Minori soldato

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“Nessuno nasce violento. Nessun bambino in Africa, in America Latina o in Asia vuole prendere parte a una guerra” (Ihsmael Beah, ex bambino soldato al Summit di Parigi “Liberiamo i bambini della guerra”, febbraio 2007)

 

Introduzione

Gli orrori della guerra sono la quotidianità di migliaia di baby-soldato arruolati nelle file di eserciti regolari o in gruppi ribelli. Tracciare un quadro dell’infanzia coinvolta nei conflitti armati che infiammano il mondo non è facile. Il fenomeno è molto esteso e l’esercito dei minori trascinati in guerra è difficilmente censibile: oltre 250.000, secondo le cifre fornite da Unicef, 300.000 per Amnesty International. Stime al ribasso secondo altre organizzazioni internazionali che denunciano mezzo milione di piccole reclute in 85 paesi. Un esercito armato di kalashnikov o fucili d’assalto leggeri e terribilmente semplici da usare, come armi giocattolo.

Costretti con violenze fisiche e psicologiche o arruolarsi alla ricerca di protezione o ancora del paradiso del “martirio” a partire dai 4 anni di età vengono indottrinati al massacro e ogni genere di abuso. Sono obbedienti, affrontano con incoscienza il pericolo e, soprattutto, apprendono velocemente. Bersagli deliberati di violenza e strumenti di morte delle guerre moderne: vittime e carnefici allo stesso tempo. Utili per tastare a mani nude i terreni minati e intrufolarsi nei campi nemici come spie, i bambini vengono impiegati in mille mansioni al seguito dei gruppi armati.

Secondo l’ampliamento della definizione adottata dai Princìpi di Città del Capo (in .pdf), elaborati nel 1997 da Unicef e le principali organizzazioni governative impegnate nella tutela dei diritti dell’infanzia nei conflitti armati, “bambino-soldato” è “qualsiasi bambino o bambina con meno di 18 anni che sia parte di qualsiasi forza armata, regolare o irregolare, con qualsiasi funzione, comprese (ma non esclusivamente) quelle di cuochi, facchini, messaggeri, tutti quelli che accompagnano tali gruppi al di fuori delle loro famiglie; anche bambini e bambine reclutati forzatamente per motivi sessuali e/o per matrimoni forzati”.

 

Alle radici dell’infanzia violata

I bambini soldato non sono un fenomeno recente. Nelle ultime decadi l’orrore ha però raggiunto dimensioni tali da attrarre l’attenzione pubblica. Alla base di questa brutale violazione dei diritti dell’ infanzia e della difficoltà di estirparla vi sono diverse ragioni. Eserciti governativi e frange di opposizione armata ricorrono a bambini e adolescenti in primo luogo per rimpiazzare le numerose perdite con un ricambio costante. Veloci da addestrare, non richiedono di essere pagati e sono facilmente controllabili e indottrinabili per la loro immaturità fisica ed emotiva. Esaspera la situazione la proliferazione di conflitti etno-religiosi o politici.

L’utilizzo dei bambini soldato rappresenta una vera strategia delle “guerre moderne” che intendono portare alla crisi completa, distruggere l’ordine sociale, sconvolgendo equilibri e valori morali che legano adulti e infanzia, e terrorizzare le popolazioni civili. “Nei nuovi conflitti l’obiettivo non è più solo prevalere, bensì umiliare e annichilire la comunità nemica nel suo insieme”, come ha spiegato Graca Machel, nel dossier "Impact of Armed Conflict on Children" presentato nel 1996 al Segretario delle Nazioni Unite. Constatazione ripresa nel settembre 2008 da Radhika Coomaraswamy, attuale Rappresentate Speciale per i bambini nei conflitti armati all’Onu, parlando al Consiglio dei Diritti Umani della mancanza di distinzione nei conflitti più recenti fra militari e civili.

