Tobin tax: dal Governo un “errore culturale profondo”

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La tormentata approvazione dell’ultima legge di stabilità ha messo in secondo piano il merito dei provvedimenti. Purtroppo si deve stigmatizzare la cattiva sorte della famosa Tobin tax, la tassa sulle traslazioni finanziarie voluta l’anno scorso dal governo Monti. Questa norma, che prevedeva la tassa dello 0,05% su ogni “passaggio” di capitali – a prescindere dal loro valore e dal loro esito (sia cioè se essi abbiano generato guadagno o perdita -, avrebbe dovuto essere introdotta a livello europeo, se non globale: altrimenti non avrebbe avuto l’effetto desiderato. Nonostante questo Francia e Italia l’avevano “sperimentata”.

Come al solito però questa Tobin tax all’italiana presentava caratteristiche del tutto peculiari e ambigue. Dopo alcuni mesi dalla sua applicazione, Leonardo Becchetti, economista e animatore della campagna 005, faceva notare alcune incongruenze. “La «Tobin tax», approvata dal governo in tempi rapidissimi come una qualunque tassa su fumo e alcol, con l’obiettivo di far quadrare i conti, ha tutte le caratteristiche per essere inquadrata come un pasticcio all’italiana. In sostanza, come chi pensa di poter avere la botte piena e la moglie ubriaca, il governo ha previsto un miliardo di euro di gettito, salvo poi stravolgere l’imposta per accontentare una certa lobby bancaria. Il provvedimento così snaturato, è arrivato al traguardo profondamente trasformato rispetto alla proposta iniziale avanzata dalla rete ‘005’ e dall’iniziativa degli undici Paesi Ue, il cui iter procede a livello comunitario. In sostanza, invece di imporre una tassa molto bassa (5 per diecimila) su tutte le transazioni, si alza l’aliquota (fino al 12 per diecimila) e si restringe la base imponibile alle azioni e ai derivati sulle azioni. Tassando così, tra l’altro, non le singole operazioni, ma i saldi a fine giornata… Nessuna sorpresa, dunque, per chi ha una minima conoscenza dei mercati finanziari, se invece di un miliardo di euro la tassa ha prodotto una raccolta molto più magra, e prossima ai 200 milioni”.

Ovviamente il mondo della finanza ha da subito criticato pesantemente la norma giudicandola inutile e dannosa. Riportava all’inizio di dicembre il Sole24ore: “Le denunce – si legge sul Wall street journal - prendono di mira le tasse sulle transazioni finanziarie imposte da Italia e Francia sui titoli italiani e su certi titoli francesi, indipendentemente dal luogo dove avviene la transazione. La Francia ha cominciato nell’agosto 2012 ad applicare una tassa sulle transazioni di titoli emessi da certe società francesi. L’Italia ha introdotto una tassa simile su tutti i titoli italiani a partire dal 1° marzo 2013.

Le banche tedesche criticano l’applicazione delle tasse, che sono imposte sulle transazioni di titoli a prescindere da dove si svolgono le transazioni. Secondo le banche, si tratta di una violazione delle norme europee sulla libera circolazione dei capitali. Anche lo Spiegel online ha dato la notizia, citando le stesse lettere di cui parla il Wsj. “Le banche tedesche – scrive - hanno iniziato una campagna contro le nuove tasse sulle transazioni finanziarie di Francia e Italia”. Si prospettano poi scenari apocalittici: fuga di capitali, crisi di borsa, auto emarginazione dell’Italia dai mercati globali, basso gettito. Soltanto quest’ultimo evento si è verificato.

Per ovviare a questo problema, alla Camera l’onorevole Bobba e altri avevano proposto un emendamento volto a aumentare la platea dei contribuenti abbassando l’aliquota: dopo un tira e molla di settimane non se n’è fatto nulla, con la soddisfazione dei colossi della finanza. L’emendamento è stato ritirato, resta la tassa che non paga quasi nessuno.

Scrive Alfonso Gianni sul Huffington post: “Anche in questo caso si dimostra che il governo Letta, un tempo delle larghe ora delle medie intese, non ha la minima volontà e la forza necessarie per imporsi ai poteri della finanza e occuparsi del rilancio della economia reale. Nemmeno gli ultimi dati Istat sull’accresciuto pericolo di povertà, sull’aumento della disoccupazione, sul declino industriale e produttivo del nostro paese, riesce a distogliere l’attuale classe dirigente dalla sua linea di irresponsabile galleggiamento sulla crisi nel mito di una stabilità che oscilla tra recessione e stagnazione.”

Ancora il commento di Becchetti: “Le motivazioni del Governo si fondano su un errore culturale profondo. L’uso speculativo del denaro non è un settore produttivo che produce un reddito stabile e duraturo nel tempo e pensarlo vuol dire creare pericolose illusioni che spingono singoli ed istituzioni finanziarie a mettere a rischio il benessere delle famiglie, province un tempo ricche ed interi paesi. La lezione di migliaia di ricerche in finanza e il principale contributo del neo Premio Nobel Eugene Fama è che non si batte il mercato, non si vince contro il banco. E l’altro Nobel premiato quest’anno, Robert Shiller, ci insegna che eccessi di liquidità producono esuberanza irrazionale, bolle e rovinose cadute.

La rottamazione di cui abbiamo bisogno non è anagrafica ma culturale. Abbiamo bisogno di una banca centrale che metta al centro la lotta alla disoccupazione con strumenti nuovi, di un divieto per le banche di fare trading in proprio con i soldi dei depositanti (la Volcker rule approvata negli Stati Uniti la scorsa settimana) e di una fiscalità che penalizzi l’uso speculativo del denaro favorendone quello paziente di finanziamento all’economia reale. La nostra “giovane” classe dirigente avrà la forza per portare avanti questi cambiamenti e sostenerli con tenacia in Italia, nel lavoro che si è impegnata a fare in Parlamento a partire da gennaio 2014, e in Europa? È questo che chiediamo con forza come Campagna ZeroZeroCinque”.

Una sconfitta dunque per la campagna 005. Che comunque continua con una raccolta di firme. L’esito finale non è scontato, nel bene o nel male.

Piergiorgio Cattani

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