Occupazione e disoccupazione

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“La società del lavoro delle società industriali si è trasformata in una società dei lavori, delle attività plurali. Si sta abbandonando un pò dovunque la "società del lavoro" senza averne disponibile una "nuova". E ci si rende sempre più conto che anche una vorticosa crescita dell'economia non sarebbe in grado di riportare in vita la vecchia meta della piena occupazione”. (Ulrich Beck, sociologo)

 

Introduzione

L’economia produttiva del terzo millennio, le durezze e le sfide di una globalizzazione sfrenata rappresentano un attacco senza precedenti al diritto del lavoro e al welfare state. Un modello di sviluppo discutibile che è passato dalla “crescita senza occupazione” degli anni '80 alla “creazione di posti di lavoro senza crescita” dalla metà degli anni '90. La permanente ristrutturazione globale del processo produttivo con una domanda di lavoro, nei paesi più sviluppati, sempre più “flessibile”e precario. La sempre maggiore delocalizzazione delle attività produttive nei sud del mondo, ha fra gli obiettivi principali quello di produrre qualsiasi genere di bene e servizi nei paesi in cui il costo del lavoro è minimo e dove minimi o inesistenti sono i diritti di chi lavora. Dai qui le battaglie dei lavoratori e della società civili che ancora lottano per i propri diritti tra risposte sanguinose, insufficienti e contraddittorie delle istituzioni nazionali e internazionali.

 

Le origini dei cambiamenti del lavoro

In questo inizio del XXI secolo, i cambiamenti del lavoro stanno portando un grande cambiamento sociale che ricorda la grande trasformazione studiata dall'economista e sociologo ungherese Karl Polanyi, ossia quella che nel XIX secolo aveva fatto nascere nel Regno Unito il mercato del lavoro, il lavoro salariato e la produzione industriale; ma ricordano anche quella che nel XX secolo ha introdotto negli Stati Uniti lo scientific management di Frederick W. Taylor, la catena di montaggio e la produzione di massa di Henry Ford. La terza grande trasformazione è ancora in corso. Per rifondare i rapporti con il mercato, seguendo la logica del just-in-time, milioni di imprenditori e manager hanno rinunciato alle rigidità del fordismo destrutturando le imprese per renderle più snelle, più piatte. Dopo un secolo, il processo di integrazione realizzato verticalmente dentro l’impresa inverte la rotta per svilupparsi orizzontalmente tra le imprese.

A partire dalla metà degli anni '70 la saturazione dei mercati dei beni di consumo di massa costringe le imprese ad abbandonare la produzione fordista dei beni di serie per un tipo di produzione flessibile, che permette di adattarsi alle mutevoli esigenze di mercato con una diversificazione dei prodotti e un’accelerazione dei consumi. I progressi nei mezzi di comunicazione e la riduzione dei costi di trasporto hanno favorito l’integrazione dei mercati a livello globale. Inoltre la svolta neoliberista dei governi Reagan e Thatcher fra il 1978 e 1980 hanno dato il via alla deregolamentazione, alle privatizzazioni su vasti settori.

Gli investimenti della finanza mondiale e delle multinazionali dipendono sempre più dalla capacità dello stato di garantire politiche fiscali e forza-lavoro al ribasso. Il lavoro desta oggi preoccupazioni soprattutto perché comporta maggiori probabilità e/o frequenza di impieghi discontinui, che ostacolano l’accumulo di esperienze e rendono tortuose le carriere lavorative, incerto il ricollocamento professionale, quasi impossibili i progetti di vita. Spesso vengono confuse, ma vi è una sostanziale differenza fra flessibilità e precarietà: la flessibilità è una strategia occupazionale complessiva, cioè un nuovo modello stabile di sviluppo del lavoro e della professionalità, dovuta al cambiamento del sistema economico-produttivo mondiale; la precarietà invece è una situazione occupazionale, temporanea, fine a se stessa, senza un modello o un percorso professionale di riferimento, che spesso innesca un circolo vizioso in cui il lavoratore finisce per restare imprigionato nella cosiddetta “trappola del precariato”.