Le condizioni socioculturali contribuiscono ad alimentare il dramma. Povertà e confusione sociale, mancanza di mezzi di sostentamento, legami familiari deboli, o ancora desiderio di vendetta, sono alcune delle motivazioni che inducono tanti bambini ad andare incontro agli orrori della guerra. Se nella maggioranza dei casi l’arruolamento avviene con la forza, secondo le statistiche una stretta minoranza si arruola volontariamente ritenendo “che ciò possa proteggere la propria famiglia, o perché la si pone al riparo da atti di rappresaglia da parte delle forze militari presso cui si presta servizio o perché si stabilisce una sorta di scambio di favori”. Si arriva al paradosso che siano gli stessi genitori a consegnare i propri figli ai soldati, nella speranza che abbiano qualche possibilità di sopravvivere.

Un altro fattore che ha contribuito ad alimentare l’utilizzo di minori è la scelta di privilegiare le armi leggere e di piccolo calibro: fucili, mitra, pistole, lanciagranate portatili, mine antipersona. Poco sofisticate sul fronte tecnologico, quindi dal basso costo, possono essere adoperate anche da bambini.

 

Le sofferenze dei piccoli guerriglieri

In qualsiasi modalità prendano le armi, tutti hanno in comune la loro infanzia rubata: non ricevono alcuna forma di istruzione e vivono una quotidianità di violenze, duro lavoro, scarsità di cibo, acqua e cure mediche. Devono sottostare inoltre alle spietate regole della guerra: disciplina ferrea, brutali punizioni fisiche ed esecuzioni sommarie di disertori o traditori. Appena arruolati vengono coinvolti in atti di violenza estrema con lo scopo di renderli insensibili alla sofferenza. Nella maggior parte dei casi vengono anche drogati per vincere ogni resistenza, dolore e paura.

A questa pratica si sommano molteplici modalità di manipolazione della mente che fanno leva su paure e credenze locali; talvolta anche l’indottrinamento religioso viene praticato creando il mito del martirio. Molti bambini muoiono in questo inferno, altri sopravvivono portando sulla propria pelle cicatrici che ne segnano il destino. La tragedia non finisce infatti con il ritorno a casa: molti scoprono che le proprie famiglie sono state uccise e le case distrutte; le comunità di origine infine non sempre accolgono questi ex militari, guardati con paura. Menomati nello spirito, quando non nel corpo, faticano a rientrare nelle regole e tradizioni di vita, a trovare un lavoro o anche a ritornare a scuola e alcuni ritornano al crimine e alla violenza o la prostituzione. Si trascinano nelle periferie dei grossi centri o scompaiono nuovamente nella foresta, rinnegati dai familiari e dai propri villaggi per le violenze commesse.

 

Bambine in armi

in questo panorama di barbarie, una percentuale che sfiora il 40% è composta da bambine, le più esposte anche ad abusi sessuali. Come denunciato nel 2005 dal rapporto “Forgotten Casualties of War: Girls in Armed Conflict”, curato dall'organizzazione umanitaria Save the Children, il loro coinvolgimento è spesso dimenticato e ignorato anche dalla comunità internazionale. “Le ragazze sono spesso costrette a molteplici compiti nel conflitto: schiave sessuali, madri e combattenti allo stesso tempo”, ha spiegato Radhiks Coomaraswamy, rappresentante Onu per l’Infanzia e i Conflitti armati. “Mogli” o schiave dei comandanti, sono spesso infettate dal virus dell’Hiv/Aids o altre malattie sessuali. Molte restano incinta e devono vivere con i loro bambini in condizioni di guerra. Quando riescono a tornare nelle proprie comunità, vengono considerate promiscue e quindi abbandonate a loro stesse. Per sopravvivere sono spesso costrette a prostituirsi.

