“Il luogo più simile al Tibet che esista in Europa”

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Foto: M. Canapini ®

Così Fosco Maraini, il grande etnografo ed esploratore italiano, definì l’altopiano di Castelluccio negli anni trenta.  Il paesaggio, sebbene stritolato dai recenti terremoti, pare intatto da allora. Faggi, lupi, sentieri, coturnici.  Un vec chio cowboy di nome Domenico, riferendosi al rifugio collassato alle sue spalle, quasi divertito ma rispettoso sghignazza: “Quando mai ca pitava che i pastori facessero colazione con caffè e cornetto? Grazie al terremoto torneremo finalmente alle origini”. Domenico è stato sorpreso dal sisma mentre cuoceva salsicce sotto un albero. Compara l’ondulamento dell’asfalto al corpo di un serpente mai domato. “Su queste strade ci è passato il diavolo e ci ha lasciato la coda” mormora, emettendo poi un fischio prolungato per richiamare i propri cani, docili e riflessivi.

A fianco dell’ex bivacco incontro una mar maglia scompigliata di ragazzi originari di Capodac qua, memori di una vecchia tradizione dei loro padri che una volta ogni tre anni, in occasione della proces sione-sagra della Madonna del Carmelo raggiungo no le alture sopra i Pantani con la voglia di stare insie me, cuocere maiale sulle braci ardenti e tracannare litri di birra o il più nostrano vino e gassosa.  Il confine tra Lazio, Umbria e Marche è distante uno sputo e il dialetto mantiene a tratti gestualità napoletane, voca li romanacce, connotati abruzzesi, un punto d’incon tro tra le migliaia di micro mondi di cui è composta la penisola italica.  I brani del compianto Cohen regnano sovrani e prima del buio, due squadre composte da quattro persone ciascuna, si sfidano a coppie in inter minabili e mirabolanti partite a morra, strillando a tut ta voce: “Quattro, sette, otto, tuttaaaa”. Il pran zo della processione-sagra è qualcosa di atomico: formaggi, olive ascolane, pizze farcite, pomodori ri pieni, torte e crostate, litri di vino rosso rubino. Un centinaio di persone, forse più, seguo no la statua della Madonna srotolando rosari, innal zando crocefissi al cielo che promette tempesta. Un vecchio volontario del disastro irpino, col braccio fa sciato, tra un boccone e l’altro dice che danni simili non ne aveva mai visti in vita sua, la montagna si è mossa come dentro una centrifuga. 

Il sisma cala come una cappa di nebbia in autunno oscurando l’animo dei sopravvissuti. Più ti divincoli più ne rimani intrappolato come dentro le sabbie mobili.  Ne è testimone Luciano, nato nel 1932, salvatosi per pochi secondi. Uscito di casa con la prima scossa, si è infila to le scarpe e cinque minuti dopo sbruum, la casa è crollata nel vicolo del paese. Poi l’evacuazione nella ten dopoli di Borgo e tutto il resto che, a tre anni di distanza, è già storia scritta. Al tavolo bevo anice e prosecco con Ele na e Stefano, i quali mi danno uno strappo a valle con la Panda 4x4 verde alga.  Mani premurose indicano la via, suggerendoti che la porta di casa è da sempre un confine irrisorio, fantastico, non una barriera o un pa rapetto ma più un deltaplano.  

 Mentre Stefano, di professione fornaio, guida con la schiena appoggiata al sedile da cui fuoriesce gomma piuma, i racconti proseguono senza sosta: “Tre giorni a settimana d’inverno e tutti i giorni d’e state venivo col furgoncino in questi paesetti per ven dere il pane.  Ci conoscevamo tutti.  Gli anziani lavora vano l’orto e mi lasciavano le chiavi di casa sulla porta, un cartoccio per il pane e spesso anche un bicchiere di vino già travasato. Entravo nell’intimità altrui e a seconda dei soldi che mi lasciavano sul tavolo della cucina sapevo che pagnotta lasciarli.  Un senso di co munità fortissimo, credimi, ma dopo questo disastro muterà tutto quanto. Bello l’evento di oggi, la parata per la Madonna del Carmelo, ma durerà uno, due anni, dopodiché la gente si stancherà di tornare ap positamente da Roma o Ascoli e l’ennesima tradizio ne andrà a morire. Faccio il fornaio da quando ho quattordici anni, conosco tutti, siamo tutti mezzi im parentati. Lì ad esempio c’era la casa di Orelia” indica Stefano stando ritto sulla balaustra della vecchia Sala ria che sfiora Capodacqua.  

