Io, risorsa in partenza verso il paese di Oz (Australia)

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Ricerca di gruppo – Foto: Bandelli

Faccio parte della categoria dei “cervelli in fuga”. La mia destinazione è l’Australia, paese che per la seconda volta ha deciso di investire su di me: giornalista (pubblicista, se proprio vogliamo attenerci alla distinzione tutta italiana), specializzata in temi sociali nel Sud del mondo e studiosa di comunicazione dal basso e uguaglianza di genere. Io personalmente in fuga non mi sento. Preferisco considerarmi una risorsa in partenza. Una risorsa per il cambiamento, che istituzioni, imprese e società civile del paese che bene o male mi ha istruito non vogliono far fruttare. Perché è proprio di cambiare che in Italia si ha paura. “In fuga” è un’espressione che non mi piace, mi sa di qualcuno che scappa. Io, come tanti altri cosiddetti giovani (ho trent’anni e vorrei essere chiamata adulta), non sto scappando. Mi sono a lungo guardata attorno, nel mercato delle opportunità di lavoro e di studio ma il tentativo di impiegare le mie competenze sul territorio italiano ha portato nell’ultimo anno ai seguenti risultati: una prestazione occasionale per il censimento della popolazione 2012 e un mese part-time in un call center dove paradossalmente telefonavo ai laureati per indagare sulle loro condizioni occupazionali.

Chi come me cerca un lavoro qualificato, in linea con il proprio percorso e che sia utile alla società, si imbatte di solito nel silenzio digitale: mail di candidatura che restano quasi sempre senza risposta. Qualche possibilità in più se si fa il nome di qualcuno che ha suggerito di contattare tale persona. Frequente anche il caso in cui il curriculum non viene capito. O di dover rispondere a questionari palesemente inadatti alla varietà e alle specificità degli attuali percorsi professionali. Quando mi si domanda se ho la patente di guida e sono automunita, posso rispondere che ho guidato uno scooter in un villaggio dell’India centrale? Poi, se volete, vi spiego pure che in quel villaggio ero a fare una ricerca per il master, che ho imparato a raccogliere dati qualitativi e sviluppato capacità relazionali in ambienti multiculturali. Scusate, quest’ultima capacità l’avevo già iniziata ad apprendere in Kenya a venticinque anni. Tuttavia, in Africa, non guidavo io. Va bene lo stesso?

Altra frequente scenetta è ricevere i complimenti per gli eccellenti risultati accademici, abbinati alla litania del“ci-hanno-tagliato-i-fondi–purtroppo-un-lavoro-non-possiamo-offrirtelo-se-vuoi-puoi-aiutarci-gratuitamente-e-poi-in futuro-non-si-sa-mai”. Basta! Non chiedete di usufruire di competenze se non potete permettervi di pagarle. Noi giovani mica possiamo dire agli agenti immobiliari “soldi-non-posso-darveli-ma-intanto-datemi-una-casa-dove-sentirmi-un-adulto-e-non-più-il-cocco-di-mamma-e-papà”. O, perlomeno, non prendeteci in giro con la remota possibilità di un contrattino da fame e giocando sul senso di colpa per non essere disposti a fare la gavetta (che sembra non finire mai dato che è da circa dieci anni che costruisco il mio profilo professionale). Non vi crediamo più. Se vogliamo contribuire all’innovazione di procedure inefficienti o darvi delle idee tratte da esperienze sperimentate all’estero, e vogliamo farlo per spirito di volontariato, è un altro paio di maniche. Il volontariato è un’occupazione virtuosa, fa bene all’animo umano. Ma non può essere spacciato per uno strumento di (improbabile) inserimento lavorativo. Per questo scopo ci sono i tirocini. Che, precisiamo, si fanno per imparare, non per tenere su la baracca e permettere a chi già vi fa parte di preservare la sua fonte di reddito o la sua posizione di potere nell’intricata rete di rapporti tra società civile e istituzioni. Certo, di imparare non si smette mai. D’altra parte però, è chiaro quando un neo-laureato ha sviluppato competenze sufficienti per contribuire all’attività economica. A quel punto, deve essere pagato. A questo proposito, due parole vanno ai giornali, che pretendono di riempire le pagine con contenuti pagati una miseria: un quotidiano locale mi propone 10-15 euro per un articolo di cronaca e 35 per un reportage dall’estero, più il benefit della visibilità: “se scrivi ti fai conoscere”. Grazie, ma è da anni che faccio informazione e qualche lettore l’ho già. Mi servono i soldi per pagare il telefono, internet, il salasso annuale per l’iscrizione all’albo dei giornalisti (100 euro) e i contributi previdenziali obbligatori.