 

L’infanzia in trincea nel mondo

Guerre e conflitti risucchiano l’infanzia senza risparmiare alcun continente. Nel gennaio 2008, il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha reso pubblico il Rapporto annuale 2007, destinato all'attenzione del Consiglio di Sicurezza, in cui si conferma il reclutamento e l'utilizzo di bambini soldato in diversi paesi già segnalati nel 2006, tra cui Burundi, Ciad, Colombia, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica centrafricana, Nepal, Filippine, Uganda e Afghanistan. Secondo il Rapporto globale 2008 sui bambini soldato (in .pdf) della Coalizione 'Stop all’uso dei bambini soldato' a livello governativo è il Myanmar il paese che da più tempo e su più ampia scala impiega bambini soldato, arruolando nelle sue truppe migliaia di bambini, alcuni dei quali di 11 anni. Minori vengono impiegati anche dalle forze governative in Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Uganda e Yemen. Minori palestinesi sono stati utilizzati come scudi umani dall'esercito d'Israele e soldati inglesi di meno di 18 anni sono stati inviati in Iraq fino a metà del 2005.


Secondo il report, minorenni sono stati arruolati in gruppi armati non governativi in 24 paesi e territori fra il 2004 e il 2007. Complessivamente si parla di 86 paesi e territori in cui si registra: arruolamento da parte di gruppi armati e delle forze governative, nelle milizie o altri gruppi alleati con le forze armate. Lo stesso documento mette in luce una positiva riduzione del numero di conflitti in cui i bambini sono direttamente coinvolti: da 27 nel 2004 a 17 a fine 2007. “Decine di migliaia di bambini sono stati rilasciati da eserciti e gruppi armati man mano che i conflitti in corso nell’Africa subsahariana e altrove finivano”, commenta Fosca Nomis, portavoce della Coalizione Italiana “Stop all’Uso dei Bambini Soldato”. La tendenza è però, si legge nel rapporto, “essenzialmente la conseguenza della fine di molti conflitti, non dell’impatto delle iniziative contro l’arruolamento e l’utilizzo dei bambini soldato (in .pdf). In realtà, nelle zone in cui ci sono dei conflitti armati in corso, i bambini soldato vengono quasi sicuramente coinvolti” (in. pdf).

 

Il risveglio della comunità internazionale

Per combattere queste violazioni, le Nazioni Unite hanno adottato negli anni una serie di misure giuridiche. L’argomento è stato esplicitamente affrontato per la prima volta nel 1989 nella Convenzione di Ginevra sui diritti dei minori (in .pdf), poi ratificata da tutti i paesi eccetto Somalia e Stati Uniti. Nell’articolo 38 viene bandito l’arruolamento e l’uso dei minori di 15 anni nei conflitti. L’età minima per la partecipazione alle ostilità genera però un’anomalia nel corpus normativo, incoerente sia al principio della Convenzione stessa per cui sono minori tutti i soggetti di età inferiore ai 18 anni, sia rispetto a un’altra norma (art. 2) che sancisce il principio di non discriminazione.

La Convenzione prevede, inoltre, che si assicurino forme di riabilitazione sociale e psicologica per i minori vittime della guerra. Dopo l’adozione del testo, la richiesta di alzare i parametri dell’età dell’art. 38 è stata più volte avanzata. Il fenomeno dei bambini soldato è entrato realmente nell’agenda internazionale però solo agli inizi degli anni Novanta. Nel 1992 su invito del Comitato di Ginevra l’Assemblea generale dell’Onu ha adottato la risoluzione (A/48/157) sulla Protezione dei bambini affetti da conflitti armati con la quale raccomandava agli Stati di migliorare la situazione dei minori negli eventi bellici e alle istituzioni di cooperare al fine di ridurre l’impatto della guerra sui minori. Dopo quasi due anni di ricerche con l'Unicef e l'Alto Commissariato per i rifugiati - Acnur, l’esperta incaricata Graca Machel, già ministro dell’Educazione in Mozambico, ha presentato nel 1996 il suo fondamentale rapporto, comprensivo delle problematiche connesse: sfruttamento sessuale; mancanza di istruzione; Hiv/Aids; mine e armi leggere; smobilitazione e reintegrazione dei bambini soldato; lotta contro l’impunità dei crimini contro i minori.

