Investimenti sostenibili: crisi d’identità per i fondi ESG?

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Qualche tempo fa l’Economist ha pubblicato una serie di otto articoli di approfondimento sugli investimenti ESG (da Environment, Social and Governance), una nomenclatura nata circa 18 anni fa con l’intento di permettere agli investitori di espandere la valutazione delle aziende secondo le loro performance ambientali, sociali e di buon governo, fattori che vanno oltre la mera sostenibilità finanziaria. Oggi il quadro degli investimenti ESG è diventato pressoché mainstream, visto che condiziona circa un terzo del patrimonio gestito a livello mondiale, vale a dire circa 35 mila miliardi di dollari (2020). Una crescita netta da quando il marchio ESG fu inizialmente proposto nel lontano 2004 dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite in collaborazione con il governo svizzero; poi approvato e promosso dalle principali istituzioni finanziarie, tra cui Goldman Sachs, Credit Suisse, Morgan Stanley, oltre a International Finance Corporation e World Bank. Negli ultimi anni, complici le pressioni per contrastare il cambiamento climatico, l’aumentata sensibilità per gli obiettivi sociali imprenditoriali e la valanga di sforzi, sia pubblici che privati, messi in campo per sostenerli, la crescita è stata letteralmente esponenziale.

Ragione per la quale gli investimenti ESG sono finiti sotto i riflettori ed hanno inevitabilmente attirato sempre più critiche, più o meno da ogni lato dello spettro socio-politico. C’è chi sostiene che la diffusione incontrollata di questi fondi avrebbe gradualmente annacquato gli intenti originali visto che la maggior parte di essi, in particolare quelli commercializzati dalle grandi società di investimento, avrebbe il difetto di differire poco o nulla dalle offerte di investimento più ordinarie, nonostante l’etichetta “ESG”, e quindi sarebbero fuorvianti nei confronti di clienti che pensano di utilizzare i propri soldi “per fare del bene nel mondo”. In fin dei conti, le aziende più rappresentate nella maggior parte degli ETF “sostenibili” sono le stesse presenti nei prodotti più standard (Microsoft, Tesla, Amazon, Johnson and Johnson, etc.); stesso discorso per i settori economici (tecnologici, finanziari, medicinali, beni di consumo, etc.).

Inoltre, riecheggia molto l’idea che i fondi ESG indirizzino gli investitori verso le società maggiormente impegnate a ridurre i propri rischi finanziari e quelli degli azionisti, piuttosto che a ridurre i rischi per le comunità in generale e per il pianeta. In un recente articolo dell'Harvard Business Review intitolato "Gli investimenti ESG non sono progettati per salvare il pianeta", si giunge alla conclusione che troppo spesso il focus dei fondi sostenibili è quello di salvaguardare l’azienda dal rischio reputazionale e "garantire rendimenti per gli azionisti”, invece di “produrre un impatto planetario positivo". Un articolo di Bloomberg del 2021 dal titolo emblematico "ESG Mirage" fa eco a questa visione, concludendo che le valutazioni ESG realizzate dalle agenzie specializzate non misurano l'impatto di un'azienda sulla Terra e sulla società, bensì il contrario: accertano i rischi ed il potenziale impatto del mondo sull'azienda e sui suoi proprietari. Rischi che non sono, ancora, totalmente prezzati sul mercato.

Questa bolgia di opinioni trova tanto più spazio quanto più divergenti e discrezionali siano i metodi di valutazione. Ed è qui che si punta il dito sugli attori che si occupano della definizione di “sostenibilità”, tra cui agenzie internazionali, organi accademici, società di rating, tante ONG che si occupano di ambiente e diritti. Perché purtroppo, come sappiamo, non esiste uniformità di definizione, e come sempre, nonostante le buone intenzioni nelle linee guida, le contraddizioni si celano nei dettagli. I rating ESG emessi dalle varie agenzie sulla stessa azienda differiscono notevolmente l'uno dall'altro. L’ultimo di una sfilza di report accademici sul tema, ha riscontrato una correlazione debole o moderata (tra 0,38 e 0,71) confrontando i punteggi ESG emessi da sei importanti agenzie di rating. Una correlazione di gran lunga inferiore a quella dei rating di credito convenzionali (0,92). Questo a prova che persiste ancora tanta entropia in aspetti come l’ambito di analisi, criteri di merito, scale di punteggio, etc. In Europa da tempo le autorità di regolamentazione stanno affrontando il problema, purtroppo senza grande successo. 

