Maldive: l’altra faccia del paradiso? La violazione dei diritti umani

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Foto: Rainews24.it

L’altra faccia del “paradiso”? Quella della Repubblica delle Maldive nell’Oceano Indiano, 1.190 isole coralline a meno di 800 km dal Sry Lanka. In contrasto con l’immagine di tranquilla e incantevole meta turistica di cui gode il Paese (si aspettano oltre un milione di ricchi turisti entro la fine del 2012), un nuovo rapporto di Amnesty International datato 5 settembre e dal titolo “L’altra faccia del paradiso - La crisi dei diritti umani nelle isole Maldive” documenta le ripetute e gravi violazioni dei diritti umani da parte della forze di sicurezza maldiviane con attacchi mirati contro sostenitori dell’opposizione e persone che assistevano in strada alle loro manifestazioni di protesta scoppiate dal 7 febbraio 2012, giorno in cui si è avuto il passaggio di potere a favore di un nuovo presidente Mohamed Waheed.

Qualche rapida notizia era apparsa sui principali network nazionali ed internazionali, ma la situazione non sembra migliorare tanto che ad inizio mese la polizia delle Maldive ha arrestato almeno 12 persone nel tentativo di disperdere la protesta dei sostenitori dell’ex presidente Mohamed Nasheed che manifestavano contro il parere della commissione che ha stabilito che la sua destituzione è avvenuta legalmente. I circa tremila manifestanti che sostenevano il leader del Partito democratico delle Maldive, che come militante per i diritti umani è stato incarcerato per 27 volte negli anni precedenti al punto di essere inserito da Amnesty International fra i “prigionieri di coscienza”, hanno bloccato un’importante via della capitale Malè per tre ore prima che gli agenti li disperdessero. “La polizia ha colpito i manifestanti coi manganelli e si è resa responsabile di detenzioni arbitrarie, attacchi contro i feriti in ospedale e torture. Non si tratta di casi isolati - ha dichiarato Abbas Faiz, ricercatore di Amnesty International responsabile per le Maldive - Se queste violazioni dei diritti umani non finiscono e non ne vengono individuati i responsabili, ogni tentativo di riconciliazione politica rimarrà privo di senso”. 


Ma non si tratta di sola politica. Ismail Rasheed, un giornalista conosciuto come “Hilath” dai lettori del suo blog (ancora censurato nelle Maldive) negli scorsi mesi ha rischiato la vita per aver denunciato il crescente fondamentalismo religioso della società maldiviana che ha ufficialmente adottano la sharia come base legislativa nazionale. Secondo Ismail “le banche dell’Arabia saudita e di altri Paesi arabi del Golfo non fanno mistero di finanziare organizzazioni religiose ortodosse come l’Ong Jamiyyatul Salaf, che si occupa di educare i giovani maldiviani al credo più radicale, o l’Islamic Foundation of Maldives, che ha appena aperto la prima tv esclusivamente dedicata a programmi religiosi e sociali”.

Il rapporto di Amnesty è basato su numerose interviste realizzate durante la visita di Amnesty International nel paese per tre settimane tra febbraio e marzo, quando dopo essere stato destituito, l’ex presidente Mohamed Nasheed, al potere dal 2008 ha dichiarato “di essere stato costretto a rassegnare le dimissioni minacciato dalla polizia ammutinata e dai soldati”. Ma la commissione istituita nei mesi successivi per fare luce sulle vicende che hanno portato alla destituzione di Nasheed ha invece stabilito che il trasferimento dei poteri è avvenuto nel rispetto della costituzione e adesso il caos politico e l’odio religioso non sembra risparmiare nessuno ed in particolare le donne dell’opposizione politica. La parlamentare Mariya Ahmed Didi ha descritto ad Amnesty il brutale trattamento da lei subito a febbraio da parte delle forze di polizia, quando dopo essere stata arrestata durante una manifestazione dell’opposizione: “Poliziotti e militari - ha dichiarato - mi hanno aperto con la forza le palpebre. Hanno scelto l'occhio che era stato ferito il giorno prima e hanno spruzzato dello spray; poi hanno fatto lo stesso con l'altro occhio […]. A un certo punto, mentre mi picchiavano, uno di loro ha urlato: Non è ancora morta?”.
 