Dalla semplice assistenza umanitaria di emergenza si è passato quindi negli anni successivi a programmi e finanziamenti per la smobilitazione, affiancati da progetti di supporto psicologico e mediazione per la difficile fase di riabilitazione e reinserimento nella comunità di origine, oltre che di educazione come strumento di prevenzione. Nel 1997 è stato nominato il Rappresentante speciale del Segretario Generale per i bambini nei conflitti armati con il compito di sensibilizzare la comunità internazionale e raccordare l’intervento del Comitato dei Diritti dell’Infanzia, organismi Onu, istituzioni e Ong.

Dall’istituzione di questa carica si sono compiuti diversi passi giuridici. Nel 1989 è stato adottato il Protocollo opzionale alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia (in .pdf): in sostanza un emendamento dell’art. 38 sul coinvolgimento dei minori in azioni belliche con cui si proibisce l’arruolamento coercitivo e la partecipazione nei conflitti di bambini sotto i 18 anni. Un traguardo storico per la tutela dell’infanzia, anche se il testo definitivo consente ancora agli eserciti regolari (ma non ai gruppi armati) di arruolare volontari minorenni (a partire dai 16 anni) per il voto contrario di Gran Bretagna, Pakistan, Canada e Iran e gli Stati Uniti (fermi nel mantenere sui 16/17 anni l’arruolamento volontario). Adottato nel maggio del 2000 ed entrato in vigore nel febbraio del 2002, il Protocollo Opzionale è stato ratificato fino ad oggi da 120 Stati.

Nel luglio del 2002 è divenuto operativo il Tribunale Penale Internazionale (http://www.icc-cpi.int/), istituito con il Trattato di Roma, che definisce crimine di guerra l’arruolamento sotto i 15 anni in eserciti e gruppi armati. L’Organizzazione internazionale del Lavoro (Ilo) ha preso una netta posizione con la Convenzione n°182, approvata nel 1999 e adottata da 150 governi, inserendo espressamente “il reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati” tra le “forme peggiori di lavoro minorile”. È stato creato infine un sistema di “monitoring and reporting” tramite una serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (in particolare, la 1539 del 2004 e la 1612 del 2005).

Con l’entrata in vigore dello Statuto della Corte Penale Internazionale nell’aprile 2002 è stata quindi inserita fra i crimini di guerra ogni tipologia di reclutamento o modalità di partecipazione ai conflitti per i bambini di età inferiore a 15 anni: l’accertamento del reato e la punizione dei colpevoli sono demandati potenzialmente a un organo internazionale giuridicamente permanente, complementare alle giurisdizioni nazionali. Alcune organizzazioni per i diritti umani condividono però dubbi in merito alla riluttanza a usare la mano forte contro gli aggressori. Nel documento "The Security Council and Children and Armed Conflict: Next Steps Toward Ending Violations Against Children", la Coalizione internazionale 'Stop the Use of Child Soldiers' si fa portavoce delle critiche al Consiglio di Sicurezza per la sua "inconsistenza" e la "debolezza" nell’azione contro i trasgressori che reclutano e sfruttano i bambini-soldato. L’esperienza accumulata dalla demobilizzazione, disarmo e reintegrazione (DDR) dei bambini soldato nel mondo è culminata nei Principi e le linee guida di Parigi, scaturiti dal summit “Liberiamo i bambini della guerra”, promosso dall' Unicef e il governo francese e poi adottati da 66 paesi nel febbraio e nell’ottobre del 2007 (in .pdf). Una guida dettagliata di norme per la protezione dall'arruolamento e la riabilitazione delle piccole vittime dei conflitti armati.

