Dal coltan del Congo ai nostri smartphone: il lato oscuro della tecnologia

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Miniere di coltan e hi-tech... - Foto: Unimondo.org

continua…

Pantaloncini, t-shirt e occhiali da sole se il bel tempo lo permette o indumenti ben più pesanti nei mesi freddi, zaino in spalla con tutto l’occorrente, chitarra e bandiere della Repubblica Democratica del Congo e della pace. Immancabile poi un paio di buone scarpe per proteggere le due risorse a disposizione del Peace Walking Man, John Mpaliza, nelle marce: i suoi piedi.

Intervistato per Unimondo sulla sua occupazione di attivista per la pace, intendo andare più a fondo sulle ragioni dei conflitti che attraversano il Congo e sulle connessioni individuate da John con il “nostro” mondo. La parola d’ordine allora diventa coltan. Il termine indica la lega di due minerali, la columbite e la tantalite, un materiale indispensabile per la tecnologia di oggi. John spiega che “dal coltan si estraggono il niobio, usato nell'industria metallurgica, e il pregiato tantalio, un ottimo conduttore con cui si realizzano micro-condensatori che aumentano la potenza riducendo il consumo di corrente elettrica per dispositivi quali cellulari, videogiochi, computer”. E se il termine coltan sembra essere sinonimo di tecnologia, questa potenziale risorsa si è trasformata in una vera e propria maledizione per i congolesi. L’estrazione e il traffico illegali del coltan nelle regioni orientali della RD Congo, in Kivu, dove si trova l’80% delle riserve mondiali, hanno determinato l’invasione di eserciti stranieri, la formazione di milizie armate e incontrollate, la creazione di masse di profughi in fuga, l’orrore di stupri di massi, saccheggi e distruzioni di ogni genere, spesso compiuti da ragazzini armati. Proprio i bambini sono doppiamente vittime del conflitto, dalla parte dei carnefici all’interno delle milizie, o costretti dalla povertà estrema a lavorare nelle miniere di coltan a cielo aperto e senza alcun tipo di protezione. Il coltan si presenta come una sabbia nera, inalabile e soprattutto radiattiva, o, puntualizza John, “leggermente radioattiva come preferiscono dire le multinazionali”. Le asfissie e gli incidenti legati al crollo delle gallerie sono all’ordine del giorno così come la realtà di centinaia di migliaia di ragazzi che muoiono di tumore o di malattie respiratorie. Nondimeno le colline verdeggianti del Kivu, che John ben ricorda dalla sua infanzia, sono state scavate senza alcun ordine o accortezza, elemento che ha determinato il sicuro inquinamento delle falde acquifere.

Il caos creatosi nel Paese favorisce un mercato nero in cui il coltan, venduto in Europa fino a 600 dollari al Chilo, è acquistato per appena 20 centesimi, a tutto vantaggio delle aziende di alta tecnologia, dei governi vicini alla RD Congo (Uganda, Ruanda e Burundi), delle milizie e dei mercenari stranieri sul territorio, nonché dei governanti locali “spesso e volentieri complici di questa situazione”, incluso il presidente Joseph Kabila. Le estrazioni legali in Australia e, recentemente, in Canada languono dinanzi al margine di guadagno consentito dal mercato congolese. John la descrive come una vera e propria “guerra economica che è stata definita ‘il conflitto più sanguinoso dopo la seconda guerra mondiale’”, anche perché “oggi, in assenza dello Stato, quasi tutti i minerali preziosi quali oro, cassiterite, diamanti, si estraggono con lo stesso sistema del coltan”. La destabilizzazione dello Stato e la corruzione della struttura politica è totale, “mancano di fatto l’amministrazione politica, le infrastrutture, l’istruzione, la copertura sanitaria. Insomma, tutto il tessuto socioeconomico è stato distrutto” continua John, che tira dritto col suo ragionamento, “ci vorranno decenni per rimettersi in piedi purché oggi torni la pace e che si riparta subito”. Occorre dunque alzare la voce per denunciare che la guerra in Congo continua perché l’interesse a fermarla è limitato.

Per questo John Mpaliza cammina; per poter incontrare persone e parlargli di questo coltan, sconosciuto ai più, e del legame esistente tra la tecnologia di ultima generazione e la guerra alimentata in Congo per estrarre il coltan. Ed è sempre per questa ragione che John desidera incontrare soprattutto i più giovani, i cosiddetti nativi digitali, particolarmente sensibili al tema. Più di un centinaio di incontri all’anno, con una stima approssimativa di più di 10mila persone, per i due terzi giovani studenti. Negli incontri nelle scuole l’esperienza portata ha un forte impatto sui ragazzi. John descrive la guerra nel suo Paese e il perché questo conflitto interessi tutti da vicino, alimentato dai consumi di tecnologia. Nondimeno l’immedesimazione nei giovani congolesi è l’arma più potente per far acquisire una prima consapevolezza del problema. “Cosa posso fare?” è la domanda più frequente rivolta allora a John. “Può sembrare banale” riflettere l’attivista “ma è l’inizio della presa di coscienza”. La sensazione di avere tutti un pezzo di Congo in tasca, attraverso lo smartphone, o anche a casa, nelle tv e nelle macchine fotografiche, o ancora negli airbag delle auto, è reale: il coltan insanguinato proveniente dal Congo è ovunque.

Cosa fare dunque? “Informare, sensibilizzare, raccontare questo messaggio: trasformarsi dunque in nuovi operatori di pace, anche attraverso i social network a disposizione. Non è la tecnologia a essere diabolica”, precisa John, “ma la modalità in cui essa si realizza. Inoltre occorre innestare un cambiamento culturale: non cambiare cellulare ogni 6 mesi, prendersi cura delle cose che abbiamo in modo che possano durare di più. Ci sono 3 verbi molto importanti che dovremmo tutti conoscere ed applicare: riusare, riparare, riciclare.” Il ritorno a una tecnologia ormai superata, ma che non necessitava del coltan, non appare una soluzione percorribile, bensì la fruizione di una tecnologia etica e sostenibile. John mi mostra il suo telefonino, è un Fairphone, e mi spiega che “è un telefono realizzato da una quarantina di ingegneri giovanissimi, con sede ad Amsterdam, che hanno deciso di dimostrare al mondo e alle multinazionali che un telefono non insanguinato si può progettare e produrre. Lavorano con le miniere situate nella regione congolese del Katanga, dove non c’è quella conflittualità che persiste in Kivu, e comprano il coltan ad prezzo equo, dettando corrette condizioni di lavoro: niente bambini, donne e armi”. Sono i cosiddetti conflict free minerals” (“minerali senza conflitto”). Proprio la battaglia per la tracciabilità del coltan, ossia l’indicazione del fornitore del materiale sul prodotto per controllare l’intera filiera, potrebbe essere una misura importante per arrestare il conflitto, ma non sufficiente da sola. Una richiesta portata in passato da John e da altri attivisti anche dinanzi al Parlamento Europeo e che, con la marcia dei prossimi mesi, giungerà anche agli amministratori della Nokia a Helsinki.

A dispetto del fosco quadro ripercorso in questa chiacchierata, il “camminatore per la pace” ha fiducia che “un Congo differente è possibile. E di una cosa sono sicuro: un Congo diverso e migliore si costruisce ogni giorno, un passo alla volta, con costanza e perseveranza, con fiducia e nella speranza che tutto si può sistemare. Piccole cose, piccoli gesti, tanti piccoli gesti sono quelli che creano un miracolo”.

Grazie a John Mpaliza per la sua disponibilità.

(Qui la prima parte dell'intervista)

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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