In Italia, la pubblica amministrazione, da decenni fa largo uso di contratti trimestrali e semestrali e di contratti annuali rinnovabili, specie nel mondo della scuola e dell'università, creando un esercito di precari. Ciò è dovuto, soprattutto in Italia, da un lato dalla storica “scarsa rendita” di una minima parte degli assunti con contratti a tempo indeterminato e dall’altro dall’assenza di meritocrazia. Ciò influisce negativamente sia sull’immaginario del semplice cittadino riguardo la “pubblica amministrazione” e sia sulla burocrazia che accumula pesanti ritardi.

Negli ultimi anni a causa dei magri bilanci degli enti pubblici e del conseguente blocco delle assunzioni, si è ricorsi ai contratti atipici: collaborazioni coordinate continuative (co.co.co.), i contratti a termine, il part-time. Oltre a ciò cresce la disoccupazione intellettuale che spesso vede bloccata la propria carriera dalle regole medioevali degli ordini professionali. Un esercito che, spinto dalla percezione di una precarietà generalizzata, lotta contro la destrutturazione delle modalità d'impiego e la frammentazione dei percorsi di vita.

Nascono vari ed eterogenei coordinamenti e fa la sua apparizione per la prima volta nel marzo 2004 San Precario con dei manifesti affissi sulle porte-vetrina delle due agenzie di lavoro interinale Adecco di Macerata, che da allora in poi apparirà in molte manifestazioni contro la precarietà. A diffondere foto e spiegazioni sul significato del blitz è stata Globalradio, emittente maceratese, annunciando che “il miracolo dell’apparizione del santo”, che si festeggia il 29 febbraio in quanto giorno intermittente per eccellenza, raffigurato come un lavoratore in divisa McDonald’s con otto braccia, tutte impegnate a servire hamburger e patatine.

 

La legislazione del lavoro

Lavoro interinale, lavoro in affitto, telelavoro, precariato, lavoratori poveri, irregolari, atipici, sfruttati di ogni specie, si sono moltiplicati a dismisura negli ultimi vent’anni. Il drastico peggioramento delle condizioni di lavoro che riguarda una porzione della popolazione ampia e crescente, non è figlio della crisi odierna, né di altre precedenti ma è maturato in una fase di robusta crescita economica in tutto il mondo. La precarizzazione del lavoro è il frutto di una priorità assegnata al mercato rispetto alle persone.

E' in atto una forte ri-mercificazione del lavoro che tradisce i principi della Dichiarazione di Filadelfia del 1944 manifesto dell'azione dell' ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e lo spirito dello Statuto dei Lavoratori (legge 300/70). L'inizio di questa tendenza nella legislazione italiana può essere fatta risalire al 1993 anno della firma del Protocollo d'intesa fra governo e parti sociali nel quale si indicano la strada, alle successive leggi e decreti, volti ad accrescere la flessibilità dei rapporti di lavoro. La seconda tappa verso la mercificazione del lavoro è il cosiddetto pacchetto Treu (legge 196/97) nella quale appare per la prima volta il contratto di fornitura di prestazioni di lavoro temporaneo, il lavoro interinale o in affitto.

Nel 2001 recependo la Direttiva europea 1999/70CE (in.pdf) si liberalizza di fatto il lavoro a termine. Il salto di qualità definitivo avviene con la legge 30 nel 2003 e con il suo decreto attuativo 276/2003. Nel 2006 viene pubblicato il Libro Verde della Commissione Europea (in.pdf) con l'intento di “ lanciare un dibattito pubblico nell'Ue al fine di riflettere sul modo di far evolvere il diritto del lavoro in modo tale da sostenere gli obiettivi della strategia di Lisbona: ottenere una crescita sostenibile con più posti di lavoro di migliore qualità.

La modernizzazione del diritto del lavoro costituisce un elemento fondamentale per garantire la capacità di adattamento dei lavoratori e delle imprese”. Al centro della visione strategica dell'UE c'è la flexicurity di derivazione scandinava (Danimarca e Svezia sono considerati gli esempi migliori). La definizione di flessicurezza più citata è del giuslavorista olandese Wilthangen : “una strategia politica che tenta, in modo consapevole e sincronico, di migliorare la flessibilità dei mercati del lavoro, delle organizzazioni lavorative e dei rapporti di lavoro da una parte e di migliorare la sicurezza sociale e dell’occupazione, in particolare per i gruppi deboli dentro e fuori dal mercato del lavoro dall’altra”.

