Italia: stanno svuotando il Mare nostrum

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Il mar Mediterraneo e i suoi pesci vanno tutelati e protetti dallo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche e dai metodi di pesca distruttivi che stanno mettendo in pericolo tutto il mondo marino. Per questo lo scorso 4 marzo Greenpeace ha rilanciato l’allarme sulla pesca eccessiva nel Bel paese attraverso un comunicato che suona come un drammatico ultimatum: “stanno svuotando i nostri mari”. Chi? L’ong punta il dito contro il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, “responsabile di aver sino ad ora attuato delle politiche fallimentari di gestione della pesca, che non hanno garantito un utilizzo equo e sostenibile degli stock ittici. Le risorse di pesca sono in evidente declino e la crisi dell’intero settore è oramai sotto gli occhi di tutti”.

Già dal 2011 sapevamo con certezza che il nostro Paese consuma molto più pesce rispetto alla produzione nazionale e dal 30 aprile di ogni anno il Mare nostrum inizia a dipendere dai prodotti ittici provenienti da altri mari. A rivelarlo era stato il dossier Fish Dependence presentato dalla New Economics Foundation (NEF) e da Ocean2012 secondo il quale dal 2000 la differenza tra la ricchezza dei mari e il prelievo è divenuta in Italia sempre maggiore e il deficit alimentare è cresciuto ininterrottamente ponendo “fine” alla quantità di pesce nostrano in soli 4 mesi*. Nonostante questi ripetuti allarmi per Serena Maso, responsabile delle campagne mare di Greenpeace Italia, “Invece di mettere in atto misure gestionali che permettano la tutela e il recupero delle risorse ittiche, a beneficio dell’intera comunità e di chi pesca in modo sostenibile, solo pochi mesi fa il Ministero ha rinnovato per l’ennesima volta nuove autorizzazioni speciali di pesca che pongono in ulteriore sofferenza degli stock già sovrasfruttati”. 

Le proteste degli ambientalisti che già dal 2013 nel Canale di Sicilia avevano denunciato la cattiva gestione di alcune “autorizzazioni speciali” di pesca, rilasciate dal ministero alla flotta delle volanti a coppia (reti a strascico semi-pelagiche) per pescare stock già sovrasfruttati come acciughe e sardine, non hanno portato da parte del Ministero ad un ritiro delle autorizzazioni, ma addirittura ad una denuncia del direttore delle Campagne di Greenpeace per “violenza privata”. Greenpeace ha ricordato come proprio nel 2013 “A bordo di un gommone, affiancando due pescherecci che stavano pescando grazie ad una di queste autorizzazioni speciali, alcuni nostri attivisti avevano esposto, tra gli altri, un banner con la scritta Questa pesca svuota il mare”. Un’azione che è costata la denuncia e che lascia perplessa l’associazione “Come mai sotto processo siamo finiti noi e non chi sta mettendo a rischio il futuro dei nostri mari?”.

“Sono anni che chiediamo di difendere il Mediterraneo da chi lo distrugge… e dopo aver denunciato chi pesca in modo non sostenibile, siamo noi ad esser finiti sotto processo”. Sembra un paradosso, ma è proprio quello che sta accadendo e per la ong “Non è accettabile che chi difende il mare venga processato, mentre pochi privilegiati continuano a svuotare i mari, a danno di un patrimonio comune di biodiversità”. Forse è ora che il Ministero delle Politiche Agricole faccia il suo dovere eliminando una volta per tutte la pesca eccessiva e favorendo quella sostenibile, sempre che ad oggi sia ancora possibile parlare di pesca sostenibile, visto il rischio estinzione di numerose specie a cominciare dall'ormai sempre più raro tonno rosso. 

Eppure ce lo chiede l’Europa! Infatti da anni l’Italia è chiamata a mettere in atto misure di gestione serie ed immediate, per mantenere in equilibrio le attività di pesca con le risorse disponibili e assicurare il recupero degli stock ittici in declino. Un impegno che è stato definito lo scorso anno dalla stessa Unione Europea che lo ha imposto agli stati membri attraverso la Politica Comune della Pesca. Ora dopo la denuncia di diverse associazioni ambientaliste alla Commissione Europea contro il sistema delle “autorizzazioni speciali”, l’Ue ha aperto un’indagine e Greenpeace ha ricordato che “Se il Ministero dovesse essere ritenuto responsabile, l’Italia rischia una nuova procedura d’infrazione" e a pagare sarebbero ancora una volta i contribuenti italiani.

Per Serena Maso l’Italia non ha più appelli! “È ora di smetterla, negli ultimi anni il Ministero si è riempito la bocca di false promesse in nome di una sostenibilità ambientale che ancora non c’è. Chiediamo che questi permessi speciali vengano ritirati, e che vengano stabilite misure serie e lungimiranti che permettano di recuperare gli stock e favorire chi pesca sostenibile”. Anche per questo nelle scorse settimane Greenpeace ha lanciato un appello per chiedere di eliminare la pesca eccessiva e per sostenere chi pesca sostenibile con la petizione #InNomeDelMare. Proviamo noi a salvare il Mediterraneo e tutte le specie che lo abitano?

*La data del “Fish Dependence Day” è ovviamente una provocazione, che può generare qualche incomprensione. In effetti si può pensare che in Italia, dal 30 aprile in poi si mangi solo pesce importato, mentre fino a quella data solo pescato nazionale. Ovviamente non è così. Pesce italiano e pesce importato sono insieme sui banchi di pescheria per tutto l'anno, ma se prendessimo tutto il pescato italiano e tutto quello importato e li separassimo, il primo coprirebbe solo i primi 4 mesi scarsi, il secondo il restante periodo. 

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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