Armi leggere

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“Il bilancio delle vittime da piccole armi sovrasta quello di tutti gli altri sistemi di armi e negli anni supera di gran lunga il bilancio delle vittime delle bombe atomiche che devastarono Hiroshima e Nagasaki. Dal punto di vista della carneficina che provocano, le armi leggere, di fatto, potrebbero essere descritte come ‘armi di distruzione di massa’”. (Kofi Annan, Segretario Generale delle Nazioni Unite: “We the Peoples - The Role of the United Nations in the 21st Century” - The Millennium Report" - in pdf e successivamente alla ‘Conferenza Onu 2006 di Revisione del programma di azione per sradicare il commercio illegale di armi leggere e di piccolo calibro’ - in .pdf)

Introduzione

Nel mondo oltre 2000 persone vengono uccise ogni giorno con armi piccole e leggere. Sono queste armi (pistole, rivoltelle, mitra, fucili, bombe a mano, ecc.) le più usate nei conflitti che dal “dopoguerra” hanno insanguinato il nostro pianeta: un periodo in cui circa 40 milioni di “armi leggere” sono state costruite e moltissime ne sono state esportate illegalmente dai paesi dell’emisfero Nord verso le aree di maggior tensione del Sud del mondo. Nonostante la diffusione e pericolosità, il controllo del commercio di queste armi dipende tuttora dalle legislazioni nazionali, mentre le normative sovranazionali - come la stessa Posizione comune dell’Unione Europea - sono poco vincolanti e non prevedono sanzioni.

Il problema delle armi leggere

La questione del commercio e dell'uso delle armi leggere si è andata imponendo nell'agenda politica internazionale nel corso degli ultimi decenni, anche in relazione al venir meno della Guerra Fredda e all'incremento delle guerre nei paesi in via di sviluppo. Tali conflitti sono caratterizzati non più come scontri tra due stati, ma soprattutto come interni e dalla conseguente contrapposizione delle truppe regolari/forze di opposizione, nonché dalle tecniche di guerriglia praticate dagli oppositori. Pertanto essi sono andati sempre più coinvolgendo le popolazioni civili proprio perché il campo di battaglia è non più quello in campo aperto dove si affrontano due eserciti, ma il luogo della vita sociale per eccellenza, la città, con i suoi concentramenti umani, i mercati, le stazioni ferroviarie e degli autobus, le università, le scuole, i cinema, ecc.

In questi teatri di battaglia si combatte con le armi leggere, più economiche, semplici da usare e facili da trasportare. Le forze armate di opposizione, quelle irregolari dei rivoltosi, hanno bisogno di muoversi rapidamente. Utilizzano le tecniche della guerriglia con attacchi rapidi ed altrettanto veloci azioni di disimpegno: sono più utili mitra, bombe a mano e mine che grandi sistemi d'arma (carri armati o cannoni). Inoltre è assai più facile ed economico imparare ad usare un mitra che guidare un aereo. Queste forze irregolari pertanto necessitano di armi leggere in notevole quantità e flussi di tali armi infatti s'indirizzano verso le aree di maggior tensione. Quando poi finisce il conflitto, tali armi sono facilmente rivendibili non solo ai mercanti del settore, ma anche a privati o a bande che con esse spadroneggiano in territori dove spesso vige la legge del più forte e l'autorità dello stato è debole o inesistente.

Secondo Small Arms Survey ogni anno circa 740.000 persone vengono uccise con queste armi, due terzi delle quali in situazioni non connesse a conflitti. Il 60 per cento delle morti violente nel mondo avviene mediante l'uso di tali armi, con differenze anche significative da area ad area: da una media del 19% dell'Europa occidentale e centrale al 77% dell'America centrale.

Cosa sono le armi leggere?

Quando si parla di armi piccole e leggere in realtà ci si riferisce ad una vasta e differenziata categoria di armamenti, perché in essa rientrano prodotti molto differenti, che possono andare dalla piccola rivoltella al bazooka. Inoltre, a livello internazionale, non vi è neppure una definizione globalmente condivisa dei materiali che rientrano in tale categoria. In linea di massima, si può dire che tutte le armi che possono essere portate da una o due persone possono essere considerate piccole e leggere. Pertanto, possiamo far rientrare in tale ambito le pistole automatiche, i revolver, le doppiette (i fucili a doppia canna per la caccia), i fucili da caccia grossa, i bazooka, i fucili mitragliatori, i lanciarazzi, le bombe a mano, pistole e fucili sportivi (per le gare olimpioniche ad esempio), ecc.

