Assam: prove di ghettizzazione

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Foto: Lindro.it

L’erosione dei diritti di una parte della popolazione indiana dello stato dell’Assam è una “vecchia storia”, ma è tornata d’attualità a fine agosto quando la National Register of Citizens (l’anagrafe dell’Assam) ha deciso di escludere dal conteggio dei cittadini dello Stato i nomi di coloro che sono emigrati in India nel periodo successivo alla guerra di liberazione bengalese del 1971. Per la Citizens for Justice and Peace (Cjp), una ong indiana che fornisce sostegno legale in episodi di discriminazione e razzismo, l’esclusione dai diritti di cittadinanza  e di voto di migliaia di indiani dell’Assam discrimina in particolare poveri ed emarginati ed è “il risultato del sentimento di ferocia che colpisce chiunque sia considerato diverso perché straniero”. Come mai? Potremmo dire che tutto il mondo è paese, e che i problemi sociali ed economici se accollati dalla politica ad un “nemico”, possibilmente debole, tolgono responsabilità alla classe dirigente e normalmente aumentano i consensi. Così accade anche in India dove dalla fine del conflitto tra Pakistan occidentale e orientale, oggi Bangladesh, l’Assam è stato la meta di una massiccia migrazione e nel corso degli anni la presenza di una maggioranza di rifugiati musulmani è diventata sempre più critica per il Governo locale del Partito Popolare Indiano (Bjp) che anche a livello nazionale non è mai stato tenero con la popolazione di fede mussulmana e ha sempre cercato, anche con la violenza, di avvantaggiare la maggioranza indù a scapito delle altre minoranze religiose del Paese. 

Così dopo l’ultimo aggiornamento sui dati raccolti tra il 2014 e il 2016, il 31 agosto scorso le autorità dell’Assam hanno pubblicato la lista di coloro a cui sarà riconosciuta la cittadinanza nello Stato indiano. Gli esclusi dal National Register of Citizens, che in un primo momento erano risultati essere quattro milionisono in realtà 1,9 milioni, e a tutti sarà concessa una proroga di 120 giorni per presentare nuovi documenti e provare” che risiedono nello Stato almeno dal 24 marzo 1971, qualche mese prima che il Bangladesh diventasse indipendente. In questi mesi la popolazione ha vissuto il censimento come una vera e propria “caccia alle streghe” e secondo buona parte della società civile locale “l’unico obiettivo del governo è riequilibrare la composizione etnico-religiosa dello Stato, che teme una nuova diaspora simile a quella dei Rohingya nel resto del sud est asiatico. In Assam, come in Kashmir , un terzo dei residenti professa la religione islamica, a differenza del resto del Paese che è a maggioranza indù. Ma milioni sono gli appartenenti a minoranze tribali, la maggior parte analfabeti, che spesso non possiedono certificati di nascita da presentare ai controlli, così la paura di perdere il diritto di residenza ha gettato nella disperazione decine di persone, tanto che la Cjp, che sta aiutando la popolazione nella compilazione dei documenti, ha registrato almeno 51 suicidi da parte di persone che vivevano l’incubo di perdere la cittadinanza.

Sarojini Hajong, uno degli esclusi dalla lista dei cittadini, ha dichiarato all’emittente indiana Ndtv: “Ho paura di non essere in grado di provare la mia cittadinanza e finire in detenzione. Cosa accadrà in seguito? Tutti soffriremo nella mia famiglia, dai miei figli alla mia anziana madre a mia moglie malata”. Dopo l’ultimo aggiornamento sui dati raccolti tra il 2014 e il 2016, infatti, adesso queste 2 milioni di persone rischiano di essere deportati o addirittura internati. Avete capito bene, internati. L’opera di costruzione del primo centro di detenzione di massa per coloro che saranno definitivamente esclusi dal National Register of Citizens di Assam è già “a buon punto”. Si tratta di un ghetto per 3.000 persone di 15 edifici di quattro piani, con scuole, un ospedale, un auditorium e 180 bagni che sta sorgendo su 2,5 ettari a West Matia, nel distretto di Goalpara, a circa 150 km dalla capitale Guwahati e rappresenta il primo campo indiano per i cittadini dichiarati “illegali”. Secondo alcune associazioni della società civile locale che sono riuscite a contattare direttamente i costruttori della Assam Police Housing Corporation Limitedsembra che la costruzione sarà pronta entro la fine di quest’anno. I lavori del primo campo sono iniziati in gran segreto a dicembre 2018 e nei prossimi mesi è prevista la posa della prima pietra di altre nove residenze simili.

Per il progetto l’India ha stanziato 460 milioni di rupie, circa 5,8 milioni di euro, soldi che per i funzionari del governo rappresentano “un investimento sulla sicurezza di tutta la popolazione” visto che il centro, dicono, non “sarà come un carcere”. Nelle scorse settimane Kishan Reddy, il ministro dell’Unione per gli affari interni degli Stati, ha sottolineato che “sarà data attenzione speciale alle donne con bambini e alle gestanti. I bambini alloggiati nei centri di detenzione avranno a disposizione delle strutture educative”. Dentro e fuori lo stato di Assam a questa "detenzione morbida" credono in pochi e in attesa del nuovo lagher, almeno un migliaio di “neo immigrati illegali” sono stati rinchiusi in sei centri di detenzione realizzati in diverse carcerari dell’Assam. I media locali indiani da settimane raccolgono storie tragicomiche di famiglie in cui, ad esempio, padre e figlia sono stati riconosciuti come assamesi, mentre madre e figlio sono stati incarcerati come immigrati bangladeshi illegali. Così giocando sul sillogismo “bangladeshi uguale immigrato musulmano”, il Governo dell’Assam promette di rispedire tutti i migranti non più graditi “a casa loro”. Un progetto  che secondo il presidente del Bjp e attuale ministro degli interni indiano Amit Shah potrebbe presto venire esteso al resto del paese. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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