Ad aggiungere luce negativa in questo 2022, è stata la performance particolarmente scarsa dei fondi ESG rispetto ai fondi tradizionali (-0,6% del MSCI World ESG Leader Index versus il MSCI World Index), anche se le cause sono ben note e la turbolenza dei mercati ha coinvolto tutto il settore del risparmio gestito. A corollario, è giusto ricordare che i vari scandali di greenwashing, l’attuale crisi energetica e l’accesa diatriba sulla tassonomia dei settori sostenibili a livello europeo hanno frenato il megatrend della sostenibilità

Infine, uno degli aspetti che genera maggior dibattito è proprio il fatto che spesso i vari componenti della sostenibilità - E (ambientale), S (sociale) e G (governo aziendale) -, sembrano in conflitto l'uno con l'altro.Dall’inizio della guerra in Ucraina, ad esempio, diversi governi (e aziende) Europei si sono allontanati dai loro obiettivi ambientali e sono stati costretti a riattivare le loro fonti di energia dai combustibili fossili per ridurre la loro dipendenza dal gas naturale russo. Questo ha peggiorato i loro profili ambientali, ma ha permesso di raggiungere obiettivi etici. D’altro canto, le lotte interne all’UE per attribuire o meno il sigillo di sostenibilità a determinata una fonte energetica dovrebbero basarsi puramente su un criterio di emissioni o dovrebbero anche considerar aspetti sociali come l’improvvisa impennata dei prezzi dell'energia?

La conclusione proposta dall’Economist, di fronte a tutte queste criticità, è quella di semplificare il discorso e focalizzarsi esclusivamente sui criteri ambientali (avvantaggiati da metriche più standardizzati come le emissioni di carboniocon l’obiettivo di mitigare il devastante cambiamento climatico, mentre si dovrebbero abbandonare le misurazioni sociali e di buon governo, intrinsecamente più complesse e disordinate. Sebbene la diagnosi sia giusta, a mio parere la soluzione è draconiana: finché esiste (ed addirittura incrementa) un interesse pubblico verso i fattori sociali non si dovrebbe interrompere il flusso di ricerca in questo campo, ed il conseguente perfezionamento degli indicatori.

Piuttosto che abbandonare le metriche sociali e dei diritti umani, le società di gestione dovrebbero iniziare a prestarvi maggiore attenzione. Ciò significa definire in modo più preciso l’ambito d’azione dei criteri sociali, reperire dati migliori ed infine penalizzare i modelli di business che causano difficoltà umane. Un'area che merita particolare attenzione è il trattamento dei lavoratori nelle fabbriche e nelle miniere, così come nelle fattorie dei paesi più poveri. Affrontare seriamente queste problematiche dei lavoratori comporterà costi aggiuntivi alle aziende (ed immediata minor competitività e possibili perdite), ma saranno al contempo beneficiate da un miglior punteggio di performance sociale (e lungimiranza), che potrebbe invece interessare una specifica categoria di investitori responsabili. L’approccio auspicabile è quello quindi di personalizzare il più possibile le offerte di investimento ed adattare i prodotti ad ogni particolare gruppo di investitore, all’interno di un ragionevole binomio rischio-rendimento. Cosicché, accanto alla promozione e disegno di fondi per il clima per gli investitori incentrati sulle emissioni di carbonio, si incoraggerebbe la creazione di fondi sociali più mainstream per coloro che si preoccupano di lavoratori vulnerabili e di questioni etiche, permettendo agli investitori di essere giudici delle loro scelte.

L’Economist sentenzia dicendo: “Maggiori sono gli obiettivi da raggiungere, minori sono le possibilità di ottenerli tutti”. Tuttavia, questa pare più un’argomentazione a favore di una separazione degli obiettivi, e di un miglior confezionamento dei prodotti; non dell’eliminazione della maggior parte di essi per rincorrere unicamente il mito “emissioni”. La Tesla, nonostante gli alti punteggi sul lato ambientale che spinge il suo rating ESG, è stata recentementeesclusa dall’indice S&P 500 ESG perché penalizzata su aspetti relativi all’ambiente di lavoro, discriminazioni e sicurezza del sistema di guida autonomo. Presto, mi auguro, dovremo poter permetter al singolo investitore di scegliere se premiare o meno queste discordanze. 

Marco Grisenti

Laureato in Economia e Analisi Finanziaria, dal 2014 lavoro nel settore della finanza sostenibile con un occhio di riguardo per l'America Latina, che mi ha accolto per tanti anni. Ho collaborato con ONG attive nella microfinanza e nell’imprenditorialità sociale, ho spaziato in vari ruoli all'interno di società di consulenza e banche etiche, fino ad approdare a fondi d'investimento specializzati nell’impact investing. In una costante ricerca di risposte e soluzioni ai tanti problemi che affliggono il Sud del mondo, e non solo. Il viaggio - il partire senza sapere quando si torna, e verso quale nuova "casa" - è stato il fedele complice di anni tanto spensierati quanto impegnati, che mi hanno permesso di abbattere barriere fuori e dentro di me, assaporare panorami, odori e melodie di luoghi altrimenti ancora lontani, appagare una curiositá senza fine. Credo in un mondo più sano, equilibrato ed inclusivo, dove si possa valorizzare il diverso. Per Unimondo cerco di trasmettere, senza filtri, la veritá e la sensibilità che incontro e assimilo sul mio sentiero.

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