Come si può vedere, prodotti assai diversi tra di loro e destinati ad usi e a fruitori differenziati, poiché possono servire per la difesa personale (ad esempio, per un orefice contro un eventuale tentativo di rapina armata), per la caccia (le doppiette dei cacciatori nella stagione venatoria), per la guerra (per eserciti con esigenze di fuoco e di tiro elevate).

I dati industriali e commerciali

Il centro di ricerche Small Arms Survey stima più di mille le aziende che producono tali armi e si calcola che nell'arco degli ultimi cinquant'anni ne siano state prodotte tra i 36 e i 46 milioni, con una produzione media annuale oscillante tra le 700 e le 900.000 unità (tra cui circa 540-580.000 di tipo militare). Ottanta circa sono le ditte che producono le munizioni per tali armi.

I principali produttori mondiali di armi leggere sono nell'ordine Stati Uniti (714 milioni di dollari esportati nel 2008), Italia (516 milioni), Germania (472 milioni), Brasile (273 milioni), Svizzera (211 milioni), Austria (173 milioni), Corea del Sud (165 milioni), Belgio (124 milioni), Russia (119 milioni), Spagna (116 milioni), Turchia (111 milioni), Norvegia (101 milioni), Canada (100 milioni). Altri paesi che hanno comunque una produzione di rilievo nel settore sono Finlandia, Russia, Israele, Repubblica Ceca, ecc.

Tra le ditte più importanti ricordiamo Anschütz, Arsenal, Beretta, Česká Zbrojovka (CZ), Chemring Group, Dynamit Nobel, FN Herstal General Dynamics Ordnance and Tactical Systems, Heckler & Koch, Indian Ordnance factories, Indústria de Material Bélico do Brasil (IMBEL), Israel Weapon Industries (IWI, Nordic Ammunition Group (NAMMO), Nexter, China North Industries Corporation (NORINCO) Pakistan Ordnance Factories (POF), Remington, Saab Bofors Dynamics, Smith & Wesson, Singapore Technologies Kinetics (ST Kinetics), Zastava.

Parallelamente a queste grandi aziende e alle grosse produzioni, va ricordata anche la presenza di officine di ridotte dimensioni che, in alcune aree, producono - più o meno legalmente - copie di altre armi, come in Ghana o presso le FARC colombiane o nel distretto di Peshawar (Pakistan).

Tali armi vengono vendute inizialmente nella maggior parte dei casi attraverso procedure legali destinandole o a forze armate o al mercato privato delle armerie, ma poi nel tempo, attraverso procedure di dismissione e vendite non adeguatamente monitorate, giungono nel cosiddetto mercato nero, destinate ad armare formazioni irregolari, bande armate o la criminalità internazionale. Né va dimenticato che tra il mercato legale e quello nero esiste un'area intermedia, il cosiddetto mercato grigio, quello che riguarda forniture per le quali i governi non vogliono apparire e che pertanto seguono vie "invisibili". Un caso esemplare è quello relativo alla vicenda di una grossa partita di armi, sequestrata in Italia nel Canale di Otranto nel 1994 e poi probabilmente destinata nel 2011 alla resistenza libica, vicenda su cui il Governo Berlusconi ha posto il segreto di Stato quando giornali e magistratura hanno cominciato ad indagare.

Ancora più strana appare la questione delle 44.000 pistole Beretta 92, che tra febbraio 2003 ed aprile 2004 il Ministero dell’Interno aveva dichiarato fuori uso rivendendole alla Beretta stessa. La quale, pur non avendo più la licenza per riparare armi dal 2002, le comprò, le riparò e, dopo aver ottenuto dal Prefetto di Brescia l'autorizzazione all'esportazione verso la ditta inglese Gunsmith, nel luglio 2004 ne vendette poco meno della metà (circa 20.000) ad una società inglese Super Vision International Ltd (SVI) non meglio identificata. Parte di queste poi arrivarono in Iraq, armando addirittura le mani degli stessi insorti. Il successivo intervento della magistratura mise a rischio non solo le armi già vendute a SVI per 2,5 milioni di euro, ma anche la stessa licenza per fabbricare armi. Un intervento "provvidenziale" del Governo Berlusconi, attraverso un articolo inserito nella legge per le Olimpiadi invernali di Torino (L. 21 febbraio 2006, n. 49, art. 1 ter), ha sanato il tutto ed evitato grossi pericoli giudiziari, finanziari e produttivi alla Beretta.

