Vi presento John Mpaliza, il Peace Walking Man

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John Mpaliza - Foto: Vitatrentina.it

Vi presento John Mpaliza. Ingegnere informatico di 45 anni, nato a Bukavu, nella parte orientale della Repubblica Democratica Del Congo, da 21 anni in Italia, di cui è diventato cittadino. Ama ogni tipo di pasta condita con il pesce ma ricorda con estremo piacere il Mfumbwa, un piatto tipico congolese che unisce il pesce affumicato a un’erba particolare condita con olio di palma e burro di arachide, consumato insieme alla polenta. Rispettando inoltre l’immancabile stereotipo che vede un musicista in ogni africano che si rispetti, John suona con la sua chitarra “Hakuna Matata” e “The lion sleeps tonight”, ma non è questo il suo mestiere. Fino a maggio 2014 ha lavorato come programmatore per il Comune di Reggio Emilia quando ha deciso di lasciare l’impiego. Follia in questo periodo di contrazione del mercato del lavoro? Un azzardo forse, ma ben ponderato e per il raggiungimento di un obiettivo di ben più alta fattura che la soddisfazione (per carità del tutto onesta) per quanto realizzato e del salario a fine mese. Oggi John è diventato Peace Walking Man, un camminatore per la pace.

Un’occupazione insolita di cui chiedo chiarimento allo stesso John, intervistato per Unimondo, che, con modestia e il consueto sorriso, dichiara subito di sperare di meritare quell’appellativo. “Mi piace pensare che cammino per portare un messaggio di pace a tutte le persone che incontro lungo la mia strada, per spiegar loro che, nonostante tutto il marcio, le guerre, le carestie, le ingiustizie che ogni giorno viviamo o conosciamo, il mondo non è condannato. Sono convinto che proprio grazie alla ricerca della pace, si possa arrivare ad un mondo caratterizzato da una maggiore giustizia sociale.”

Un energico attivista con obiettivi davvero molto ambiziosi. Ma forse, oggi come in passato, occorre essere un po’ folli (nel senso buono del termine) per credere di poter cambiare il mondo? John mi spiega quanto sia difficile il percorso che ha intrapreso, perché “essere camminatore per la pace significa sofferenza fisica, morale e psicologica; significa camminare col caldo e col freddo, col bello e brutto tempo; significa continuare a camminare anche quando non hai più un soldo in tasca o quando sei stanchissimo, perché devi arrivare in un posto dove ti aspettano tante persone che vogliono sentire quel messaggio che ti porta a marciare decine di chilometri al giorno come un matto.” Sì, conviene anche lui che in effetti deve essere un po’ folle. Una media di 35/40 Km al giorno, ma anche 45 Km se deve assolutamente raggiungere una località in cui è stato fissato un incontro; nessuna possibilità di prendere mezzi di trasporto pubblici o privati (che senso avrebbe se non quello di rinnegare la mission per cui John si è messo in marcia?) ma solo la concessione di giorni di cammino più leggeri o di una sosta nel caso il corpo lo richieda o, anche, se altre persone, che spesso non sono camminatori abituali, gli si affiancano.

Dalla recente #MarciaReggioReggio da Reggio Emilia a Reggio Calabria (20 luglio-20 dicembre 2014), alla #MarciaReggioHelsinki, in programma dal prossimo 3 maggio, da Reggio Emilia a Helsinki toccando diverse città italiane del nord-est (Padova, Rovereto, Udine, Trieste) ed europee, innegabilmente John ha deciso di mettere la faccia, anzi letteralmente i piedi, su quel cambiamento mondiale che intende auspicare. L’obiettivo è quello di sensibilizzare sul tema della pace, in particolare di quella della sua terra, la Repubblica Democratica del Congo. Come John racconta ricordando le ragioni che lo hanno indotto a scegliere di mettersi in cammino, “ho cominciato per sensibilizzare l'opinione pubblica sul dramma che vive il popolo congolese, un popolo ‘ricco da morire’”. Un’espressione non usata affatto a caso. La descrizione della RD Congo di John riporta un ritratto ben distante dal Paese africano desertico e brullo attinto dall’immaginario collettivo: il Congo-Kinshasa è un territorio sterminato, pari a 8 volte la superficie dell’Italia, ricco di acqua dolce, di terre fertili, di una biodiversità unica. Un Paese definito uno “scandalo” per la quantità di ricchezze presenti nel suo sottosuolo, dall’oro ai diamanti, dal rame allo stagno, dal cobalto al manganese, che lo configurano come uno dei più ricchi al mondo dal punto di visto minerario e geologico ma al contempo agli ultimi posti dell’Indice di sviluppo umano, tra i più poveri del pianeta, come condizioni di vita della popolazione.

Proprio lo sfruttamento e la mancata attenzione mediatica al Congo ha spinto John ad avviare questo percorso, per sensibilizzare l’opinione pubblica e i media, ma anche gli investitori e i politici. “Un’idea formulata di ritorno da una visita in Congo nel 2009”, racconta John, “ero tormentato da quanto ho visto, sentito e solo immaginato. Ho deciso che non potevo rimanere in silenzio e che, come diceva Gandhi, non dovevo aspettare che fosse il mio prossimo a fare il primo passo per cambiare le cose: ‘sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo’, diceva appunto il Mahatma. Ho perso molti parenti in questa guerra e, francamente, sapere che sono morti 8 milioni di congolesi e circa 4 milioni di donne hanno subito violenze, e non sentirsi chiamati a fare qualcosa mi sembrava ingiusto ed egoistico. Non volevo fare parte di quel silenzio che uccide.” Quel qualcosa da fare è diventato il mettersi in cammino per il suo Paese di origine, la RD Congo. “Tuttavia ben presto”, continua John, “mi sono accorto che quanto vado denunciando riguarda tanti altri Paesi, se non continenti interi. I problemi del Congo nel contesto africano sono anche i problemi di altri Paesi che subiscono la prepotenza e lo sfruttamento da parte delle multinazionali e degli Stati industrializzati, spesso e volentieri con la connivenza dei governanti locali che questi ultimi si sono abilmente scelti e hanno imposto a quei popoli. Camminare affrontando e parlando ogni giorno dei problemi di questi Paesi, e in particolare del mio Congo, credo possa aiutare i giovani a capire meglio il mondo e le ingiustizie che li circondano, con la speranza che domani, quando saranno loro a prendere le decisioni, agiscano per il bene di tutti, del Congo, dell’Africa, dell’Italia, dell’Europa, di Madre Terra”.

Continua domani…

Miriam Rossi

Miriam Rossi (Viterbo, 1981). Dottoressa di ricerca in Storia delle Relazioni e delle Organizzazioni Internazionali, è esperta di diritti umani, ONU e politica internazionale e autrice di diversi saggi scientifici e di una monografia in materia. Attualmente impegnata nel campo della cooperazione internazionale, è referente per l’associazione COOPI Trentino e collabora con altre realtà del Terzo Settore a livello di formazione, progettazione e comunicazione.

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