isola non assomigliano all’immaginario collettivo edificato attorno al concetto di isola deserta e portano i segni evidenti della nostra ingombrante impronta ecologica, visto che, nonostante sia disabitata e si trovi a più di 5.000 chilometri dal centro abitato più vicino, Henderson Island è disseminata di 37,7 milioni di pezzi di plastica, la più alta densità di rifiuti mai trovata finora al mondo. La sua posizione, infatti, vicino al centro della corrente oceanica del South Pacific Gyre, l’ha fatta diventare il punto nel quale si spiaggiano sia i detriti provenienti dal Sud America, che quelli buttati nell’Oceano Pacifico dai pescherecci. 

A rivelarlo è lo studio Exceptional and rapid accumulation of anthropogenic debris on one of the world’s most remote and pristine islands da poco pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences da Jennifer Lavers e Alexander Bond del Centre for conservation science della Royal society for the protection of birds (Rspb). Per la dottoressa Lavers l’ultima spedizione scientifica sull’isola, organizzata da Rspb, ha trovato che “le spiagge di Henderson Island sono cosparse di rifiuti portati dalla marea che raggiungono anche i 671 elementi per metro quadrato”, una prova tangibile che “nulla sfugge all’inquinamento da plastica, anche nelle parti più lontane dei nostri oceani”. Da quest’ultimo campionamento emerge che “più di 17 tonnellate di detriti di plastica sono stati depositati sull’isola, con 3.570 nuovi pezzi di rifiuti che si arenano ogni giorno su una sola spiaggia. In realtà, è probabile che i nostri dati sottovalutino la vera quantità di detriti su Henderson Island, dato che siamo stati in grado di sondare solo i pezzi più grandi di due millimetri fino a una profondità di 10 centimetri e che non siamo stati in grado di controllare lungo le scogliere e la costa rocciosa” ha raccontato la Lavers alla BBC .

Per i ricercatori Henderson Island è un esempio eclatante, ma comune, di come i detriti di plastica stiano interessando l’ambiente in modo persistente e su scala globale, visto che la maggior parte degli oltre 300 milioni di tonnellate di plastica prodotte in tutto il mondo ogni anno non viene riciclata diventando un significativo problema ecologico in un’economia che non chiude il cerchio e quindi non recupera i suoi scarti. In particolare il mancato riciclo della plastica in Sudamerica ha messo in pericolo l'ambiente unico dell'isola e la Lavers, che si occupa in particolare della fauna aviaria, non ha nascosto la sua preoccupazione: “I detriti di plastica per molte specie sono una minaccia per la mobilità e l’ingestione da parte degli animali, creano una barriera fisica sulle spiagge per animali come le tartarughe marine e abbassano la biodiversità degli invertebrati del litorale. La ricerca ha dimostrato che più di 200 specie sono note per essere a rischio di un'alimentazione a base di plastica e che il 55% degli uccelli al mondo, tra cui due specie che si trovano su Henderson Island, sono a rischio per via dei detriti marini”.

Ma il problema non sta solo nel mancato riuso. Per Bond è importante che “le persone ripensino il loro rapporto con le merci ed in particolare con la plastica, visto che molti dei rifiuti di Henderson Island sono quel che noi chiamiamo prodotti usa e getta o monouso”. L’isola è in questo senso un pozzo che attrae non solo i rifiuti prodotti dalla pesca industriale, ma è un campionario di cose di uso quotidiano, come bottiglie, spazzolini da denti, accendini, bastoncini per le orecchie, rasoi… “I granchi di terra stanno facendo le loro case all’interno di tappi di bottiglia, contenitori e vasetti - ha spiegato la Lavers -. Se in un primo momento può sembrare un’abitudine abbastanza carina, in realtà non lo è. Questo materiale plastico è vecchio, è tagliente, è fragile e tossico”. Ma la mancata o pessima gestione dei rifiuti nelle aree continentali non è un problema solo per Henderson Island. La condizione dell’isola di Henderson evidenzia come i detriti di plastica abbiano colpito gli Oceani su scala globale e per la Lavers “È dimostrato che ogni isola del mondo e quasi ogni specie oceanica vengono influenzate in un modo o nell’altro dai nostri rifiuti. Non c’è davvero una sola persona o un solo Paese che non sia responsabile di tutto questo”.  L’indagine Beach Litter 2017 realizzata da Legambiente nell’ambito della campagna Spiagge e Fondali puliti – Clean-up the Med che vede i volontari della ong impegnati dal 2014 nel monitoraggio delle spiagge italiane e di di altri paesi del Mediterraneo con l’obiettivo di indagare quantità e tipologia di rifiuti presenti sui litorali conferma l'allarme anche nel Mare nostrum: "Stimando il genere più frequente di rifiuti, la loro possibile provenienza, le attività antropiche che li hanno generati e gli altri parametri presi in considerazione, questa indagine denuncia un fenomeno assai grave dal punto di vista ambientale, economico e turistico e l’urgenza di mettere in atto programmi concreti per la progressiva riduzione dei rifiuti in mare e nella fascia costiera, così come previsto dalla Direttiva Europea Marine Strategy (2008/56/CE)" ha spiegato Legambiente.

Che fare quindi? Oltre ad investire di più su un’economia circolare non sono poche le iniziative che a livello mondiale mirano a ridurre l’utilizzo della plastica o che vorrebbero addirittura provare a rimediare ai danni fatti eliminandola dagli Oceani. È il caso di Ocean CleanUp, la straordinaria invenzione dell’allora 18enne Boyan Slat che ha ideato un dispositivo in grado di catturare milioni di tonnellate di rifiuti grazie ad una barriera galleggiante di oltre 2 km e profonda tre metri che convoglia grazie alle correnti oceaniche la plastica in un compattatore alimentato con l’energia solare. Dopo aver annunciato il 3 maggio scorso la realizzazione del primo prototipo attraverso una campagna di crowdfunding, adesso la società olandese che si sta occupando della produzione del dispositivo ha annunciato che il programma di pulizia degli oceani partirà entro i prossimi 12 mesi, in anticipo di due anni rispetto al 2020, la data inizialmente prevista. A fine anno si svolgeranno i test in mare al largo della costa occidentale degli Stati Uniti, poi nel 2018 CleanUp si occuperà del Great Pacific Garbage Patch, l’isola di plastica del Pacifico, con l’ambizioso obiettivo di recuperare 5 milioni di detriti dagli oceani e rimuovere fino al 42% della plastica che galleggia in mare.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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