Una delle armi più diffuse al mondo è, ad esempio, il fucile d'assalto russo AK-47 Kalashnikov, prodotto in più versioni e sotto licenza in diversi paesi (Polonia, Albania, Jugoslavia, Egitto, Finlandia, Cina, ecc.), al punto che non se ne sa neppure quanti esemplari siano in circolazione (si parla addirittura di 120 milioni di esemplari). Secondo uno studio di Phillip Killicoat, il prezzo di quest'arma diffusissima è in Africa intorno ai 101 del 2005, circa un quinto di quello praticato sul mercato internazionale.

Aspetti giuridici

Come già accennato, non esiste a livello internazionale un complesso di nome condivise che regolino questo settore. Le leggi variano in maniera significativa da paese a paese. Basta pensare agli Stati Uniti dove è possibile per i privati cittadini acquistare armi anche da guerra in modo relativamente facile, mentre in molti paesi europei la detenzione di un'arma da parte dei civili è in linea di massima sottoposta a determinate condizioni. Inoltre, mentre in alcuni paesi la differenza tra armi destinate ai militari e armi ad uso civile non comporta alcuna differenziazione legislativa in materia di autorizzazione all'acquisto e quindi circa il possesso (più o meno facile - vedi il caso USA), in altri - come in Italia - vi sono leggi diversi che regolano diversamente il settore.

Pur non potendo entrare in un'analisi comparata delle varie legislazioni nazionali, si può dire che in linea di massima esiste una certa attenzione riguardo soprattutto agli armamenti ad uso militare, cioè quelli più letali. In linea di massima, un'arma ad uso militare non solo è più potente, ma spesso ha anche la possibilità di sparare a ripetizione e a raffica, particolarità che l'arma destinata ai civili solitamente non possiede.

In Italia esistono due leggi che regolano il settore: la Legge 110 del 1975 (in .pdf) e la Legge 185 del 1990 (in .pdf). La prima riguarda armi, munizioni ed esplosivi ad uso civile, mentre la seconda si occupa dei trasferimenti di armi ad uso militare. Le armi leggere ad “uso comune”, da caccia, da tiro sportivo civile sono soggette ad autorizzazioni da parte del Ministero dell’Interno e della Questura.

La legge 185, nell'affidare al Ministero degli Esteri il controllo finale del complesso procedimento per l'autorizzazione, pone alcuni punti fermi secondo cui non è possibile trasferire materiali di armamento verso Paesi in guerra o che conducano una politica estera aggressiva e propensa all’uso della forza, nonché verso Paesi sottoposti ad embargo deciso dall'ONU e dall’Unione Europea, nonché verso Paesi i cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani o, infine, qualora vi sia un rischio di “triangolazioni”.

Negli ultimi anni, all'interno della Relazione presentata dalla Presidenza del Consiglio al Parlamento in merito all'export di armamenti ai sensi della 185/90, si è affermato che anche i permessi relativi ai materiali soggetti alla 110/75 sono stati concessi in sintonia con la prima legge. Nei fatti, però, questo non sempre risulta per ambedue le tipologie di armi, come hanno dimostrato esportazioni verso dittature come la Libia e ad altri paesi (in .pdf).

Questioni aperte

Come già accennato, l'assenza di una normativa internazionale in un settore così delicato come quello delle armi leggere lascia spazio anche a trafficanti e broker senza scrupoli, in grado di rifornire non solo piccole bande, ma interi eserciti e forze di opposizione, nonché le grandi organizzazioni criminali. Al termine dei conflitti tali armi spesso rimangono nei territori e rendono difficili i processi di pacificazione e di ritorno alla legalità. Interi stock, altrimenti, vengono comprati, riadattati e rivenduti in altre zone "calde", al punto che questi arsenali di volta in volta vagano per i continenti con destinazione i conflitti più o meno in atto.

Operatori delle organizzazioni internazionali, rappresentanti delle Nazioni Unite, esponenti della società civile e Ong da tempo stanno indicando la necessità di un intervento globale rispetto al problema. A livello dell'Unione Europea - dove esistono gruppi industriali multinazionali ed una diffusa coproduzione sovranazionale - diversi sono stati i passi fatti per tentare di omogeneizzare la produzione e il commercio di armamenti, dapprima con il Codice di Condotta del 1998 (in .pdf) e successivamente con la Posizione Comune 2008/944/PESC del Consiglio che "definisce norme comuni per il controllo delle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari" (in .pdf) (8 dicembre 2008).

Contemporaneamente, diversi Stati africani hanno mostrato sensibilità in merito al problema specifico delle armi leggere, al punto che si è arrivati alla Convenzione Ecowas (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale) sulle Armi Leggere e di Piccolo Calibro, relative Munizioni ed Altri Materiali Collegati, adottata ad Abuja (Nigeria), il 14 giugno 2006. Anche in sede ONU si è ritenuto opportuno intervenire in questo settore, al punto di calendarizzare per il 2012 una sessione dedicata all'Arms Trade Treaty (ATT) cioè il Trattato sul commercio di armi (in .pdf)), fatto che costituisce una grande novità per il settore specifico. Attraverso di esso si vorrebbe arrivare ad una serie di norme condivise a livello mondiale sul commercio di armi.

