Attacco alle ong che salvano in mare, per Msf “accuse vergognose”

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Un mondo capovolto è quello in cui la colpa di tutte le proprie miserie ricade su chi è ancora più misero, mentre i “disonesti” sono coloro che soccorrono i più deboli (e spesso li salvano da morte certa). Un mondo capovolto è anche quello in cui, pure nell’era della comunicazione istantanea – dove in teoria con pochi click si può assicurare un minimo di fact checking – basta una parola, e non importa se fondata su meri sospetti, ad infangare la stima e la rispettabilità guadagnata in anni di lavoro, innescando reazioni a catena e presunte “verità” dalla diffusione virale. E’ ciò che sta succedendo negli ultimi mesi alle organizzazioni non governative che effettuano i salvataggi dei migranti in mare, accusate di essere in combutta con i trafficanti di uomini e con gli scafisti. Le loro navi sono state definite “taxi del Mediterraneo”, che in taluni casi avrebbero perfino trasportato criminali sulle nostre coste. Accuse pesanti e ricorrenti da più parti, che negli ultimi giorni sono arrivate al culmine con le dichiarazioni del vicepresidente della Camera Luigi Di Maio (Movimento 5 Stelle), effettuate sulla scia di un post apparso nel blog di Beppe grillo in cui, a proposito delle 8.300 persone soccorse al largo della Libia il 15 e 16 aprile, si era parlato di “ruolo oscuro” delle ong private.

Così, nel mirino sono finite in un unico calderone organizzazioni come Medici Senza Frontiere, Proactiva open arms, Sos Méditerranée, Moas, Save the children, Jugend Rettet, Sea Watch, Sea Eye e Life Boat, ong italiane, tedesche e spagnole che hanno messo in mare una dozzina di navi alla ricerca di uomini, donne e bambini in balia delle onde, e che pure hanno iniziato a reagire duramente alle accuse, tramite comunicati, articoli e una serie di audizioni in Senato. Il 2 maggio, di fronte alla Commissione Difesa, sarà infatti la volta di Medici Senza Frontiere, le cui navi “Aquarius (gestita in collaborazione da SOS Mediterranée) e “Prudence” (attivata più di recente), prestano servizio di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale sotto le direttive della Guardia Costiera italiana. “Le accuse contro le ong in mare sono vergognose, ed è ancora più vergognoso che siano esponenti della politica a portarle avanti, attraverso dichiarazioni false che alimentano l’odio e discreditano ong che hanno come unico obiettivo quello di salvare vite” ha detto Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere in una recente nota diffusa dall’organizzazione.

Tra le argomentazioni usate nei confronti delle ong, il cosiddetto “pull factor” è quella più gettonata: avvicinandosi “troppo” alle coste libiche, le loro navi di soccorso rappresenterebbero infatti un “fattore di attrazione” per i migranti in fuga dalla Libia, sicuri così di essere salvati e trasportati in Europa (questo nonostante i 4.733 morti annegati nel 2016 e i 1.089 morti dall’inizio del 2017 ad oggi, senza contare che ai trafficanti non importa nulla di far arrivare le persone sane e salve). Ma non solo. Si accusano le organizzazioni umanitarie di collusione con gruppi criminali, si mette in dubbio la trasparenza dei finanziamenti così come gli intenti poco puliti legati agli sbarchi in Italia e al cosiddetto “business dell’accoglienza”. Un clima di sospetto iniziato già nel dicembre del 2016, quando un articolo del Financial Times aveva citato un rapporto riservato di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, in cui si paventava l'idea che i migranti ricevessero "indicazioni chiare prima della partenza sulla direzione precisa da seguire per raggiungere le barche delle ong".  I presunti legami tra i trafficanti di esseri umani e le imbarcazioni delle ong sarebbero poi indicati nella famosa “pagina 32” (citata anche da Di Maio) del report Risk Analysis 2017 sempre di Frontex: peccato che in questa pagina non si parli mai di “taxi” quanto più di “conseguenze involontarie” di questi salvataggi, che aiuterebbero “i criminali a raggiungere i loro obiettivi a costo minimo, rafforzano il loro modello di business aumentando le probabilità di successo”. Da questi sospetti la procura di Catania ha poi deciso di aprire un’indagine conoscitiva, che certo farà il suo corso. Ma se l’alternativa è lasciar morire centinaia, migliaia di persone, magari senza che nessuno ne sappia niente, a questo le organizzazioni non governative non ci stanno.

“È una polemica strumentale che nasconde le vere responsabilità di istituzioni e politiche, che hanno creato questa crisi umanitaria lasciando il mare come unica alternativa e hanno fallito nell’affrontarla e nel fermare il massacro” ha detto ancora De Filippi di Msf. Consapevoli che il solo soccorso in mare non può essere la soluzione ma “solo un palliativo a una situazione che dovrebbe essere affrontata in maniera completamente diversa”, le ong – e buona parte della società civile che si occupa della questione – si dicono convinte che se ci fossero canali legali e sicuri per raggiungere l’Europa, le persone in fuga non prenderebbero il mare e si ridurrebbe drasticamente il business dei trafficanti. Soprattutto, continua Msf, “se ci fosse un sistema europeo di aiuti e soccorsi in mare non ci sarebbe bisogno delle ong”.

L’organizzazione, che già a fine marzo aveva dato una risposta, punto per punto, alle accuse innescate dal report di Frontex, ricorda come i soccorsi avvengano sempre secondo il diritto del mare e dei rifugiati, sotto il coordinamento e le indicazioni della Guardia Costiera italiana (MRCC). E ribadisce quanto già dichiarato, ovvero: di non ricevere telefonate dirette dai trafficanti; che le ONG lavorano in acque internazionali e solo in pochi casi eccezionali, in presenza di naufragi imminenti e sotto autorizzazione delle autorità competenti, sono entrate in acque libiche; che il lavoro di MSF in mare è sostenuto esclusivamente da fondi privati; che non ci sono prove che i soccorsi siano un fattore di attrazione; che persone disperate, torturate, afflitte da guerre, persecuzioni e povertà continueranno a partire; che fino a quando non verranno garantiti canali legali e sicuri per trovare sicurezza in Europa e un sistema europeo di aiuti e soccorsi in mare, quelle stesse persone continueranno a rischiare e perdere la propria vita nel Mediterraneo. “Come organizzazione medico-umanitaria – ha detto più volte Msf – restare a osservare dalla riva migliaia di uomini, donne e bambini affogare in mare semplicemente non è un’opzione possibile”.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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