 

La crisi economica mondiale

La perdita di migliaia di posti di lavoro conferma che l'attuale crisi mondiale avrà pesanti ripercussioni sull’occupazione. Inevitabilmente, la disoccupazione è destinata ad aumentare in misura consistente. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel rapporto sulle tendenze dell'occupazione 2009 (.pdf), stima che entro la fine dell’anno si conteranno almeno 50 milioni di disoccupati in più, mentre nei trenta paesi aderenti all’Ocse (Organizzazione Cooperazione e Sviluppo Economico) si attendono nel 2010 tassi di disoccupazione oltre il 10%.

L’alterazione della distribuzione del reddito è stata una componente fondamentale del modello di sviluppo, che è sfociato nella crisi economico-finanziaria in corso, di cui povertà e diseguaglianze sono un elemento strutturale. Un modello, diffusosi in varie forme in tutto il mondo, ma soprattutto negli Usa, che ha associato agli squilibri della bilancia commerciale, il deficit pubblico, l’elevatissimo indebitamento degli operatori privati (famiglie e imprese) e un' abnorme incremento della diseguaglianza nella distribuzione dei redditi.

I sud del mondo sono stati forzati dall'OMC, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale ad una crescita basata sulla rapidissima apertura al commercio e alla finanza internazionale creando una nuova divisione internazionale del lavoro. Hanno imposto ai governi il rigore finanziario, le restrizioni di bilancio e bassi salari, assecondando così le attese del mondo finanziario ed i piani di delocalizzazione di molte imprese occidentali, interessate a bassi costi del lavoro ed a basse imposte. Per contro in tutto il mondo, persistono e perfino peggiorano, le condizioni dei lavoratori, specialmente nei sud dove lo sfruttamento si spinge fino a forme di vera e propria schiavitù, che continua a colpire i minori impiegati in lavori di ogni tipo, tal tessile alle miniere.

Tra le fasce di lavoratori più sfruttati restano le donne lavoratrici in gran parte del globo, che non solo subiscono ingiustificate differenze retributive, ma molto spesso le loro condizioni di lavoro risultano essere le meno protette. Il reato di “riduzione in schiavitù” si sta pericolosamente estendendo nel mondo del lavoro. Le vittime, in Europa, sono lavoratori stranieri, che tentano di sfuggire alla miseria. Essi provengono, quasi sempre, dall'est Europa o dal nord Africa e costituiscono l’ultimo anello, il più povero, della catena migratoria dai loro paesi. I sans papiers sono persone enormemente ricattabili perché “clandestini” e quindi avviati verso un sottobosco di emarginazione legale che produce emarginazione sociale.

Siamo di fronte a un nuovo apartheid, ai bordi della società e del mondo del lavoro. Il primo sfruttamento che subiscono i nuovi schiavi è esercitato da caporali, spesso della loro stessa nazionalità. In Brasile, il cosiddetto lavoro-schiavo coinvolge decine di migliaia di persone; solo nel 2008, sono state scoperte e liberate 4.418 persone sottoposte ad un regime di lavoro analogo alla schiavitù. Secondo Kevin Bales di Anti-Slavery International (organizzazione internazionale per i diritti umani) nel mondo contemporaneo esistono 27 milioni di schiavi mentre sono 179 milioni i bambini coinvolti nelle peggiori forme di lavoro minorile che va dallo sfruttamento sessuale al lavoro per debito.

 

Una politica del lavoro globale

La situazione appare davvero preoccupante, e non sorprende quindi che il G8 Social Summit sia stato intitolato People First. Affrontare insieme la dimensione umana della crisi (in.pdf). Il summit era concentrato sui “temi della disoccupazione e dell’impoverimento da quando l’instabilità dei mercati finanziari ha indotto il drastico rallentamento delle economie reali con pesanti conseguenze su grandi moltitudini di persone”.