A questo si è giunti anche in seguito ad una serie di iniziative assunte dalla società civile a livello nazionale ed internazionale, come quella connessa ad IANSA (International Action Network On Small Arms), un network internazionale di oltre 340 organizzazioni provenienti da 71 paesi che lavorano per prevenire la proliferazione e l'abuso di armi leggere e di piccolo calibro. Il network aiuta a coordinare le attività condotte da un'ampia gamma di organizzazioni che si occupano di diritti umani, educazione allo pace, promozione dello sviluppo, controllo della proliferazione degli armamenti. In Italia l'organizzazione di riferimento è la Rete Italiana Disarmo, che partecipa alle campagne internazionali e promuove diverse iniziative a livello nazionale. Altro punto di riferimento internazionale nell'ambito della ricerca sul problema delle armi leggere è il già citato progetto di ricerca indipendente Small Arms Survey presso il Graduate Institute of International and Development Studies (Ginevra, Svizzera).

Bibliografia essenziale

BARONI, L. Il ricatto della violenza: le armi piccole e leggere nella violazione dei diritti umani, pp. 25-52, in SIMONCELLI, M.(a cura di): Dove i diritti umani non esistono più. La violazione dei diritti umani nelle guerre contemporanee, Roma, Ediesse, 2010, pp.180.

BRUNELLI, M.: Produzione e commercio delle armi. Industria militare e politiche per la difesa, Bologna, EMI, 2003, pp. 288.

CERINO BADONE, G. (et al.): Armi: un'occasione da perdere: le armi leggere e il mercato italiano, Bologna, EMI, 2009, pp. 143.

COTTI COTTINI, M. (et al..): Il peso delle armi leggere: analisi scientifica della realtà italiana, Bologna, EMI, 2007, pp. 159.

FINARDI, S. - TOMBOLA, C.: Le strade delle armi, Jaca Book, Milano, 2002, pp. 232.

LAGRASTA, E.: Le armi del Bel Paese. L’Italia e il commercio internazionale di armi leggere, Roma, Ediesse, 2005, pp. 94.

SIMONCELLI, M. (a cura di): Armi leggere, guerre pesanti. Il ruolo dell’Italia nella produzione e nel commercio internazionale, Catanzaro, Rubbettino, 2001, pp. 246.

Documenti utili

BARONI, L., Armi leggere, guerre pesanti - Rapporto 2010 (in .pdf)

Archivio Disarmo, Le esportazioni italiane di armi piccole e leggere ad uso civile 2007-2008 (in .pdf)

DOS SANTOS, C.C., Dieci anni di esportazioni italiane. L’Italia e il commercio di armi piccole e leggere ad uso civile e militare (1996-2005) (in .pdf)

LAGRASTA, E., Le armi del Bel Paese: rapporto 2006 (in .pdf).

(Scheda realizzata con il contributo di Maurizio Simoncelli)

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Istituzioni e Campagne

Internazionali e nazionali

Siti Onu:

  • UNODA (UN Office for Disarmament Affairs)
  • UNIDIR (UN Institute for Disarmament Research)
  • UNROCA (UN Register of Conventional Arms)
  • ATT (Arms Trade Treaty)
  • PoA-ISS (UN Programme of Action on Small Arms and Light Weapons

Centri di ricerca:

  • SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute - Svezia)
  • IISS (International Institute for Strategic Studies - UK)
  • IRIS (Institut de Relations Internationales et Stratégiques - Francia)
  • GRIP (Groupe de Recherche et d’Information sur la Paix - Belgio)
  • PRIO (Peace Research Institute Oslo - Norvegia)
  • CDRPC (Centre de Documentation et de Recherche sur la Paix et les Conflits - Francia)
  • Centre Delas (Centre d'Estudis per a la Pau JM Delàs - Spagna)
  • ROP (Réseau francophone sur les Opérations de Paix - Canada)
  • FAS (Federation of American Scientists - Stati Uniti)
  • ISIS (Institute for Science and International Security - Usa)
  • Small Arms Survey (Ginevra - Svizzera)
  • Archivio Disarmo (Italia)
  • Os.C.Ar. - Ires Toscana (Italia)
  • Opal Brescia (Italia)

Reti e Campagne:

Video

Control Arms Campaign