Accountability, smart cities e smart citizens

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Un immagine dell’incontro- Foto: Pipinato

Al Festival dell’Economia 2014 di Trento v’è stato un incontro organizzato da Action aid Italia moderato dal direttore del TG2 Marcello Masi. Il giornalista è sbottato con una provocazione: “C’è chi il mezzo lo utilizza e chi lo subisce. L’esclusione è un rischio che si corre o no con la rivoluzione digitale?”

Gli risponde la prof.ssa Fiorella De Cindio dell’Università di Milano. Nell’on-line e nell’off-line vi sono sia rischi che opportunità. Oggi mentre si guarda la TV si cerca contemporaneamente l’info on line sulla news o sulla persona che sta parlando. Dove arriviamo? Su Wikipedia naturalmente, patrimonio d’informazioni mondiale che tutti contribuiscono ad aggiornare.

Per De Cindio questo è il nostro ambiente ed il nuovo scenario ci porta a ridefinire diritti e cittadinanza. La cittadinanza digitale comporta un arcobaleno di diritti. Per cerchi concentrici, dall’interno all’esterno, essi sono: rete, accesso, educazione, servizi on line, trasparenza, informazione, consultazione e partecipazione attiva. Riguardo quest’ultima i giovani, per uscire dalla passività, devono imparare a programmare e non solo a recepire. Attori e non solo consumatori.

Marco De Ponte, segretario di Action aid, afferma che non possiamo continuare a parlare di smart city senza smart citizens. Senza quest’ultimi non andiamo da nessuna parte. I cittadini devono essere in grado di prendere decisioni assieme a coloro che hanno l’autorità di firmare un decreto, ossia a decisori politici. Non basta mettere a disposizione le informazioni ma devono essere accessibili, comprensibili, disponibili, per tutti. L’accountability serve per co-creare la decisione più condivisa, e non necessariamente più utile, tra i cittadini.

Il secondo giro di opinioni riparte dal “paradosso del giardino”. I giardini a Trento e Bolzano sono belli ma frequentati da ricchi e meno ricchi. Più scendiamo verso i sud d’Italia c’è più degrado. Il “pubblico” in quanto tale è di qualcun altro. Non mio. E, quindi, non mi riguarda.

De Cindio contrattacca, avendo genitori di origine napoletana e siciliana, ed afferma che nel giardino curato ci si sente estranei, spaesati mentre dove i giardini non sono curati c’è più comunità. Ci si sente a casa. E se a qualcuno viene un malore sa che verrà aiutato. Anche la rete aiuta a fare comunità indipendentemente dall’estetica. Wikipedia ha una grafica essenziale e non certo bella. Anni fa l’Italia, prosegue la professoressa di Milano, era una rete di reti civiche / community / network a favore del territorio. Questo spazio digitale, spazio di rete. Nulla a che vedere con Facebook, una piazza “americana”, molto attenta ai nostri dati ed informazioni ma completamente avulsa rispetto alle dinamiche comunitarie e territoriali.

In altre piazze si fa crowd di tutto: soldi, idee, soluzioni ma si potrebbe anche prendersi cura del proprio territorio. Qui non deve girare solo la protesta ma anche la proposta. Il mondo digitale non è di altri ma di noi stessi. La stessa Wikipedia è partita zoppicante ma adesso è insostituibile. Proviamo quindi a coniugare la condivisione di idee con la cura del territorio. 

Masi, a proposito, cita un’app di Bologna di Cittadinanza attiva che mette in rete gli orti botanici e che ha coinvolto 300 città, nel completo silenzio dei mass media. 

De Ponte porta come esempio un sito che ha aiutato a ricostruire un tessuto sociale dopo il terremoto de l’Aquila. Open ricostruzione è uno sforzo congiunto di Action aid ed istituzioni locali che ha creato una piattaforma nella quale è possibile registrare tutti i dati che riguardano i danni, le promesse e lo stato di avanzamento dei lavori. Già questa iniziativa  ha messo assieme una quantità importante d’informazioni, connesse poi a laboratori che spiegavano come segnalare il danno, trovare soluzioni congiunte, accedere ai fondi. Il tutto con l’aiuto del fotogiornalismo. Questa sperimentazione in Italia è utile anche per essere esportata in altri paesi come il Burundi.

Un altro esempio riguarda i “Diritti delle donne a Reggio Calabria”, città che con il comune commissariato, conta zero asili. I cittadini rinunciano a domandare. Per cui, prima, va fatta la comunità preparandosi a un breve periodo di diffidenza e poi si va verso la class action. L’asilo di Reggio è più importante dello 0,01 nell’attuazione degli obiettivi del millennio; è concreto.

Ma gli smart citizens prevedono conoscenza. I cittadini devono sapere che vengono spesi circa 1,5 miliardi di euro  per le mense scolastiche. A beneficiarne sono poche decine di aziende. Ebbene, in Italia, vi sono strumenti di democrazia evoluta come l’assaggio cibi da parte dei genitori che esercitato per solo il 9%. Il problema è che i cittadini non lo sanno e se lo sanno non lo fanno.   

Marco De Ponte chiude affermando che per tradurre in italiano Accountability con 3 parole: trasparenza, responsabilità e partecipazione. Vi sarà pure un motivo fatichiamo così tanto a tradurre.

Fabio Pipinato

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