Montagna a luci rosse: erotismo ad alta quota?

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Foto di Anna Molinari ®

Quando ho letto il titolo di questo incontro, come un’allodola mi sono fatta incuriosire. Mi piacciono le realtà che osano, che lanciano l’amo dei pensieri oltre la rete delle cose già sentite, già dette, scontate. Troppo spesso però si è ancora impreparati a fare i conti con quello che quell’amo gettato “oltre” potrebbe agganciare. E quindi si fa un passo indietro, riportando le cose dentro le zone di comfort, senza pericoli.

Dalle prime parole capisco che la conversazione filosofica che ho scelto di ascoltare sarà molto platonicaAnna Facchini, presidentessa della Società degli Alpinisti Tridentini, introduce il prof. Alberto Conci sfumando da subito il rosso dell’erotismo a cui ammicca il titolo in una tavolozza di emozioni forti, anche di segno opposto, che tengono nella passione per la montagna il fil rouge dell’incontro. Decido di rimanere nonostante la stanchezza, perché la sensazione è quella di un incontro che avrà comunque spunti intensi… ché ogni tanto c’è proprio bisogno di pensieri profondi che si infilino nelle pieghe dei sentimenti più forti. E poi, a dire il vero, resto anche perché l’età media abbastanza alta del pubblico che riempie la sala mi incuriosisce, mi intenerisce.

Amore e montagna, insomma, ma anche montagna e amore. Un abbinamento che, in qualunque direzione lo si legga, sembra leggero, probabilmente inflazionato. Le riflessioni che evoca, però, si sciolgono in voli pindarici attorno alle parole, magari sempre le stesse, ma con significati fortemente individuali, che per ciascuno di noi vestono un senso diverso, intimo.

Fin dalle correnti filosofiche più antiche, l’amore è frequentemente associato a un fine: qualcosa che ci guida, ma anche qualcosa che ci manca, che è traguardo e nostalgia insieme. Porta con sé una pronunciata dimensione di mistero, che nella montagna risuona come un’eco. La montagna stessa è oggetto d’amore, ma non riservato in via esclusiva agli alpinisti: ognuno ne fa esperienza prima di tutto al singolare, in un modo del tutto personale che non deve per forza aver a che fare con il salire in vetta, con il possederla. Che è un po’ quello che succede a noi umani, no? Amare, nel senso più pulito, ha poco a che fare con il possedere. Ha più a che fare con il vuoto, con il silenzio: lo spazio vuoto (nella mente, nella vita) è luogo di percezione, si fa esperienza della solitudine – a cui anche la montagna chiama – nella salita, nel dialogo con se stessi. Passi, vento, fiato. Dal silenzio di uno spazio di contemplazione nasce la comunicazione autentica, quella che non coincide con l’isolamento, ma con l’essenziale.

È così che l’amore per la montagna parla anche di aspirazione all’eternità: le montagne ti soppravvivono, sei tu che passi, loro restano. È una lezione di posizioni, potenzialità, limiti. Si instaura un contatto incommensurabile, che ancora una volta toglie il velo al nostro esistere: quando amiamo facciamo sempre esperienza del limite, amare vuol dire accettare di essere limitati. Essere meno liberi, ma forse anche meno soli.

La sala è assorbita, concentrata, ovattata… come quelle mattine di nuvole basse che ancora devono aprire le proprie tende sul cielo. Eppure è sera, una di quelle che a sorpresa ti tengono incollata ai pensieri. Il desiderio di tornare continuamente alle montagne ha a che fare con i limiti, va bene. Ma per superarli? Per spostarne l’asticella sempre un po’ più in là? Per trovarne di nuovi? Per riconoscerli? E si parla di ciò che ci sta fuori, attorno, o invece di ciò che ci sta addosso, dentro? Eh.

La filosofia preferisce le domande alle risposte, non conquista vette, le cerca. Ché poi la parola “conquista”, così comune nel linguaggio degli alpinisti, è una cattiva parola per descrivere l'amore per la montagna. Va usata con prudenza. Perché la montagna “mi appartiene solo quando ritorno a valle” (per riprendere uno spunto di Hans Kammerlander, ospite domani al Trento Film Festival), prima sono io che appartengo a lei.

La montagna ci pone in ogni caso a stretto contatto con un cammino, quello della ricerca della felicità, che ha molto a che fare con il rapporto stesso tra amore e felicità: si ama ciò che ci rende felici, che sia finire una via preparata per tanto tempo, o semplicemente i papaveri gialli su un ghiaione.E questo non esime dalla relazione, anzi la feconda. E in montagna ha prima di tutto un nome: ospitalità.In particolare quella ricevuta, dalla natura che ci accoglie, dalle porte di un rifugio o di un bivacco che troviamo aperte.

Ma la montagna è anche luogo di incontri, in cui sono in gioco relazioni plurali: educazione al rispetto e alla bellezza, agli ostacoli e ai traguardi, anche quando non sono raggiunti; amicizia, nelle imprese chiuse e in quelle ancora da pensare; allenamento alla sopportazione, che fortifica nella contemplazione, insieme.

La montagna seduce, e le tentazioni si moltiplicano: concentrarsi solo su sé stessi, in virtù anche del fatto che alcuni bisogni primari (tra cui il contatto con la parte primordiale di noi e del mondo che la natura rappresenta) non possono essere posticipati oltre un certo tempo; portare a termine una prestazione, la cui tentazione a volte prende nome di malattia, ossessione, con la quale si accorda la tentazione del risultato, un cinismo che fa rima con tecnicismo, in nome di obiettivi che invece di avvicinarci alla realtà ce ne allontanano.

Quello che ci si chiede è allora: la ricerca della felicità in montagna ha oggi a che fare con nuove forme di alienazione della nostra vita? Perché quest’attrazione insondabile per quel luogo, essenzialmente, di fatica? Inevitabile a questo punto pensare al corpo, protagonista necessario e primario di questo amorema forse, in occasione di questo appuntamento, un po’ lasciato ai margini a dispetto di un titolo che forse lo avrebbe voluto un po’ più al centro della scena. Eppure “la pelle è il confine tra noi e il mondo” ricorda il prof. Conci, citando Simone Weil. Ferire la pelle è rompere il confine tra noi e il mondo... Ed è forse proprio dall’erotismo di quella fisicità spesso troppo censurata che emergono fragilità e asimmetrie come essenza dell’amore, equilibrio di vertigini tra poli di attrazione che mettono in contatto l'infinitamente piccolo con l'infinitamente grande.

Anna Molinari

Giornalista pubblicista, laureata in Bioetica presso la Facoltà di Scienze Filosofiche di Bologna, ha frequentato a Roma la scuola di Scienze politiche internazionali, cooperazione e sviluppo di Focsiv e ha lavorato presso il Ministero dell’Interno - Commissione per il Riconoscimento della Protezione Internazionale e il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Dal 2011 cura per Fondazione Fontana Onlus e in provincia di Trento laboratori formativi e percorsi di sensibilizzazione rivolti a scuole e cittadinanza su temi a carattere sociale. Collabora regolarmente con realtà che si occupano in particolare di divulgazione ambientale, aree protette e sviluppo sostenibile.

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