Afghanistan: un sottofondo costante chiamato guerra

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E’ di 11.002 il numero delle vittime civili registrate nel conflitto in Afghanistan lo scorso anno, il più alto mai censito ufficialmente. Di queste, 3.545 sono i morti, mentre oltre 7.400 sono stati feriti. Ad affermarlo, l’ultimo rapporto dell’Onu sulle tragiche conseguenze dei combattimenti nel paese, secondo cui a pagarne il prezzo sono maggiormente i bambini: una vittima su 4 del totale è infatti un minore. Perché in Afghanistan, nonostante 14 anni di occupazione Nato, con tanto di droni, bombardamenti aerei, basi, prigioni e operazioni segrete, si combatte ancora. Fa parte di quella serie di conflitti innescati dall’occidente che vanno avanti all’infinito, diventati una specie di sottofondo silenzioso nelle nostre vite in quanto i media ormai non ne parlano quasi più, oggi distratti da altri fronti come la Siria, o la prossima guerra in Libia con cui gli americani vorrebbero cercare di rimediare ai pasticci combinati dalla guerra precedente. In realtà è il solito circolo vizioso inaugurato dalla guerra per le risorse mascherata da “guerra al terrorismo”, con cui ormai si giustifica qualunque intervento, e che non fa che foraggiare altro terrorismo e crearne di nuovo.

E’ così che la violenza si espande, bussa fino alle porte di casa nostra e ci offre nuove giustificazioni per continuare a bombardare all’infinito fuori dai nostri confini. Come abbiamo visto, le vittime principali sono sempre i civili, che spesso non possono fare altro che fuggire in massa, in cerca di un luogo più sicuro in cui vivere, l’Europa in primis: non è un caso che, secondo quanto riportato dalla Reuters, proprio gli afghani a tutt’oggi rappresenterebbero oltre un quarto dei migranti che ogni giorno rischiano la vita nelle piccole imbarcazioni che partono dalle spiagge turche. Fuggono dalle crescenti violenze perpetrate dai talebani e perfino da Daesh, che pure in piccola parte si sarebbe introdotto nel paese. Per non parlare dei raid da parte dei droni americani verso presunti obiettivi terroristici che continuano a mietere vittime innocenti, come dimostra anche il bombardamento all’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz lo scorso 3 ottobre.

Dunque, da quel 2001 in cui il mondo aveva dichiarato guerra ad al Quaeda, sembra che in Afghanistan poco sia cambiato, tanto che Obama ha dovuto rimangiarsi più volte la promessa di ritirare tutte le truppe presenti nel paese. Certo, sono state fortemente ridotte e oggi ammontano a 9.800. L’intenzione era di ridurle a 5.500 entro la fine del 2015, per poi lasciare una piccola forza a guardia dell'ambasciata americana a Kabul fino alla fine del 2016. La continua instabilità del paese però, culminata con la presa della città di Kunduz nel settembre del 2015 da parte dei talebani, ha convinto l’establishment statunitense a rimandare il tutto di un anno: le 9800 truppe perciò rimarranno, insieme al resto delle forze straniere (13.000), a presidiare Kabul, la base aerea di Bagram, e le basi appena fuori da Jalalabad e Kandahar, oltre a continuare l’addestramento (finora in realtà poco fruttuoso) dell’esercito e delle forze di polizia afghane. E non è escluso che il contingente possa essere addirittura ampliato a seconda dei prossimi sviluppi.

Sul fronte della politica le cose non vanno meglio e l’avvento della democrazia, come spesso accade quando viene imposta dall’esterno, non ha portato quella stabilità che gli americani speravano. Tutt’altro: secondo una ricerca di The Asia Foundation, nel 2015 più di due terzi degli afghani (il 67,4 per cento) riferiscono di temere per la propria sicurezza personale. Ci sono i signori della guerra, che dopo l’amnistia siedono nei ranghi del parlamento e continuano a fare l’interesse della propria fazione; ci sono i talebani, più attivi che mai, che si rifiutano di sedere al tavolo dei negoziati finché le truppe straniere non avranno lasciato il paese; c’è la guerriglia, con il ritorno e l’avvento di altri gruppi di combattenti, compreso Daesh. Ancora, con buona parte del Pil che dipende a tutt’oggi dall'aiuto internazionale, secondo la classifica di Transparency International l’Afghanistan viene percepito come tra i paesi più corrotti al mondo, e questo nonostante le elezioni e il recente cambio di presidenza.