Dell’umile casetta rimane solo il colore dei mattoni schizzato sul cemento del cavalcavia, nient’altro. Di là della nuova Salaria, quasi si fiancheggiano la fabbrica addetta allo smaltimento delle macerie (sbriciolate e riutilizzate per farci sab bione per l’area Sae) e quella di Della Valle in cui an drà a lavoraci pure Daniele, il figlio di Tonino, cono sciuto ai tornei notturni di morra. Tutto ciò che d’immortale rimane nel culto delle spoglie cadenti e nell’insensatezza delle vite incompiute, galleggia in questo cupo pomeriggio di luglio, sbriciolato sopra Pescara sul Tronto come una coperta bucata.  

Il paese non è più paese.  Possiede più le fattezze di una disca rica a cielo aperto con calcinacci e schegge di porte che bucano le nuvole come lance da guerra.  Quaran tanove vittime. Quando Elena, pendolare per amore tra Ancona e Ar quata, parla dei meriti e del soccorso dato da Stefano quella notte, lui si allontana, umile, coinciso.  Non vuole essere trattato da eroe.  “Il 28 agosto sono ve nuta quassù per i funerali delle vittime. Viaggiavo in sieme a psicologi, vigili, Alpini e una giornalista. Seb bene fossero abituati alle emergenze, nessuno di loro ha retto l’impatto con Pescara. Personalmente, rin grazio di aver avuto la mia macchina fotografica che ha funto da filtro” narra Ele na, scostando una ciocca di capelli rossicci dalla fron te.  Un signore sopravvissuto alle scosse, si avvicina a Ste fano commosso, indica la chiesa, la piazzetta, la casa di Maria e quella di Vittorio.  Io distinguo solo una massa inestricabile di macerie, abitazioni spostate di metri, mescolate come le carte di un castello dalle basi fragili, e fa ancora più male non poter distingue re nulla, non aver nemmeno una minima traccia di contorno. Viuzze così strette che Stefano faticava a passarci con la cesta di pane caldo. 

L’effetto domino è stato inevitabile. “Vorrei solamente riavere il mio for no. Ultimamente non so più che fare. Vengo alla fonte, bevo, osservo il mondo passare e attendo che qual che amico transiti di qua per scambiare due parole. Quella notte ero sotto col lavoro, alle prese con palet te e infornate varie. Ho sentito improvvisamente la casa e il forno tutto, scricchiolare e aprirsi in più punti.  Mentre scappavo la luce dei lampioni esterni filtrava tra le crepe, la ringhiera scossa come il busto di un serpente, la luce elettrica saltata via rendeva dramma tica la discesa delle scale in cemento. Sceso in strada ho visto caterve di polvere alzarsi da Arquata e accor so sul posto, camminando sopra le macerie, udivo le persone intrappolate sotto chiedere aiuto ma non po tevamo fare nulla.  Le scosse insistevano, tegoli e mas si crollavano dalle case rischiando di colpirci in testa. I vigili ci hanno evacuato a forza per riprendere i soc corsi il mattino seguente. Ora resistiamo, qui Bru no con un trattore, là Antonio con le pecore, io laggiù senza niente” rivela tutto d’un fiato Stefano, confidan do in un orecchio attento. Il muro del camposanto è crollato, gli oculi trasferiti in blocchi di cemento per ché visibilmente danneggiati. Nemmeno i morti, culla ti dall’abbraccio della stessa madre terra, hanno trovato scampo o fortuna.  Su queste terre amare l’ordine consueto della morte a tratti è come invertito: chiama a sé prima i figli anziché i genitori, miracola i nonni ma non lascia scampo ai nipoti. 

Diari estrapolati da “Il passo dell’acero rosso - alberi, pecore e macerie (Aras Edizioni). 

Per continuare a seguire e sostenere la storia/progetto di Elena e Stefano: https://www.montevector.com/

Matthias Canapini

Matthias Canapini è nato nel 1992 a Fano. Viaggia a passo lento per raccontare storie con taccuino e macchina fotografica. Dal 2015 ha pubblicato "Verso Est", "Eurasia Express", "Il volto dell'altro", "Terra e dissenso" (Prospero Editore) e "Il passo dell'acero rosso" (Aras Edizioni).

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