Sahel, il nuovo Califfato

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Foto: Nigrizia.it

La recente uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’autoproclamato Califfato dello Stato Islamico, ha inflitto un duro ma non letale colpo al suo gruppo. L’organizzazione terroristica orfana del suo capo può infatti contare su altre sigle jihadiste che nel tempo gli hanno dichiarato la loro affiliazione, assumendo la denominazione di province (wilayat) dello Stato Islamico. Negli anni, queste “filiali” sono significativamente aumentate di numero consentendo all’entità jihadista di poter contare su una consistente e articolata rete, anche dopo la sua deterritorializzazione. Attualmente un buon numero di queste wilayat è presente in diverse parti dell’Africa, dove secondo un rapporto del centro di analisi geopolitica Critical Threats - con base a Washington -, le condizioni che hanno consentito la crescita dello Stato Islamico traggono forza non dal controllo del territorio ma dall’instaurazione di relazioni con le popolazioni locali, deluse dai fallimenti del governo e inasprite da povertà e violenza. 

Gli analisti hanno passato in rassegna le varie regioni del continente cominciando dal Nord, dove il mese scorso in Marocco è stata smantellata una cellula dello Stato Islamico che aveva organizzato attacchi su larga scala a siti economicamente sensibili nell’area portuale della città di Casablanca. In Libia dalla metà del 2016 l’attività di contrasto al terrorismo islamista ha significativamente ridotto l’influenza dello Stato Islamico, ma la guerra civile in corso nel paese sta generando falle alla sicurezza e montando il malcontento popolare. Una situazione che sta consentendo al gruppo di riorganizzarsi e reclutare nuovi proseliti, soprattutto nell’estremo sud-ovest del paese. Lo Stato Islamico sta inoltre portando avanti una contenuta attività di insorgenza nella penisola egiziana del Sinai, mentre in Africa orientale può contare sul sostegno di una wilayat ben strutturata nella Somalia settentrionale che recentemente ha tentato di attaccare in Etiopia, paese che si sta cimentando con una crescente contrapposizione etnica della quale potrebbero approfittare i gruppi jihadisti.

Lo Stato Islamico sta espandendo la propria presenza anche in Africa centrale dove con l’istituzione dell’ISCAP (Islamic State Central Africa Province) avrebbe riconosciuto l’adesione dei gruppi armati attivi nella zona nord-orientale della Repubblica democratica del Congo. Nella parte sud-orientale del continente, precisamente nel Mozambico settentrionale, a partire dallo scorso giugno lo Stato Islamico ha rivendicato una serie di attacchi compiuti dal gruppo Ahlu Sunnah Wa-Jama (Aderenti alla tradizione del Profeta), spesso abbreviato in al-Sunnah, attivo dal 2017 nella regione di Cabo Delgado.

Ma la vera emergenza, secondo CT, si sta registrando in Africa occidentale, dove l’ISWAP (Islamic State West Africa Province), la più grande wilayat africana dello Stato Islamico, originata nell’agosto 2016 da una scissione all’interno di Boko Haram, ha istituito un proto-stato nella Nigeria nord-orientale. La situazione è ancora più critica nella area del Sahel occidentale, dove negli ultimi anni i conflitti etnici e quelli per il controllo delle risorse si sono intensificati. In questa zona i gruppi terroristi si stanno espandendo più rapidamente che in qualsiasi altra regione dell’Africa. L’epicentro del jihadismo saheliano è il Mali centro-settentrionale, dove negli ultimi due anni la violenza etnica è tangibilmente aumentata. La presenza di formazioni jihadiste sta destabilizzando anche il nord e l’est del Burkina Faso. Inoltre, diversi gruppi stanno collaborando, in particolare nell’area di confine tra Mali e Burkina Faso, per contrastare le forze di sicurezza e affermarsi come un governo de facto.  CT ricorda, infine, come il Fronte di Liberazione del Macina (FLM), attualmente il più attivo dei gruppi confluiti nella Jama’a Nusrat al Islam wa al Muslimeen (JNIM), la consociata di al-Qaeda nel Sahel, negli ultimi due anni abbia alimentato la violenza etnica tra Fulani e Dogon nella regione di Mopti del Mali centrale. 

L’FLM del carismatico Amadou Koufa - dato ufficialmente per morto un anno fa dai ministri della Difesa francese e maliano, e riapparso vivo e vegeto in video lo scorso febbraio - ha cercato di delegittimare il governo di Bamako e presentato il movimento armato come il vero difensore della comunità Fulani. Per questo, alla fine di ottobre, Koufa ha raggiunto un cessate il fuoco con la milizia etnica Dogon Dan Na Ambassagou, dettando condizioni che includono la fine delle ostilità verso i Fulani e il riconoscimento dell’autorità dell’FLM.  Nel frattempo, i gruppi jihadisti continuano a minacciare la sicurezza e aumentare il controllo nelle aree rurali del nord del Burkina Faso e nel Mali centrale dove, se non saranno respinti, in tempi brevi potranno stabilire un nuovo proto-stato, sul modello di quello che istituì l’ISIS in Siria e in Iraq. Così, dopo l’eliminazione di al-Baghdadi il nuovo Califfato potrebbe rinascere nel Sahel.

Marco Cochi da Nigrizia.it

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