Certo un obiettivo sembra essere stato conseguito, forse il principale, e che secondo molti sarebbe anche il motivo scatenante di tutta la guerra iniziata nel 2001: il 13 dicembre scorso, i leader del Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan, e il vice-presidente dell'India si sono riuniti per dare l’avvio ufficiale alla costruzione del gasdotto Tapi. Lungo 1.735 chilometri e dal costo di 10 miliardi di dollari, il suo progetto è stato sostenuto dagli Stati Uniti e dalla Banca asiatica per lo sviluppo. Servirà a trasportare 33 miliardi di metri cubi di gas all'anno per un periodo di trent’anni, e passerà vicino alle città afghane di Herat e Kandahar, attraversando il Pakistan vicino a Quetta e collegandosi con i metanodotti di Multan, nella regione del Punjab pakistano, fino all’India. A discapito della rappresentazione del paese come un deserto montagnoso, controllare l'Afghanistan significa in realtà assicurarsi una posizione perfetta per stabilire una nuova sfera di influenza nell'intera regione che si estende in tutta l'Asia centrale, e dal Mar Nero al Mar Caspio. Per non parlare del suo sottosuolo del paese, ricchissimo di minerali, che ha già interessato numerosi investitori stranieri. In una tacita guerra per le risorse con la Russia, per gli Stati Uniti l’Afghanistan diventa così di vitale importanza e, guarda caso, la maggior parte delle basi americane si trova lungo tutto il percorso del TAPI. Peccato che questo coincida anche con le zone più turbolente in cui la presenza talebana è molto forte, il che rende i lavori tuttora a rischio.

Intanto, di tutto questo fuori dal paese si parla poco, mentre la guerra va avanti e continua a fare le sue vittime e ad avvantaggiare i soliti noti. Senza dubbio, tra questi ultimi vi sono i venditori di armamenti: ora che il mondo è diventato nella mente dei cittadini un campo di battaglia globale – complice anche il clima di paura capace di svuotare ogni dibattito – far digerire i miliardi spesi per un F-35 è diventato molto più semplice. Anche il sempre maggiore ricorso a compagnie private di soldati-mercenari, che della guerra hanno fatto il loro business, contribuisce alla perpetuazione della stessa, così come un’informazione mainstream sempre più censurata e appiattita verso la narrazione dominante (modellata sempre sulla paura e, ancora una volta, sulle guerre “giuste” e la dicotomia buono/cattivo). E mentre il conflitto in Afghanistan entra oggi nel suo 15° anno – il più lungo nella storia degli Stati Uniti – altri fronti sono in fiamme, e nuovi scenari si stanno aprendo. In questo clima, c’è ancora chi pensa che alzare muri e chiudere le frontiere servirà a spostare l’attenzione sulle vere cause, e a mantenere le conseguenze fuori dal nostro campo visivo.

Anna Toro

Laureata in filosofia e giornalista professionista dal 2008, divide attualmente le sue attività giornalistiche tra Unimondo (con cui collabora dal 2012) e la redazione di Osservatorio Iraq, dove si occupa di Afghanistan, Golfo, musica e Med Generation. In passato ha lavorato per diverse testate locali nella sua Sardegna, occupandosi di cronaca, con una pausa di un anno a Londra dove ha conseguito un diploma postlaurea, sempre in giornalismo. Nel 2010 si trasferisce definitivamente a Roma, città che adora, pur col suo caos e le sue contraddizioni. Proprio dalla Capitale trae la maggior parte degli spunti per i suoi articoli su Unimondo, principalmente su tematiche sociali, ambientali e di genere. 

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