C’è un’Italia da bonificare!

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C’è un’Italia da bonificare! Come ha ricordato l’Ispra il 7 maggio alla Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati,  meglio conosciuta come “Commissione Ecomafie”, ventun anni fa il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare individuava i primi 15 Siti d’interesse nazionale (Sin) bisognosi di urgenti e onerose bonifiche perché inquinati al punto tale da comportare un elevato rischio sanitario per la popolazioneDa allora resta ancora da capire la portata delle contaminazioni, i processi di bonifica sono stati pochissimi, mentre i Sin sono diventati 41 e oggi interessano una superficie totale di 171.268 ettari di terra e di 77.733 ettari di mare principalmente in Lombardia, Piemonte, Toscana, Puglia e Sicilia. I dati riportati dall’Ispra in merito alle bonifiche effettivamente concluse sono sconfortanti: “sul totale della superficie terrestre dei Sin (esclusi 6 siti con caratteristiche peculiari) ad oggi la caratterizzazione di suoli e acque sotterranee è stata completata per oltre il 60% delle superfici. Ma gli interventi di bonifica o messa in sicurezza risultano approvati per il 12% dei suoli e il 17% delle acque sotterranee, mentre queste attività si sono concluse solo per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee”.

Davanti a questi numeri, “emerge l’estrema lentezza, se non la stasi, delle procedure attinenti alla bonifica dei Sin”, ha spiegato la Commissione parlamentare d’inchiesta. Come mai? Per gli esperti dell’Ispra intervenuti in Commissione “le criticità nelle procedure relative ai Sin riguardano la natura dell’inquinamento con molti contaminanti, la questione delle proprietà dei siti (multiproprietà, passaggi di proprietà nel tempo, siti orfani), la frammentazione degli interventi effettuati e la perimetrazione delle aree. Altre criticità sono legate alla lunga durata degli interventi di bonifica, la proliferazione normativa, la difficoltà di digitalizzare e raccogliere le informazioni in database di coordinate geografiche completi”. Inoltre il principio secondo cui chi inquina paga è ancora troppo spesso impraticabile, poiché l’inquinamento, il più delle volte, è così datato che rintracciare il responsabile è difficile se non impossibile e fino ad oggi in quasi tutti i Sin, anche la “semplice” messa in sicurezza dell'area, che non equivale certo alla bonifica, è stata fatta a carico dello Stato. Eppure sciogliere queste criticità permetterebbe all’Italia non solo di restituire al Belpaese ampie fette di territorio inquinato, ma anche di intraprendere un importante percorso di sviluppo sostenibile con ricadute economiche e sociali importanti. 

Secondo delle stime fornite da Confidustria già nel 2016 con il rapporto Dalla bonifica alla reindustrializzazione, "per concludere le bonifiche sarebbero necessari investimenti pari a circa 10 miliardi di euro, mentre finora lo Stato ha stanziato risorse nell’ordine di milioni di euro”. Senza dimenticare che sarebbe doveroso registrare tra gli industriali l’impegno economico di chi il danno ambientale lo ha causato, non di rado consapevolmente, Confindustria fa bene a ricordare come "investendo nelle bonifiche dei Sin il livello della produzione aumenterebbe innescando 200.000 posti di lavoro in più e l'esborso si ripagherebbe in gran parte da solo grazie a imposte dirette, indirette e maggiori contributi sociali per un valore di 4,7 miliardi di euro, oltre all’inestimabile valore di un ambiente finalmente sano". Un dato di per se fondamentale visto che per il programma di sorveglianza epidemiologica dei siti contaminati finanziato dal Ministero della Saluteche ha analizzato le ricadute sanitarie attorno a 45 aree contaminate di cui 38 d’interesse nazionale (Sin) e 7 riclassificate come Siti d’interesse regionale (Sir), ha fatto emergere dati allarmanti. Dal V rapporto Sentieri, presentato lo scorso il 6 giugno, emerge infatti che nel solo periodo 2006-2013 per l’insieme dei 45 siti esaminati sono stati stimati 5.267 decessi in eccesso negli uomini (+4%) e 6.725 nelle donne (+5%). Di questi, 3.375 sono stati i decessi per tumori maligni, negli uomini con un’incidenza del +3%, e 1.910 nelle donne con una incidenza del +2%.  

Dati che fanno capire come la bonifica dei Sin e dei Sir sia una priorità sanitaria. "Prendendo in considerazione nella popolazione generale le patologie di interesse a priori, ed esaminando l’insieme dei 45 siti studiati, si osserva che gli eccessi più frequenti per i diversi esiti studiati sono relativi ai tumori maligni della pleura/mesoteliomi maligni, tumore maligno del polmone, malattie dell’apparato respiratorio, tumori maligni del colon retto e dello stomaco". Tali eccessi, variamente combinati per patologia, esito, genere, si osservano in 35 siti, le cui fonti di esposizione ambientale più ricorrenti sono rappresentate da impianti chimici, aree portuali, impianti petrolchimici e/o raffinerie, o contaminati da amianto. Che fare? In attesa delle bonifiche secondo gli esperti del Ministero è fondamentale informare del pericolo: “Occorre mettere in opera piani di comunicazione con la popolazione residente nei siti, fornendo indicazioni operative per evitare, o quanto meno mitigare, le circostanze di esposizione, e contribuire a rafforzare la rete di relazioni tra istituzioni e cittadini residenti, anche per quanto attiene ai processi decisionali che riguardano l’interconnessione ambiente e salute”. 

Servirebbe quindi almeno attivarsi per informare i cittadini e poi concludere il prima possibile le bonifiche nei Sin e Sir che da decenni, nonostante la messa in sicurezza, hanno continuato ad inquinare. Un’urgenza che anche con il “Governo del cambiamento” è rimasta ferma al palo, a differenza purtroppo dell’incidenza dei tumori.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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