Le teorie del microcredito: il ricco può appassionarsi al povero

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Probabilmente ne avrete giá sentito parlare o qualcuno ve l’avrá sussurrato in un orecchio, piano piano, senza creare troppo scompiglio. La microfinanza non é una faccenda nuova, le sue radici risalgono alla metá del diciannovesimo secolo, quando il teorico anarchico e filosofo americano Lysander Spooner intuí il gran potenziale nella concessione di piccoli crediti a micro-imprenditori e agricoltori per favorire la loro emancipazione da una condizione di estrema povertá. Piú vicini alla nostra esperienza sono invece i contributi di Friedrich Wilhelm Raiffeisen, il padre del movimento cooperativo, e di Don Luigi Guetti, che fondó le Casse Rurali Trentine verso la fine dell’Ottocento, inizialmente indirizzate alle popolazioni rurali.

Nella sua accezione odierna, il termine approda negli anni 70 in Bangladesh, quando per mezzo del suo pionere Muhammad Yunus e della sua creatura, la Grameen Bank, si iniziano a plasmare e replicare i modelli dell’industria microfinanziaria moderna nei paesi in via di sviuluppo. Lo schema é semplice: si concedono piccoli prestiti a persone umili, spesso organizzate in gruppi responsabili, dove in caso di mancato pagamento di una cuota di un membro, il gruppo é tenuto a rispondere solidalmente al debito creatosi, in virtú del forte vincolo che li lega. Funzionava allora e continua a funzionare oggi. L’inclusione finanziaria non solo riaccende la spinta economica, ma incentiva la partecipazione sociale di queste persone.

Ad oggi i servizi e prodotti finanziari offerti alle popolazioni di economie a minor reddito rappresentano un mercato in crescita dotato di un’infrastruttura piú matura, un raggio d’azione piú ampio e un profilo rischio-ritorno piú appetibile. Al contrario di ció che si legge su Wikipedia, quelli degli istituti microfinanziari non sono clienti insolvibili – altrimenti dove sarebbe l’affare? – bensí inappropriati e sconvenienti al modello di business di una banca tradizionale, che difficilmente gli presterá il capitale richiesto. D’altronde, l’assenza di garanzie, attivitá commerciali prevalentemente informali e di dubbi ricavi farebbero storcere il naso a chiunque. E i campanelli d’allarme sono molti: basti pensare alla contabilizzazione delle spese domestiche di famiglie numerose, la criminalitá latente, la stagionalitá delle attivitá, la fragilitá dei controlli, che assoggettano l’attore prestatario comune a una contestualitá di rischi inediti, purtroppo imperversanti nelle periferie di un paese povero. Eppure qualcuno ci ha visto lungo.

A volte laddove l’occhio non vuole arrivare si celano le piú grandi opportunitá, semplicemente perché qualcuno smette di guardare con gli occhi. Ed ecco che la sinfonia cambia: l’approccio bancario tradizionale abdica a favore di modelli piú inclusivi che assorbono la forte domanda proveniente dalle zone piú remote. Non si condivide la logica delle donazioni, ritenuta perversa e inconcludente, all’opposto, si intende stimolare lo sviluppo a partire dalle comunitá, dando fiducia a chi non l’ha mai ricevuta. Gli sforzi sono arditi, ma il successo é garantito da un bacino enorme di popolazione bisognosa, troppo spesso minata dalla finanza informale e dall’usura.

Ed é questo il punto. Pur essendo ancora giovane e da perfezionare, l’industria microfinanziaria avrebbe potuto sfondare giá da qualche decennio. Viceversa, con l’inesorabile concentrazione della ricchezza nelle mani di sempre meno persone, stiamo trasformando il mondo nella fila d’ingresso di una discoteca esclusiva, dove pochissimi eletti entrano per la corsia preferenziale, e ancora meno persone si accorgono di cosa stia succedendo. Ma si sa, i riflettori si accendono solo sul miglior offerente. E non sorprende che, dato il limitato riscontro mediatico che ancora oggi evocano argomenti come la povertá, la crescente disuguaglianza economica e il Sud del mondo, la finanza sociale non abbia ancora fatto il boom, sulla scia di altre belle realtá innovatrici. Evidentemente i paesi tropicali piacciono piú per la discrezione e le robuste cassaforti.

Senza fretta, pigra e torbida come l’acqua di uno stagno, la ruota, ahimé, continua a girare. Il peso relativo dei (nostri) patrimoni si assottiglia, le voci si assopiscono perché la grana da mettere sul piatto é sempre meno e poi c’é quello strano effetto valium che ci ritroviamo sul comodino ogni mattina. Secondo un rapporto di Oxfam, nel 2015 62 individui possedevano da soli la ricchezza di 3,5 miliardi di persone, vale a dire la metà più povera della popolazione mondiale. Solo nel 2010 questi individui erano 388. Nello stesso anno, Credit Suisse ha evidenziato come l’1% della popolazione possedeva circa il 49% della ricchezza mondiale. Menti autorevoli hanno appurato la tendenza sconcertante e ne hanno illustrato il perché, da Thomas Piketty a Joseph Stiglitz. A dimostrazione del fatto che senza un’inversione del trend e una sana ridistribuzione della ricchezza si rischia di soffocare il dinanismo alla base dello sviluppo economico stesso, oltre a generare le consuete tensioni sociali che non giovano a nessuno (tensione é un chiaro eufemismo pensando alla Prima Guerra Mondiale).

Questi dati fanno pensare. È allarmante vedere come le classi medie si stiano erodendo da sole. Rendiamoci conto che non esiste solo la povertá a livello monetario. Vi sono tante sfaccettature dell’essere indigente. Alcune organizzazioni non governative, per esempio, ricorrono a una definizione di povertá multidimensionale, che abbraccia vari ambiti della nostra quotidianitá. Le entrate economiche sono la punta dell’iceberg, ma vi sono a cascata anche il lavoro, la salute, l’ambiente, la casa, la cultura e l’educazione, le relazioni col bene comune, la fiducia in noi stessi, la coscienza morale, le aspirazioni, i fenomeni di violenza. Tutti aspetti fondamentali del buon vivere. Il desiderio é che non si arrivi al punto di chiedersi quale di queste dimensioni ci riguardi. Purtroppo i dati sulle disugualianze sconfortano e spiegano in parte la ragione per cui il microcredito non decolla. Questo nonostante si sia da tempo affermato come strumento di ridistribuzione su scala globale, capace di arginare la povertá di tante famiglie, e dove tutti possono guadagnarci, dai clienti finali agli investitori e fondi specializzati. Ma non é sufficiente. Ci vuole un impegno maggiore. Una sensibilitá maggiore.

Una bella frase di Lev Tolstoj, tratta dal suo romanzo “Anna Karenina”, citava: “Tutte le famiglie felici sono simili. Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. L’auspicio si condensa tutto in quelle famiglie infelici: conosciamole.

Marco Grisenti

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