Un ruolo fondamentale nel panorama mondiale è infine quello delle organizzazioni non governative: se l'attuale programma di «disarmo, rilascio e reinserimento» è coordinato dal Programma di sviluppo (UNDP), dal Dipartimento per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite (UNDPKO) e dalla Banca Mondiale e punta soprattutto al recupero delle armi e al rilascio dei ragazzi rapiti, la fase di reinserimento viene affidata a Unicef o alle Ong che forniscono cure, assistenza tecnica e, in alcuni casi, sostegno finanziario per l’attuazione di piani nazionali di disarmo, smobilitazione e reintegrazione dei bambini soldato.

 

Una sfida locale

Anche corpi giuridici regionali e nazionali hanno focalizzato l’attenzione su questo tema eppure almeno 63 paesi al mondo - compresa Gran Bretagna e Stati Uniti - consentono ancora l'arruolamento volontario di minori, nonostante la maggiore età sia fissata a 18 anni nella gran parte del mondo. Linee guida sui bambini e in conflitti armati sono state elaborate dall’Unione Europea e hanno trovato una direzione pratica in una implementazione di strategia del 2006.

Lo stesso anno è stata adottata una lista di controllo per assicurare che i diritti e la protezione dei bambini fossero presi in considerazione sistematicamente nelle operazioni e nelle missioni della Politica Europea di Sicurezza e Difesa. Dal canto suo, l’Italia nel 2002 ha ratificato il Protocollo Opzionale e dal 2004 ha stabilito a 18 anni l'età minima per l'arruolamento volontario. Il governo italiano ha finanziato una serie di progetti di cooperazione a favore di bambini coinvolti direttamente in conflitti in alcuni paesi.

Di contro però - come rilevato dal Rapporto annuale 2008 di Amnesty International su "La situazione dei diritti umani in Italia" - anche l’Italia è coinvolta per vie traverse tramite il commercio di armi leggere e di piccolo calibro, le più diffuse nei conflitti in cui sono fagocitati minori. La regolamentazione di queste ultime non rientra nell'ambito della disciplina (Legge 185/1990) per l'esportazione, l'importazione e il transito di armi a uso bellico verso paesi terzi, ma è regolamentato dalla Legge 110/1975 che non prevede limiti alle esportazioni sulla base dello standard dei diritti umani del paese importatore e del coinvolgimento in una guerra interna o internazionale. Come specifica il rapporto, l’Italia tra il 2002 e il 2007 ha infatti autorizzato l’esportazione di armi leggere e di piccolo calibro verso soggetti privati o statali di paesi in cui minori vengono arruolati. Un traffico in aperto e palese contrasto con gli impegni assunti a livello internazionale: in particolare in occasione della candidatura a componente del nuovo Consiglio Onu sui diritti umani per il triennio 2007-2010. Da più parti quindi si richiede di rivedere la legge 185/90 affinché sia vietata la vendita di armi leggere a quei paesi in cui i minori di 18 anni sono coinvolti nelle ostilità.

 

Documentazione

- Paesi che hanno utilizzato bambini soldato nei conflitti tra l’aprile del 2004 e l’ottobre del 2007:
- Chad
- Repubblica Democratica del Congo (RDC)
- Israele
- Myanmar
- Somalia
- Sudan e Sudan del Sud
- Uganda
- Yemen
- In Iraq la Gran Bretagna ha schierato ed esposto alle ostilità ragazzi al di sotto dei 18 anni.

- Paesi e situazioni in cui sono stati arruolati o coinvolti in ostilità minori aprile 2004 - ottobre 2007 (in .pdf)

- Mappa interattiva ospitata dal sito dell’ufficio del Rappresentante Speciale per i bambini nei conflitti armati all’Onu su situazione bambini soldato nel mondo. Aggiornata con i dati della 'Campagna Stop all’uso del bambini soldato 2004

- Child Soldiers Global Report 2008: Terza edizione del report redatto dalla Coalizione Internazionale Stop all'uso dei bambini soldato che ha monitorato l'andamento della situazione nei 4 anni passati. Il report analizza la situazione di 197 Paesi in merito alla legislazione e la pratica dell’arruolamento militare e il coinvolgimento di bambini nei conflitti armati da parte di governi e gruppi armati.

