Obiezioni di coscienza

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“Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. […] E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede”. (Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici)

 

I fondamenti dell’obiezione di coscienza

Obiettare. Spesso capita che su alcune leggi formulate da un’autorità pubblica ci sia qualcuno che non è d’accordo, perché toccano interessi materiali suoi personali o di una particolare categoria a cui appartiene. Si tratta di obiezioni negoziabili, ad esempio offrendo in cambio un risarcimento come nel caso dei terreni espropriati per pubblica utilità. Oppure giustificando le previsioni introdotte dallo Stato con ragioni di interesse generale, come per tutte le regole che limitano la libertà personale – ad esempio di viaggiare in automobile alla velocità voluta – in nome di un bene comune superiore, in questo caso la salvaguardia della vita.

Se invece la contrarietà ad una legge discende dall’adesione individuale a valori e principi etici, di natura religiosa o ideale, si crea lo spazio per quella che viene chiamata obiezione di coscienza. Scatta cioè un conflitto tra il dovere individuale che ciascun cittadino ha di rispettare le leggi – che è uno dei pilastri fondamentali della convivenza civile – e l’altrettanto diritto inalienabile a seguire la propria coscienza su temi fondamentali come la salvaguardia della vita e della pace tra gli uomini. E se prevale quest’ultimo, il cittadino o il gruppo di cittadini attuano una obiezione di coscienza non rispettando la legge che ritengono ingiusta.

Alcune forme di obiezione hanno ottenuto nel tempo un riconoscimento normativo: sono cioè diventate possibilità legali, in genere dopo campagne e mobilitazioni per vederle riconosciute. In altri casi invece la scelta di obiettare resta illegale, e può essere punita anche duramente com’è tutt’oggi il caso dell’obiezione di coscienza al servizio militare in alcuni paesi del mondo. Va detto che obiettare ad una legge è diverso dal non riconoscere in toto la legittimità di uno Stato, come accade nel pensiero anarchico o in altri movimenti contestatori radicali. L’obiezione di coscienza è dunque selettiva, indirizzata ad una specifica norma contestata, e trasparente, cioè fatta in modo pubblico e accettandone le conseguenze legali quali multe, carcere, privazione di diritti… .

Quando la decisione di non rispettare la legge viene presa collettivamente come strumento politico fondato sulla nonviolenza, si parla anche di disobbedienza civile. Celebri sono le campagne di disobbedienza condotte da Gandhi, oppure quelle contro le leggi razziali durante gli anni cinquanta negli Stati Uniti d’America, guidate dal reverendo Martin Luther King.

 

L’obiezione di coscienza al servizio militare

L’obiezione di coscienza probabilmente più nota è quella al servizio militare. L’obbligo di coscrizione, ossia di prestare servizio nell’esercito da parte di tutti i maschi abili per un certo periodo della propria vita, ha radici antiche. La Rivoluzione francese del 1793 lo consacra come uno tra gli elementi costitutivi della statualità moderna. Nel diciannovesimo secolo perciò si diffonde in tutta Europa e oltre, seguendo la nascita dei nuovi stati nazionali. Caso a parte è quello del mondo anglosassone, che non prevede l’obbligatorietà del servizio militare o quando l’ha introdotta – come per alcuni momenti in Gran Bretagna – ha garantito da subito la possibilità di rifiutarlo.

Altrettanto antichi sono gli esempi di obiezione di coscienza al servizio militare, i cui primi casi si trovano già nella storia romana. Uno di essi, divenuto poi santo cristiano, è Massimiliano di Tebessa, che nel 295 d.C. rifiuta l'arruolamento nell’esercito imperiale e viene condannato a morte. In anni recenti è stato riconosciuto protettore cristiano degli obiettori di coscienza. Molte altre sono le testimonianze simili basate sulla fede personale, come nel caso di numerosi testimoni di Geova o del martire cattolico Franz Jaegerstaetter, che accetta la morte per mano nazista pur di non arruolarsi.