Ma tra gli intervistati non ci sono solo vittime di violazioni dei diritti umani e i loro familiari, ma anche avvocati, attivisti, medici, funzionari delle forze di sicurezza ed anche esponenti politici come l’ex presidente Mohamed Nasheed e anche l’attuale presidente Mohamed Waheed.
 
 Dalle interviste il caso politico rimane oscuro, ma per Amnesty una cosa è certa “le forze di sicurezza hanno palesemente preso di mira queste persone per la loro appartenenza politica; tra le vittime figurano ministri, parlamentari e sostenitori del Partito democratico maldiviano”.
 
Così, centinaia di persone sono state arrestate e molte di esse sono state ferite dalla polizia che ha anche rintracciato in ospedale i manifestanti feriti per poterli picchiare di nuovo.
 Il rapporto - ha spiegato Amnesty International - documenta, infatti, come la polizia e i soldati abbiano fatto uso eccessivo della forza contro manifestanti pacifici, colpendoli con i manganelli sulla testa, spruzzando spray urticante direttamente negli occhi e sferrando calci” o addirittura imponendo “il divieto di bere acqua e la reclusione in gabbie per cani”.

Una situazione che è sfuggita di mano anche alla politica visto che “L’altra faccia del paradiso” evidenzia come le autorità maldiviane non siano riuscite a portare davanti alla giustizia i responsabili di tali violazioni.
 
”Finora si registra il completo fallimento nel perseguire poliziotti e ufficiali dell’esercito coinvolti in queste violazioni dei diritti umani - ha sottolineato Faiz - e le gravi lacune nel sistema giudiziario maldiviano, tra cui l’assenza di leggi in grado di assicurare l’uguaglianza di tutti davanti alla giustizia e la nomina di giudici privi di una specifica formazione, hanno condotto a un sistema che facilita l’impunità e appare piegarsi alle pressioni religiose”.
 


Ora Amnesty International ha sollecitato le autorità maldiviane a porre fine immediatamente alle violazioni dei diritti umani e ad assicurare indagini immediate, indipendenti e imparziali sulle denunce di violenze da parte delle forze dell’ordine garantendo risarcimenti e giustizia per le vittime. A tutte le forze di sicurezza, poi, “devono essere date istruzioni di non attaccare i manifestanti” e “devono ricevere un adeguata formazione affinché rispettino il diritto internazionale e gli standard relativi ai diritti umani. Il sistema giudiziario penale deve essere per questo riformato” ha concluso Amnesty.


Molti dei rilievi e delle raccomandazioni sui diritti umani di Amnesty International sono condivisi anche dal rapporto del 30 agosto della Commissione nazionale d’inchiesta sui fatti relativi al passaggio di potere del 7 febbraio. Tale rapporto, tra le altre cose, conclude affermando che “in relazione alle denunce di violenza da parte della polizia e di atti di intimidazione, è necessario che le indagini avanzino in tempi rapidi e che i responsabili delle violenze siano chiamati a rendere conto del loro operato”. Nessuno, intanto, sa oggi se “l’ortodossia xenofoba tollerata dal nuovo governo” prenderà piede sempre di più, come sembrano far capire episodi tra i quali lo stesso tentato omicidio di Ismail Rasheed, i vandalismi nei musei della storia buddhista e la distruzione di un monumento dedicato all’alleanza interregionale Saarc che conteneva semplici riferimenti a siti archeologici in India. Adesso la comunità internazionale, che da tempo ha concentrato i suoi sforzi nel tentativo di risolvere le tensioni politiche nelle Maldive, non può più ignorare la crisi dei diritti umani nel paese. Un passaggio doveroso se si vuole che il concetto di democrazia si applichi anche fuori dai villaggi turistici.

Alessandro Graziadei

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