Afghanistan, la terra del caos

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Foto: Anna Toro ®

“Non temo la morte, quanto i rischi che possono derivare dal rimanere in silenzio di fronte a tanta ingiustizia”. Sono le parole pronunciate da Malalai Joya, attivista afghana ed ex parlamentare, durante l’incontro organizzato a Roma a maggio da “In difesa di”, la rete di oltre 30 organizzazioni italiane creata per portare all’attenzione pubblica la questione dei difensori e delle difensore dei diritti umani, di cui abbiamo già parlato su Unimondo ieri.

Malalai Joya ha fornito la testimonianza vivente delle condizioni in cui sono costretti a vivere, in tante parti del mondo, coloro che si occupano della difesa dei diritti umani nel mondo, tra intimidazioni, minacce di morte, campagne di diffamazione, criminalizzazione e aggressioni, fino ad arrivare all’omicidio. Lei stessa, espulsa nel 2007 dal Parlamento afghano, è stata più volte minacciata dopo aver denunciato, all’interno della stessa assemblea, la presenza di “signori della guerra”, di trafficanti di droga e persone responsabili di violazioni dei diritti umani. Da allora ha subito diversi attentati ed è costretta a vivere sotto scorta, cambiando continuamente abitazione. “E’ da un anno che non vedo mio figlio” spiega l’attivista, che non ha mancato di raccontare il caos in cui a tutt’oggi versa il suo paese, martoriato da decenni di conflitto ininterrotto a cui si sono aggiunte, dal 2001, la guerra e l’occupazione americana. “Il genocidio in atto nel nostro paese non è meno brutale oggi di quanto non lo sia stato durante l'orrore dell'era talebana – commenta – L'occupazione ha solo raddoppiato i nostri problemi”.

Malalai, infatti, definisce la cosiddetta “guerra al terrorismo” come “la più grande bugia di questo secolo”, che avrebbe portato tutto fuorché pace e stabilità nel paese. Così, mentre i talebani hanno riguadagnato terreno e importanza, l’Afghanistan continua ad essere percorso da attacchi suicidi, bombe, scontri violenti tra esercito, polizia e i miliziani talebani, più diverse altre sigle di gruppi combattenti, compreso Daesh. Proprio per intensificare la lotta ai talebani il presidente Usa Donald Trump avrebbe deciso di rimpolpare le truppe presenti sul territorio, inviando tra i 3 mila e i 5 mila soldati in più, che si aggiungerebbero agli 8.400 militari attualmente impegnati sul campo. Certo è difficile pensare che possano fare più dei 100 mila uomini impegnati nel 2010-2011, prima che Barack Obama iniziasse la fase del ritiro. Al momento, infatti, l’esercito Usa dovrebbe occuparsi solo dell’addestramento militare dei soldati afgani, e delle operazioni contro l’ISIS (principalmente nell’est del paese), ma con la definizione della nuova strategia, ancora da confermare, si parla anche di conferire all’esercito maggiore autonomia nell’uso dei raid per colpire miliziani talebani. Gli attacchi dall’alto, con droni e aerei, non si sono infatti mai fermati, e con essi le morti di civili (un tempo li chiamavano “danni collaterali”), che secondo un recente report dell’Unama sarebbero in continuo aumento. Anche Malalai Joya ha parlato della continua sperimentazione di armi distruttive nel territorio afghano, come la “Moab”, la cosiddetta “Madre di tutte le bombe”, sganciata in un tunnel sotterraneo nella provincia orientale di Nangarhar. “L'affermazione che l'obiettivo di questa bomba era l’Isis è una grande bugia – commenta ancora Joya – Non credo che gli Stati Uniti vogliano distruggere i talebani, né l'Isis, né Al Qaeda in Afghanistan. Piuttosto, hanno contribuito a espandere questo virus mortale nel nostro Paese”.

Secondo l’attivista, due sono infatti “i tumori da estirpare in Afghanistan”: uno è appunto l’occupazione militare statunitense, l’altro è il fondamentalismo tuttora presente all’interno delle stesse istituzioni afghane. “Quest’ultimo – spiega – è volto a opprimere la popolazione e le persone, ma viene protetto e foraggiato dall’Occidente per giustificare la presenza delle proprie truppe”. Joya si riferisce soprattutto alla presenza, in parlamento, di ex “signori della guerra”, a partire dal fondamentalista Gulbuddin Hekmatyar, definito in passato come “il macellaio di Kabul”, a cui il governo avrebbe addirittura offerto il ruolo da mediatore nei colloqui di pace con i talebani. “Nonostante un tempo sia stato ricercato quale massacratore di migliaia di afghani, è stato misteriosamente cancellato dalla lista nera delle Nazioni Unite. La sua impunità è garantita dalle istituzioni, il governo Karzai prima e quello di Ghani oggi, a loro volta protetti da Washington”.

Il risultato? Un paese pervaso da insicurezza, povertà, disoccupazione, tossicodipendenza a livelli record: Joya parla di oltre 3 milioni di persone dipendenti dalle droghe, su una popolazione di 30 milioni, e una tendenza all’aumento. Niente di strano, dunque, che molti scelgano la fuga dal paese e vengano a bussare alle porte dell’Europa, a costo di rischi altissimi e di forti discriminazioni. E qui, Malalai Joya punta ancora una volta il dito contro l’Occidente: “Chi poi viene rispedito in Afghanistan, spesso a spregio delle convenzioni internazionali e degli accordi sui diritti umani, ha solo due strade da prendere: o la via della droga, o quella dell’arruolamento con l’Isis o altri gruppi terroristici, in cui si viene pagati 600 dollari al mese per combattere”. Capitolo a parte è infine quello delle donne, a tutt’oggi bersaglio di estremisti, misogini, stupratori, responsabili di attacchi con l’acido, attacchi alle scuole femminili: “Se a Kabul le donne sono in pericolo, le donne che abitano nelle zone rurali vivono l’inferno” spiega. Un clima di paura e tensione che Malalai, in quanto donna e soprattutto in quanto attivista per i diritti umani, sperimenta ogni giorno sulla propria pelle. E non è la sola.  

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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