Muos: la resistenza al “mostro” continua

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Un’imponente antenna del sistema Muos – Foto: Nanni

NISCEMI (CALTANISSETTA) - Tubi idrici tagliati, ante e scaffali spezzati, tende strappate. È una scena di soqquadro quella che hanno trovato i ragazzi del comitato No Muos di Niscemi (Caltanissetta), lo scorso sabato mattina, al presidio della base RTF della marina militare statunitense. “Gravissimi atti di vandalismo. Qualcuno ha devastato le strutture del presidio a pochi giorni dal campeggio No Muos. Abbiamo bisogno del vostro aiuto!” – si legge sulla pagina del Coordinamento No Muos.  Non ci sono, al momento, altre informazioni: ciò che appare, agli occhi degli attivisti, è “un chiaro messaggio intimidatorio in vista della manifestazione del prossimo 9 agosto” e del “Campeggio Resistente” che ha preso il via questo mercoledì e proseguirà fino al 12. Non è tuttavia la prima volta che si verificano simili episodi: nei mesi scorsi gli attivisti hanno denunciato più volte la scomparsa di alcuni materiali.

Il presidio, situato a un paio di chilometri dall’ingresso principale della base, che a sua volta occupa circa 200 ettari della “Sughereta“, una delle più antiche e grandi riserve naturali di sughero d’Europa, è l’espressione più significativa, se non l’unica, della resistenza a un progetto  bellico la cui problematicità comprende diversi aspetti. Non solo quello dell’impatto ambientale, che avrebbe già di per sé dovuto essere oggetto di dibattito pubblico, a livello regionale, nazionale ed anche europeo, dal momento che la Sughereta è stata riconosciuta come SIC – sito di interesse comunitario, anche se ciò non è bastato per impedire la distruzione di un’intera collina per far spazio alle tre mega-antenne. Non ci si può limitare, inoltre, ai “soli” problemi per la salute, dato che già dal 1991, anno di entrata in funzione delle 46 antenne a bassa frequenza che compongono la base RTF, i livelli di tumori sono di gran lunga superiori rispetto alla norma, come attestato, per ultimo, da uno studio del Politecnico di Torino del novembre 2011.

Di cosa stiamo parlando? Cosa si nasconde dietro la sigla Muos? Dietro il Mobile User Objective System si celano bensì tematiche globali che interessano da vicino tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente. Il “mostro” di Niscemi è solo uno dei 4 terminali terrestri di un sistema di telecomunicazioni satellitari ad uso esclusivo della marina statunitense. Oltre alla Sicilia, si trova alle Hawaii, in Virginia e in Australia, e sono tutti collegati tra loro grazie a 5 satelliti posti a 15mila km dalla terra – di cui però fino ad ora ne sono stati realizzati solo 2. Il suo compito, come spiega il giornalista e ricercatore indipendente Antonio Mazzeo, autore del libro “Il MUOStro di Niscemi”, “sarà, in parte, quello di accelerare, anche di 10 volte, l’invio di informazioni e comandi tra tutti i reparti militari statunitensi, compresa l’ultima frontiera tecnologica delle guerre moderne: i droni”.

Gli stessi strumenti che sempre più si vedono in azione negli scenari bellici che circondano l’Italia, che si tratti della Striscia di Gaza, della Siria o dell’Iraq o delle numerosissime operazioni militari in Yemen, Pakistan e Somalia, dove i droni, per stessa ammissione del presidente Barack Obama, si sono rivelati “il mezzo più efficace di lotta contro il terrorismo”. Tuttavia è il nostro stesso Paese a farne uso. Ad esempio in Libia, dove grazie a un recente accordo tra Roma e Tripoli, i droni italiani possono sorvolare su tutto lo spazio aereo libico fino ad arrivare ai confini con il Chad e il Sudan, anche per individuare eventuali flussi di migranti che provengono dall’Africa Sub-Sahariana, così da avvertire direttamente le autorità libiche. Scenari bellici reali, e non da film di fantascienza, che dunque coinvolgono l’Italia molto più direttamente di quanto si dica.

L’altro aspetto che rende ancor più drammatica la questione è infatti il silenzio che circonda il Muos. Poco o nulla si è detto o scritto sui media nazionali – mentre ad esempio, l’emittente internazionale Al-Jazeera se n’è occupata più volte – e ancor meno si è dibattuto nelle istituzioni, all’interno delle quali vani e ambigui sono stati i tentativi di fermare i lavori da parte della Regione Sicilia, così come infruttuoso è stato il “contenzioso“ tra l’Istituto Superiore della Sanità e il governo italiano. Fino ad arrivare, il 19 giugno, all’approvazione definitiva del MUOS da parte del Senato, dopo che le ultime e inascoltate mozioni di SEL e Cinque Stelle sono state respinte.

“Uno dei problemi principali”, secondo Fabio D’Alessandro, attivista No Muos di Niscemi, contattato all’indomani degli atti vandalici, in seguito ai quali il presidio è stato rimesso in piedi grazie all’intervento volontario di attivisti e ordinari cittadini “è che si è fatto di tutto per relegare la questione meramente alle radiazioni e alla salute dei cittadini. Qui invece siamo di fronte a uno strumento di guerra di ben altre dimensioni”. Contro il quale continua ad opporsi, da solo, un movimento presente in tutta Italia attraverso una rete di Comitati che portano avanti una serie di iniziative e manifestazioni. Dimostrazioni pacifiche di resistenza e attività di informazione e documentazione (blocchi stradali, cortei, ben due film (1 e 2), l’intraprendenza delle “mamme No Muos”,) non sono mancati nell’ultimo anno e mezzo, da quando il movimento è nato. La data del prossimo 9 agosto infatti non è casuale: esattamente un anno fa circa 5mila persone riuscirono ad entrare nella base, posizionando anche una bandiera “No Muos” su una delle 46 antenne RTF. “L’episodio di sabato è stato sicuramente un brutto colpo per noi, che già affrontiamo problemi logistici e di risorse non indifferenti, e che segue la decisione del Gip di Gela di vietare, oltre allo svolgimento della manifestazione del 9, a 29 attivisti di accedere al territorio nisseno”, afferma Fabio. “Ma da un altro punto di vista ci rafforza, perché significa che quello che facciamo alla luce del sole ci fa stare dalla parte giusta.” (1 – continua)

Stefano Nanni

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