Pena di morte: l’esecuzione umana è un ossimoro

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Quante volte ancora dovremo ricordare alle autorità che l’espressione esecuzione umana è un ossimoro prima che decidano di abbandonare i loro esperimenti negli omicidi giudiziari?”. La legittima domanda è quella di Rob Freer, ricercatore di Amnesty International all’indomani della drammatica esecuzione di Joseph Wood, avvenuta in Arizona il 23 luglio scorso e durata circa due ore. Wood, 55 anni, era stato condannato a morte nell’agosto 1989 per l’omicidio della sua ex fidanzata e del padre di quest’ultima. Come ha ricordato l’associazione Nessuno Tocchi Caino quella di Wood è un caso esemplare di esecuzione umana: “il 19 luglio aveva ottenuto dalla Corte d’Appello del 9° Circuito una sospensione dell’esecuzione per discutere il tema delle secrecy laws, le leggi che nei mesi scorsi sono state approvate in diversi Stati a stelle e strisce, compresa l’Arizona, per consentire alle Amministrazioni Penitenziarie di non rivelare le fonti dei farmaci per l’iniezione letale. Dopo il ricorso della pubblica accusa, la Corte Suprema di stato aveva concesso una conferma temporanea della sospensione per aver tempo di valutare il ricorso, ma alla fine aveva dato il via libera all’esecuzione”.

Negli ultimi mesi è sempre più difficile per le prigioni americane procurarsi farmaci per le esecuzioni, in particolare a causa della ritrosia delle case farmaceutiche europee messe sotto pressione dai movimenti contro la pena di morte. Per questo le amministrazioni penitenziarie americane sperimentano nuovi cocktail per le iniezioni letali. Gli esiti, in questo caso, sono stati tremendi. Secondo il rapporto ufficiale dell’Amministrazione Penitenziaria, Wood è stato sedato alle 13.57 con il Midazolam. Alle 14.03 la bocca di Wood si è mossa, e da quel momento in poi ha continuato a respirare, e per oltre un’ora secondo i molti testimoni “ha rantolato ed emesso rumori di varia natura”. 
 Dopo circa un’ora dall’inizio della procedura i difensori di Wood hanno inviato una richiesta urgente alla corte distrettuale federale perché l‘esecuzione venisse sospesa e avviata una procedura di rianimazione, ma senza ottenere risposta. “Secondo la dichiarazione del Procuratore Generale Tom Horne, in prima fila nei giorni scorsi nel difendere l’efficacia del protocollo dell’Arizona basato su due farmaci, Midazom e Idromorfone, Wood è stato dichiarato morto alle 15.49, 117 minuti dopo l’inizio della procedura di esecuzioneha precisato Nessuno Tocchi Caino. 

Dopo che l’esecuzione si era conclusa con la dichiarazione ufficiale di morte, uno dei suoi difensori, Dale Baich, ha criticato la pretesa dell’Arizona di mantenere il segreto sui farmaci della morte e su come sia stata elaborata la procedura che prevede l’uso del Midazolam e dell’Idromorfone: “Rinnoveremo i nostri sforzi per avere informazioni su chi ha prodotto i farmaci, e su come l’Arizona abbia ideato la formula sperimentale utilizzata oggi. Sembra che l’Arizona abbia voluto unirsi ad altri stati che sono responsabili di una procedura il cui orrore era perfettamente prevedibile, un’esecuzione completamente fallita. L’opinione pubblica dovrebbe considerare i suoi funzionari responsabili per tutto questo, e pretendere che la procedura sia resa trasparente”. Per la governatrice dell’Arizona, Janice Brewer, invece “l’esecuzione è stata legale e Wood non ha sofferto” ma ha ordinato di rivedere la vicenda per capire perché sia durata così a lungo.

Solo quest’anno, almeno tre esecuzioni non sono andate “secondo i piani”.  Per Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino, “L’esecuzione di Joseph Wood in Arizona è solo l’ultima di una serie di esecuzioni arrangiate negli Stati Uniti, dove i farmaci mortali sono forniti alle amministrazioni penitenziarie ormai solo da laboratori artigianali, i quali sono stati coperti dal segreto di stato per tentare di impedire alle associazioni abolizioniste di fare pressione su di loro e ottenere, come è avvenuto con successo nel recente passato con le grandi case farmaceutiche multinazionali, di bloccare la vendita e l’uso letale dei loro prodotti. 
È già abbastanza grave che la pena di morte resista nella più antica democrazia del mondo, gli Stati Uniti, ma è ancor più inquietante assistere alle orribili conseguenze della presunta civiltà dell’iniezione letale”. Svanito quindi il mito di un metodo indolore, dolce e “più umano” di fare giustizia, rimane un ultimo, decisivo passo da compiere: “sbarazzarsi una volte per tutto del sistema arcaico della pena di morte, cioè dell’aberrazione di uno Stato che per punire Caino diventa esso stesso Caino, per salvaguardare giustamente Abele crea malamente i suoi Abele” ha concluso d’Elia.

Dello stesso avviso è anche Amnesty International per la quale tuttavia non solo non esiste alcun modo umano per eseguire le condanne a morte, ma la crudeltà della pena capitale non si limita a ciò che accade nella stanza in cui hanno luogo le esecuzioni.
 “Tenere in prigione una persona con una minaccia di morte pendente sul capo, per anni o persino per decenni, difficilmente può essere definito un approccio progressista verso la giustizia penale o verso i diritti umani”.

 “In qualsiasi modo lo stato scelga di mettere a morte un prigioniero, e a prescindere se l'esecuzione si svolga o meno secondo i piani, resta il fatto che si tratta di una pena incompatibile coi principi fondamentali sui diritti umaniha dichiarato Freer.

 Per l’ong la pena di morte negli Usa è ormai infarcita di “arbitrarietà, discriminazione ed errori” come quello che nel caso di Wood ha fatto dire a Troy Hayden, reporter di Fox 10 News che ha seguito l’esecuzione “è stato qualcosa di shoccante... come i singulti di un pesce tirato a riva. A un certo punto mi sono chiesto se quell’uomo sarebbe mai morto”.

Wood è stato il 1° giustiziato di quest’anno in Arizona, il 37° da quando l’Arizona ha ripreso le esecuzioni nel 1992, il 26° dell’anno negli USA, e il giustiziato n° 1385 da quando, il 17 gennaio 1977, gli Stati Uniti hanno ripreso gli omicidi giudiziari. Nonostante per Freer “il caso Wood è un monito per le autorità statunitensi: l’unica soluzione è abolire la pena di morte” ha concluso il ricercatore, gli Usa si stanno avvicinando alla 1.400esima esecuzione e sono in buona compagnia. Sono ancora 37 (Afghanistan, Arabia Saudita, Palestina, Bahrein, Bangladesh, Bielorussia, Botswana, Cina, Corea del Nord, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Gambia, Giappone, Giordania, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Malesia, Nigeria, Oman, Pakistan, Saint Kitts e Nevis, Singapore, Siria, Somalia, Stati Uniti d’America, Sudan, Sudan del Sud, Taiwan, Thailandia, Uganda, Vietnam e Yemen) i Paesi che non mollano questa singolare idea di giustizia ferma alla legge del taglione, a fronte dei 148 che hanno ormai abolito la pena di morte o nelle leggi o nella prassi e i 6 che attuano sistematicamente una moratoria delle esecuzioni.

Alessandro Graziadei

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