Do you have a Fairphone?

Stampa

Tecnologie rispettose dei diritti? – Foto: Umimondo

Qualche settimana fa su Repubblica è apparso l’ennesimo articolo che torna a puntare i riflettori sulle tragedie legate alla produzione dei telefonini e degli smartphone, verità che non permettono di escludere praticamente nessuna delle fasi di produzione, dall’estrazione del coltan, allo sfruttamento dei lavoratori, allo smaltimento dei rifiuti elettronici. Inutile dire che chiunque abbia a cuore il rispetto dei diritti umani e la sostenibilità ambientale sia posto di fronte a una sfida epocale nel momento in cui pensi a se stesso (e quasi inevitabilmente al giorno d’oggi) come utilizzatore di uno smartphone. Inutile allo stesso modo dire che ostinarsi a utilizzare il “caro vecchio telefonino-versione-base” risolve solo in parte il problema: se da un lato infatti permette di risparmiare sui costi d’acquisto – ancora oggi eccessivi eppure per la maggior parte di noi, crisi o non crisi, non così proibitivi come potremmo immaginare –, dall’altro lato non ci ripaga arginando le dinamiche connesse alla produzione di qualsiasi apparecchio elettronico. Dinamiche che passano ancora troppo spesso sottotraccia e le cui criticità si condensano in tre fasi: estrazione delle materie prime, gestione della catena di produzione, smaltimento.

Eppure, in un mondo in evoluzione anche per quanto riguarda le alternative sostenibili e rispettose dei diritti di ciascuno, potrà pure esistere la possibilità di un telefono cellulare “equo”? È la domanda che si sono fatti quelli di Fairphone, un progetto nato nel 2010 grazie alla collaborazione di Waag SocietyAction Aid e Schrijf-Schrijf con l’intento di mantenere alto il livello di allerta sui conflitti che ruotano attorno all’estrazione dei minerali e che alimentano sanguinose guerre, in particolare in Repubblica Democratica del Congo. Con un obiettivo concreto che nel 2013 si è costituito in impresa sociale con base ad Amsterdam e 27 dipendenti provenienti da 12 Paesi diversi, tutti impegnati per un’unica causa: riuscire a creare e a commercializzare uno smartphone, appunto, fair. Cosa significa? La lunga sfida in cui hanno deciso di cimentarsi è visualizzata in maniera molto efficace su una roadmap: un passo alla volta si stanno impegnando per produrre apparecchi con minerali estratti in miniere conflict-free (che, d’obbligo sottolinearlo, non è però transitivo verso il concetto di fair) e assemblati da persone che lavorano in un ambiente di lavoro adeguato e ricevono un giusto salario. E non aspettatevi lo smartphone dei Flintstones!

Se date un’occhiata qui vi accorgerete che l’apparecchio non ha nulla da invidiare alla maggior parte di quelli in commercio… Perché lo sappiamo, al consumatore non basta (e più spesso non interessa) la garanzia che ciò che acquista sia stato prodotto in maniera equa, l’oggetto del desiderio deve prima di tutto piacere. E Fairphone ha un design lineare, compatto, elegante, e soprattutto piace, se della prima edizione ne sono stati venduti 25.000 pezzi, mentre altri 35.000 apparecchi sono in vendita ora. L’idea è anche quella di influire sul ciclo di vita dell’apparecchio, permettendo il più possibile il riutilizzo di gadget già in possesso dell’acquirente (un esempio su tutti, le cuffie), aumentandone la longevità e facilitandone le riparazioni. Senza contare che il costo si mantiene sugli standard cui siamo – ahinoi – abituati: 310,00 euro.

Insomma, sembrerebbe che potessimo orientarci decisamente verso questa scelta quando si manifesterà l’esigenza – o meglio ancora l’improrogabile necessità – di sostituire il nostro cellulare… Ma qualche voce scettica non manca. E’ il caso ad esempio dell’interessante analisi di Sebastian Jekutsch che, etichettando Fairphone come “una promessa irrealizzata”, mette in luce alcune criticità, inevitabili per un progetto ambizioso che sottolinea in più occasioni la sua natura di azione in progress. Leggendoli trasversalmente attraverso i criteri delle materie prime, delle condizioni di lavoro e della trasparenza più in generale, l’articolo si concentra su alcuni nodi essenziali: prima di tutto la reale possibilità di produrre un oggetto elettronico veramente fair, ma anche la difficoltà di applicare un modello di questo tipo sulla scala delle multinazionali, sia per la provenienza dei materiali (RDC, ma anche Rwanda e Indonesia tra i Paesi più coinvolti), sia per la fase di manufacturing. Insomma, osservazioni che, bisogna ammetterlo, ci fanno pensare che un telefono “totalmente equo” sia ancora lontano dall’essere prodotto e che il nome Fairphone sia per lo meno sovrastimato, considerato che anche altre aziende, con molti più strumenti per la comunicazione e la vendita, si stanno in parte orientando a fasi di produzione più eque, anche se con problematiche analoghe (ad es. Apple).

Ciò non toglie che la scelta di chi ha acquistato un Fairphone vada nella direzione giusta: proprio per questo va tenuta alta la soglia di attenzione nonostante le criticità anche a livello di software, perché la pressione, soprattutto a livello internazionale, non smetta di premere su una di quelle piaghe che, dallo sfruttamento delle risorse naturali alle violazioni dei diritti umani allo smaltimento dei rifiuti elettronici, è probabilmente una delle tragedie globali più ignorate.

Anna Molinari

Ultime notizie

La simbiosi tra uomo e ape: perché è necessaria?

20 Agosto 2019
Api e miele, da sempre fedeli compagni della vita dell’uomo, sono già a rischio di estinzione, e con loro il nostro ecosistema. (Marco Grisenti)

“Non può essere”

19 Agosto 2019
La repressione religiosa non è una novità in Cina, ma sta costantemente crescendo. A fare scuola il Tibet. (Alessandro Graziadei)

A Roma il murale che purifica l’aria

18 Agosto 2019
Lo street artist Iena Cruz in via del Porto Fluviale ha realizzato un dipinto utilizzando una vernice speciale che assorbe lo smog.

Fare affari con i militari del Myanmar finanzia la guerra

17 Agosto 2019
Le speranze di democrazia e riconciliazione in Birmania/Myanmar che sembravano prossime a diventare reali con la liberazione e l’elezione in Parlamento della Premio Nobel per la Pace Aung San...

Educazione civica: ce n’è davvero bisogno

17 Agosto 2019
Potrebbe essere uno degli ultimi provvedimenti voluti dal governo Conte: a scuola ritorna una materia che avrà un voto specifico in pagella. (Lia Curcio)