Lo specchietto per allodole della visibilità mi è stato mostrato più di una volta. Tra gli episodi più recenti, l’offerta di tenere un seminario sulla Comunicazione per lo Sviluppo e il Cambiamento Sociale, materia sulla quale nel 2010 ho seguito un costoso master di un anno e mezzo alla University of Queensland, grazie al sostegno del Governo australiano. Il seminario, inutile precisarlo, sarebbe stato svolto senza compenso. Allora ho proposto di far pagare una quota di partecipazione pari a un biglietto del cinema. Così avrei racimolato un centinaio di euro per compensare le dieci ore, al minimo, necessarie per preparare la lezione. All’idraulico io devo dare almeno 50 euro se voglio che mi aggiusti lo sciacquone. La risposta alla mia idea è stata ancora una volta il silenzio. Certo, di maleducazione è pieno il mondo, ma la soglia della tolleranza sociale per comportamenti scorretti, sul posto di lavoro e per la strada, in Italia è particolarmente alta. Tanto da diventare prassi. Basti pensare agli anni di università: chi di noi, non si è trovato ad aspettare un docente a ricevimento che mai sarebbe arrivato? O peggio ancora attenderlo in sede d’esame e non poter segnalare il suo ritardo per paura di essere bocciati? Da noi l’abuso di potere è abitudine diffusa e mancano meccanismi di tutela per le parti più deboli, ma non è dappertutto così. È un fattore culturale.

In Australia, i miei docenti, tutti con una solida carriera internazionale, autori di pubblicazioni e libri scritti realmente da loro e non da studenti senza nome, mi invitavano ad entrare liberamente nel loro ufficio per chiedere assistenza, in qualsiasi momento. Niente sguardi dall’alto verso il basso. A lezione, studenti, tutor e docenti interagivano grazie ad aule con computer connessi a internet, telecamere, microfoni e schermi. Niente proiettori trasportati a mano da un’aula all’altra. Sulle valutazioni c’è piena trasparenza: i docenti devono attenersi a griglie con criteri e scale resi noti agli studenti all’inizio del corso. Resta poco margine per le simpatie. Quanto alle strutture: le fornitissime biblioteche restano aperte fino alle 10 di sera per venire incontro ai lavoratori. I corsi di orientamento, attivi tutto l’anno, aiutano a non perdersi nei labirinti della cultura e usare correttamente i riferimenti bibliografici. Perché gli esami non sono interrogazioni sul contenuto di libri di testo, più o meno datati. Bisogna produrre brevi elaborati a partire da articoli e studi scientifici. E guai a chi copia senza citare la fonte: i provvedimenti possono arrivare anche all’espulsione.

Quel che più sorprende chi come me è abituato a destreggiarsi nell’Italia dei favoritismi è la combinazione di meritocrazia, puntualità e chiarezza nelle procedure. Per partecipare a un bando basta seguire le istruzioni. Non serve telefonare all’ufficio preposto per sapere se si può fare un’eccezione o quando usciranno i risultati. Le eccezioni sono già tenute in considerazione a monte e non sono arbitrarie. Date e scadenze sono pubbliche fin dall’inizio e rispettate.

Ricevere un’opportunità per merito nutre l’autostima e responsabilizza nei confronti di chi ha creduto in te. Per due volte ho provato questa sensazione: la prima per seguire il master di cui ho già detto e la seconda qualche mese fa, quando è stata accolta la mia richiesta di finanziamento per un dottorato di ricerca (PhD), sempre alla University of Queensland. Non ho dovuto sostenere un esame scritto e orale su materie generiche come avviene in Italia. Bensì, ho presentato il curriculum, evidenziando le pubblicazioni e i risultati della tesi di master, elaborato un mio progetto di ricerca, scelto due supervisori, che non sono baroni e non mi chiederanno di fare la loro scribacchina o portaborse. E che oltretutto posso scegliere di cambiare se non sono abbastanza soddisfatta del loro lavoro di accompagnamento.

Così, dopo le peripezie nel mondo del non-lavoro italiano descritte sopra (solo alcune, la lista di fuochi di paglia e porte in faccia è lunga), tiro finalmente un sospiro di sollievo con un orizzonte di tre anni. Certo, con l’amarezza di vedere che il sistema Italia non vuole usufruire delle competenze di una sua cittadina, acquisite in parte grazie a uno stato estero, che l’accoglie una seconda volta perché la reputa meritevole. Ben inteso: non vado a fare la bella vita e devo accontentarmi di un alloggio in condivisione. Non si parte sempre e solo per i soldi, ma per le opportunità che un paese offre.

Gli italiani che come me fanno ricerca post-laurea in Australia sono attualmente 173. Tre anni fa eravamo in 131. Il numero degli italiani che studiano nelle università australiane aumenta costantemente: a luglio gli iscritti erano 486 e a fine anno avranno superato sicuramente i 502 del 2011; nel 2010 erano 450 e l’anno precedente 407 (i dati comprendono anche gli iscritti a programmi di PhD). In aumento anche gli under-30 che scelgono la terra di Oz per un anno di lavoro e vacanza: nel 2011 oltre 5 mila hanno ottenuto il visto working holiday, il 30% in più rispetto l’anno prima, il 150% in più rispetto al 2007. Questi dati sono contenuti in tabelle precise e facilmente consultabili online sui siti del ministero dell’Industria, Innovazione, Ricerca e Istruzione terziaria e del ministero dell’Immigrazione. I funzionari mi hanno fornito aggiornamenti e dettagli aggiuntivi via mail dopo un solo giorno dalla mia richiesta. Si firmano semplicemente col proprio nome, senza cognome, figuriamoci se si danno arie con un “dott.”.

Daniela Bandelli

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