Mare Nostrum: un "valore naturale" da preservare...

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Miliardi di dollari. È questo il “valore naturale” del Mediterraneo, che con i suoi 46.000 chilometri di costa può generare, ogni anno, un giro d’affari di 450 miliardi di dollari ed è in grado di sostenere circa 150 milioni di persone che vivono lungo le sue sponde. Anche se di fatto copre solo l’1% della superficie marina mondiale il Mediterraneo fornisce il 20% del Prodotto Marino Mondiale Lordo. Questo significa che, se il Mediterraneo fosse un’economia a se stante, sarebbe la quinta della regione, dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia e sarebbe capace di generare, principalmente grazie al turismo e alla pesca, circa quanto l’economia annuale prodotta da Algeria, Grecia e Marocco assieme. A "quotare" il Mare Nostrum è stato il report Reviving the Economy of the Mediterranean Sea: Actions for a sustainable future, lanciato il 27 settembre dal Wwf in vista del summit Our Ocean ospitato lo scorso mese a Malta dall’Unione europea.

Realizzato in collaborazione con The Boston Consulting Group, il report non è però solo un elogio al patrimonio di biodiversità e ricchezza di questo mare, ma principalmente un monito contro l’insostenibile sfruttamento delle sue risorse. Per il report, infatti, calcolando che nell’arco temporale 2025-2030 è prevista un’ulteriore rapida crescita delle attività imprenditoriali che interesseranno il Mediterraneo, attività che vanno dai trasporti marittimi alla realizzazione di nuove infrastrutture sulle coste, dall’incremento della pesca a quello del turismo, non è difficile ipotizzare anche un rapido impoverimento della sua ricchezza. Il Commissario europeo per l’ambiente, gli affari marittimi e la pesca, Karmenu Vella, autore della prefazione del report ha avvertito: “Costruire un'economia blu per il Mediterraneo dipenderà in gran parte dalla capacità che avremo di garantire la salute del nostro mare, delle sue coste e degli ecosistemi marini e, laddove è possibile, di ripristinare quelli degradati”. Di sicuro “Non possiamo continuare ad erodere i beni del Mediterraneo dai quali dipendono la nostra cultura ed economia”.

Il turismo, la principale fonte di entrate economiche dell’area mediterranea, è il settore maggiormente sotto osservazione, visto che nel 2030 conterà 500 milioni di visitatori internazionali rispetto ai 300 milioni scarsi di oggi. Si tratta di una crescita annua del 2,9% per i prossimi dieci anni, con un conseguente aumento anche dei lavoratori impegnati nel settore del 16%. Un’ottima notizia per le popolazioni che si affacciano sul Mare Nostrum, ma non per l’ambiente, se di pari passo tutti i Paesi coinvolti non aumenteranno l’attenzione e gli investimenti verso uno sfruttamento più sostenibile e un turismo più responsabilelimitando l’impatto che questo incremento turistico porterà su un ambiente che, per il Wwf, è “già sotto pressione”. È quindi  evidente l’importanza della conservazione che deve essere considerata “una delle maggiori priorità per i leader mediterranei”, ha ricordato il Wwf, che ha anche sottolineato l'attuale fragilità della flora e della fauna mediterranee. Il Mediterraneo, negli ultimi 50 anni, ha perso il 41% della sua popolazione di mammiferi marini, e il 34% di quella totale. Circa il 53% degli squali, inoltre, è a rischio di estinzione e allo stesso pericolo è esposta la tartaruga della specie Chelonia mydas. La vegetazione non sembra passarsela meglio. Il caso della Posidonia è emblematico: “questa pianta acquatica ha visto per cause antropiche un declino del 34% della sua distribuzione nell'area mediterranea”.

Per Donatella Bianchi, presidente di Wwf Italia, “Il rapporto chiarisce quanto rilevante sia il valore economico, ambientale e sociale del Mediterraneo e quale sarà il costo che la grande comunità mediterranea dovrà sostenere se non verranno avviate le necessarie politiche di conservazione, mitigazione e tutela. La pressione esercitata sulle risorse ittiche, sulle aree costiere e gli ecosistemi marini è insostenibile e senza precedenti, in Mediterraneo come nella maggior parte dei mari e degli oceani del pianeta”. Dello stesso avviso è stato il direttore del Boston Consulting Group Nicolas Kachaner, per il quale “Dopo questa analisi nessuno può più dubitare dell’importanza di gestire attentamente gli asset marini che sostengono una fetta così grande dell’economia mediterranea. Un approccio economico prudente però deve mettere a bilancio una forte azione di conservazione in tutta la regione per assicurare i suoi beni naturali, altrimenti le fondamenta economiche della regione potrebbero essere seriamente minacciate”.

Del resto come avevamo scritto già nel 2011 con “Stok ittici prosciugati” e ricordato nel 2015 con “Stanno svuotando il Mare nostrum”, anche secondo l’ultimo report della Banca Mondiale The Sunken Billions Revisited: Progress and Challenges in Global Marine Fisheries (I miliardi sommersi: progressi e sfide per la pesca marittima a livello internazionale), la situazione del Mediterraneo è lo specchio della crisi del patrimonio ittico mondiale e oggi “una gestione più sostenibile e oculata delle risorse ittiche, in massima parte limitando gli scarti, genererebbe un profitto annuale di 83 miliardi di dollari”. Il recente aggiornamento dello studio, pubblicato per la prima volta dalla Banca Mondiale nel 2009, ci suggerisce, quindi, che ridurre la pressione della pesca a livello globale e non solo mediterraneo, è un passo che non solo contribuirebbe alla ricostituzione degli stock ittici, ma garantirebbe all’industria della pesca una resa maggiore e più costante nel tempo.

Appare quindi evidente, che i leader politici ed economici, in primis quelli dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, dovrebbero cogliere senza troppe difficoltà l’importanza e la necessità di investire nella tutela ambientale e impegnarsi affinché siano raggiunti gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Non si tratta di intraprendere la strada della temuta “decrescita”, ma di una crescita che partendo dalla salvaguardia delle nostre risorse naturali possa garantirci nel tempo resa e durata. Come spesso accade, però, dopo la lettura di questo tipo di analisi, che apparentemente non lasciano dubbi su cosa sia necessario e conveniente fare, non possiamo dare affatto per scontato che la politica e l’economia imbocchino naturalmente la strada più sensata per la tutela del Meditterraeno e del suo indotto.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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