L’ambientalismo è pericoloso!

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Hernan Bedoya - Foto: Youtube.com

Sì avete capito bene, l’ambientalismo è pericoloso, perché in una buona parte del mondo essere un ambientalista significa morire ammazzato. A ricordarcelo, dopo l’assassinio di Berta Cáceres nel marzo del 2016 in Honduras e quello di Isidro López Baldenegro in Messico nel gennaio del 2017, solo per citare i più noti e ancora parzialmente impuniti, è la triste contabilità dei morti ammazzati che hanno segnato il 2017 e l’inizio del 2018. Il 2 febbraio un rapporto della ong Global Witness ha rivelato che “sono stati 197 nel 2017 gli attivisti ambientalisti uccisi nel mondo a causa delle loro lotte”. L’area più pericolosa? "L’America Latina, solo in Brasile sono stati uccisi 46 attivisti, in Colombia 32, in Messico 15". Le vittime? “Sono quasi sempre esponenti delle comunità indigene, che si oppongono alle nuove e predatorie attività economiche sulle loro terre ancestrali e i delitti troppo spesso rimangono impuniti, a causa della potenza economica dei mandanti, della povertà delle vittime e delle connivenze degli assassini”.

A fine dicembre è toccato a Hernan Bedoya, il leader di una comunità locale di Pedeguita-Mancilla in Colombia, essere assassinato. Per la Commissione Giustizia e Pace della Colombia (CIJP), Bedoya è stato freddato mentre tornava a casa a cavallo da due membri del gruppo paramilitare “Forze di autodifesa della Colombia Gaitánista” (AGC) che gli hanno sparato 14 colpi a bruciapelo.  Secondo la colombiana Fondazione Pace e Riconciliazione (PARES) Hernan Bedoya si batteva per i diritti della proprietà collettiva degli agricoltori afro-colombiani e per la protezione della biodiversità locale, contro l’espansione delle piantagioni di palma da olio e dell’agricoltura estensiva industriale. Come ha ricordato l’osservatorio indipendente sulle foreste primarie Salva le ForesteBedoya era anche il gestore della zona di biodiversità  Mi Tierra, nel territorio di proprietà collettiva afro-colombiana nata per assicurare che questo territorio del dipartimento di Chocó fosse protetto dal land grabbing che minaccia il sostentamento delle comunità locali e la ricca biodiversità della zona”.

Negli stessi giorni in Kenya più di 100 guardie del Kenya Forest Service sono entrate nelle terre della comunità Sengwer colpendo a morte Robert Kirotich, un indigeno Sengwer di 41 anni. Secondo il Forest Peoples Programme Kirotich è stato ucciso mentre stava pascolando del bestiame nella foresta di Embobut, dopo che le stesse guardie avevano disperso gli animali e dato fuoco a decine di capanne. Le Nazioni Unite da alcuni mesi avevano espresso una forte preoccupazione per l’intensificarsi degli sfratti nella comunità Sengwer della foresta di Embobut, sulle colline di Cherengany, visto che il Governo di Nairobi aveva più volte dichiarato che: “Chiunque sarà trovato nella foresta sarà considerato un criminale”, senza tenere in considerazione che quasi sempre i popoli indigeni soni i primi e più importanti conservazionisti della biodiversità locale. Il 15 gennaio John H. Knox, relatore speciale per i diritti umani e l’ambiente, Michel Forst, relatore speciale sui diritti umani, e Victoria Tauli-Corpuz, relatrice speciale sui diritti delle popolazioni indigene hanno affermato che gli sfratti e gli attacchi sono “il risultato distorto dell’attuazione di un progetto di protezione, adattamento ai cambiamenti climatici e gestione delle risorse idriche finanziato dall’Unione europea. […] Adesso siamo seriamente preoccupati che il progetto venga portato avanti senza una valutazione sull’impatto sui diritti umani”, hanno concluso gli esperti, confermando che “non sono state tenute consultazioni con i Sengwer per chiedere il loro consenso”. Proprio per questo il 17 gennaio, l’Unione ha sospeso il finanziamento del programma da 31 milioni di euro, fino a quando non verrà incorporato nel progetto un approccio basato sui diritti umani e non solo ambientali e dopo che l’ambasciatore dell’Unione Stefano A. Dejak, aveva formalmente avvertito il governo del Kenya “che l’uso della forza da parte delle guardie del Kenya Forest Service nella Foresta di Embobut o altrove avrebbe portato l’Unione europea alla sospensione del sostegno finanziario”. Intanto il 4 febbraio, sempre in Kenya, è toccato al geografo americano Esmond Bradley Martin pagare con la vita il suo impegno ambientalista. Era considerato tra più grandi antagonisti del commercio illegale d'avorio ed è stato trovato ucciso nella sua casa di Nairobi.

Ma non solo in America Latina e in Africa essere degli ambientalisti è particolarmente pericoloso. In Cambogia un'attivista, una guardia forestale e un ufficiale della polizia sono stati uccisi il 31 gennaio nella foresta protetta di Keo Seima, nella provincia di Mondulkiri, un’area particolarmente colpita dal disboscamento illegale perché ricca di legname pregiato.  Secondo le autorità cambogiane i tre sono stati le vittime di una rappresaglia dopo che avevano confiscato delle attrezzature a dei taglialegna di contrabbando durante un pattugliamento di routine di quest'area, habitat di centinaia di specie animali. L’attivista ucciso era un cambogiano che lavorava per l’organizzazione Wildlife Conservation Society, una ong attiva da anni in queste zone nel tentativo di documentare e contrastare il fiorente commercio illegale di legname che avviene spesso con la collaborazione di militari corrotti. Per ora il giro di vite contro le violenze verso ambientalisti e comunità locali annunciato nel 2016 dal presidente Hun Sen non sembra ancora essersi concretizzato. Eppure il quadro non è senza speranza. A livello mondiale il Global Witness ha evidenziato un elemento positivo: "il numero dei morti, che cresceva da quattro anni, nel 2017 è rimasto stabile e alcuni paesi (Honduras e Nicaragua in testa) hanno visto calare le vittime"

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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