- Protocollo Opzionale alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia relativo all’impiego dei bambini in conflitti armati: in inglese; in italiano (in.pdf)

- Impact of Armed Conflict on Children: Report di Graça Machel, esperto del Segretario Generale delle Nazioni Unite

- Principi di Città del Capo - 1997 (in .pdf)

- Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza - 1989 (in .pdf)

Carta africana sui diritti e il benessere dei bambini e degli adolescenti in Africa - 1999 (in .pdf)

- Per celebrare il decimo anniversario dalla pubblicazione del report di Graça Machel “Impatto dei conflitti armati sui bambini”, il rappresentante speciale per i bambini e i conflitti armati e Unicef hanno coredatto una rivisitazione dell’attuale situazione sostenuta dai bambini in aree di guerra: il contesto del conflitto è mutato drammaticamente. Diverse forme di violenza politica e armata hanno presentato nuove minacce alla protezione dei fanciulli (in .pdf).

- Principi di Parigi - 2007 (in .pdf)

- Impegni di Parigi - 2007 (in. .pdf)

- Orientamenti dell’Unione Europea sui bambini e i conflitti armati - 2003 (in .pdf)

- Video – 8 settembre 2008 Intervento di Radhika Coomaraswamy, attuale Rappresentante Speciale Onu per i bambini nei conflitti armati presso il Consiglio dei Diritti Umani

 

Bibliografia

I. Beah, Memorie di un soldato bambino, Editore Neri Pozza, 2007

D. Rosen, Un esercito di bambini. Giovani soldati nei conflitti internazionali, Ed. Cortina, 2007

G. Carrisi, Kalami va alla guerra, Ancora, 2006 Milano

P. W. Singer, I signori delle mosche: l’uso militare dei bambini nei conflitti contemporanei, Feltrinelli, Milano 2006

G. Albanese, Soldatini di piombo. La questione dei bambini soldato, Feltrinelli, Milano 2005

B. Bellesi, P. Moiola (a cura di), La guerra, le guerre. Viaggio in un mondo di conflitti e di menzogne, Emi, Bologna 2004

D. Rossi, Minorenni in guerra. Il problema dei bambini-soldato riguarda anche i Paesi sviluppati, in Peacereporter, 16 maggio 2005

Save the Children, Forgotten casualties of war: Girls in Armed Conflict, aprile 2005

F. Poglio, Where are the girls? Rapporto sulle bambine soldato, in Warnews, 7 marzo 2004

L. Bertozzi, I bambini-soldato. Lo sfruttamento globale dell’infanzia, Emi, Bologna 2003

Caritas Italiana, Non chiamarmi soldato. I bambini combattenti tornano a casa: frammenti di pace in Sierra Leone, EGA, Torino 2002

 

(Scheda realizzata con il contributo di Francesca Naboni)

 

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Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Campagne

  • Stop the Use of Child Soldiers”: Coalizione sorta nel 1998, lavora per prevenire l’arruolamento e l’uso di bambini come soldati, per assicurarsi la demobilizzazione, la riabilitazione e il reinserimento nella società.
  • Coalizione italiana “Stop all’uso di bambini-soldato”: Il 19 aprile 1999 è nata la coalizione italiana, affiliata a quella internazionale, con l’obiettivo della tutela dell’infanzia nelle condizioni di guerra e di conflitto.
  • Giornata della mano rossa contro l’uso dei bambini soldato: Campagna internazionale per mantenere alta l’attenzione sul flagello dell’impiego di bambini in conflitti armati e promuovere soluzioni.

Video

Unicef: Bambini soldato, il ritorno alla vita civile