A fronte degli effetti perversi del mercato globale avanza l’ipotesi di una global governance ossia un insieme di regole stabilite attraverso accordi bilaterali e multilaterali a tutti i livelli: locale, nazionale e internazionale. Una risposta agli effetti negativi della globalizzazione arriva nel 1998 dalla Conferenza Internazionale del Lavoro degli Stati membri dell'ILO con l’adozione di una Dichiarazione sui principi e sui diritti fondamentali del lavoro (in .pdf). La Dichiarazione impegna gli Stati membri dell'organizzazione a rispettare e promuovere i diritti riferibili a quattro problematiche: libertà d’associazione e diritto di contrattazione collettiva, eliminazione lavoro forzato, abolizione del lavoro minorile, eliminazione delle discriminazioni sul lavoro.

Gli standard sociali sono alla base degli accordi quadro internazionali e delle raccomandazioni dell’OCSE sotto forma di Linee guida per le imprese multinazionali (in.pdf) di cui il rapporto (in.pdf) dell' Osservatorio sull' OCSE Oecd Watch - una rete internazionale di 47 organizzazioni non governative - analizza gli effetti arrivando alla conclusione che: “ senza la minaccia delle sanzioni effettive, vi sono scarsi incentivi per indurre le società a garantire che le loro operazioni siano conformi alle Linee. Perciò Oecd Watch crede che i governi debbano stabilire criteri sociali e ambientali legalmente vincolanti sul piano internazionale, nonché quadri d'insieme per la responsabilità delle imprese.

Intanto nella società civile nascono campagne mondiali di boicottaggio dei prodotti delle multinazionali che violano i diritti dei lavoratori, ma anche degli animali o che non rispettano l'ambiente, e si diffonde sempre di più il commercio equo e solidale e il consumo responsabile. Anche il rapporto annuale Social Watch – giunto alla sua decima edizione – attua un monitoraggio sugli impegni assunti a livello internazionale per la lotta alla povertà e l'equità di genere. Esso rappresenta una delle analisi sullo sviluppo sociale più riconosciute al mondo ed è spesso considerato il rapporto ombra della società civile rispetto a quello dell' UNDP (il Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite).

Il 28 maggio del 2009 nella capitale francese la Confederazione europea dei sindacati (Ces) ha chiesto al Consiglio e alla Commissione europei un New Deal sociale, in estrema sintesi i punti salienti dell’appello ribattezzato la “Dichiarazione di Parigi” sono: un aumento dei posti di lavoro e della qualità dell’impiego attraverso un piano d’ investimenti pari all’1% del PIL nei prossimi tre anni; il rafforzamento dei sistemi sociali e la lotta all’esclusione sociale e un Protocollo di progresso sociale che dia la priorità ai diritti sociali e all’azione collettiva. Inoltre viene sollecitata una partecipazione effettiva dei lavoratori alla democrazia economica.

Nel 2001 in Argentina prende il via un esperimento di democrazia economica in risposta alla gravissima crisi economico-finanziaria: l'esperienza in gran parte positiva delle “fabricas recuperadas”con l'autogestione operaia diventata famosa anche grazie al documentario di Avi Lewis e Naomi Klein del 2004 “The Take”. In un recentissimo documento, l’ILO “The Financial and Economic Crisis: A Decent Work Response, 2009(in.pdf) avverte che non sarà possibile riattivare l’economia in modo sostenibile a meno che non si ponga maggiore enfasi sull’occupazione dignitosa e produttiva per uomini e donne e su un buon sistema di protezione sociale.

 

Bibliografia

Karl Polanyi, La grande trasformazione, Einaudi, 1974

Ulrich Beck, Il lavoro nell'epoca della fine del lavoro. Tramonto delle sicurezze e nuovo impegno civile, Einaudi, 2000

Luciano Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Editori Laterza, 2009

Aris Accornero, San Precario lavora per noi. Gli impieghi temporanei in Italia, Rizzoli, 2006

David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il saggiatore, 2007

Paolo Borioni a cura di, Welfare scandinavo, welfare italiano. Il modello sociale europeo, Carocci, 2005

Silvana Cappuccio, Glokers. Viaggio nel mondo alla ricerca del lavoro dignitoso, Ediesse, 2009

Roberto Rizza e Jacopo Sermasi a cura di, Il lavoro recuperato. Imprese e autogestione in Argentina, Bruno Mondadori, 2008

 

(Scheda realizzata con il contributo di Gabriella Corona)

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