Per lungo tempo le motivazioni religiose sono le uniche a manifestarsi, e trovano anche riconoscimento giuridico nei paesi di tradizione protestante. In Olanda già nella metà del 1500 si trovano esempi di esenzione, e lo stesso Napoleone concede ai protestanti anabattisti di non prestare servizio nel suo esercito. E’ tuttavia con il ventesimo secolo che la possibilità di obiezione di coscienza al servizio militare è introdotta in forma permanente nella legislazione di molti stati, a partire da quelli del nord Europa. Per il mondo cattolico, dove la libertà individuale è culturalmente più vincolata al dovere collettivo, occorre attendere la seconda metà del secolo: 1963 in Francia, 1964 in Belgio, 1976 in Spagna e addirittura 1997 in Grecia.

A fianco delle motivazioni religiose, con il ventesimo secolo l’obiezione di coscienza si apre anche ad altre ragioni politico-ideali: inviti ad impegnarsi contro la guerra e l’obbligo di impugnare le armi si possono ritrovare nel pensiero anarchico, libertario, umanista e socialista. Le spaventose novità della guerra moderna, portata ovunque dalle due guerre mondiali, e dei regimi totalitari pure sperimentati nel secolo scorso, inducono così i primi casi di obiettori laici e l’emergere di una lotta per l’obiezione di coscienza. E’ del 1921 la fondazione della storica associazione pacifista War Resisters’ International, in Olanda.

A ciò si aggiunge nel secondo dopoguerra il clima positivo verso l’ampliamento dei diritti individuali, con la promulgazione della Dichiarazione universale dei diritti umani. All’interno delle organizzazioni internazionali si inizia a discutere dell'obiezione di coscienza, e la prima ad esprimersi a favore è l’Assemblea del Consiglio d’Europa nel 1967. Seguono vari altri riconoscimenti, anche se nella sede più ampia delle Nazioni Unite pesa il rifiuto del blocco comunista ad affrontare il tema. L’obiezione di coscienza infatti viene accomunata alle forme di dissidenza politica, tanto che nessun paese sotto influenza sovietica la riconosce tranne la Germania dell’est. Ancora oggi vi sono paesi dove tale diritto non è ammesso. Uno di questi è la Turchia, che pur facendo parte del Consiglio d’Europa incarcera chi rifiuta la leva militare.

 

L’obiezione di coscienza al servizio militare in Italia

In Italia l’obiezione di coscienza al servizio militare vede sporadici esempi già nella prima metà del secolo scorso, ma inizia ad essere un fenomeno politico con il secondo dopoguerra. Nel dibattito all’interno dell’Assemblea costituente fa capolino anche questo tema, per essere tuttavia accantonato al punto che la Costituzione italiana prevede all’articolo 52: “La difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge”. Gli obiettori che iniziano a manifestarsi in quegli anni subiscono per la loro scelta arresti e condanne. Celebre diviene la lotta di Pietro Pinna, uno dei fondatori del Movimento Nonviolento, che nel gennaio 1949 per primo solleva il problema appellandosi anche a motivazioni politiche e filosofiche. Altrettanto nota è la scelta nel 1962 di Giovanni Gozzini, dichiaratosi obiettore cattolico aprendo così la discussione nel mondo ecclesiastico.

Con gli anni cresce il numero di quanti rifiutano la divisa, e alla fine del 1967 si contano 209 obiettori condannati e 36 ancora in carcere. Viene perseguito anche chi propaganda l’obiezione di coscienza, o manifesta solidarietà agli obiettori come don Lorenzo Milani. Siamo negli anni delle grandi contestazioni sociali, e l’avvio dei primi governi di centro-sinistra apre finalmente uno spazio in Parlamento per il riconoscimento giuridico dell’obiezione di coscienza. Il 15 dicembre 1972 viene approvata la legge 772, che pure pone forti vincoli alla sua pratica e lascia indeterminata l’alternativa al servizio militare. Quando poi tre anni dopo la leva viene ridotta da venti a dodici mesi, ciò non si estende al servizio civile degli obiettori creando una evidente disparità sanata solo nel 1989.

I primi obiettori di coscienza riconosciuti dallo stato si trovano a dover autogestire il proprio servizio civile sostitutivo, subire pesanti disagi e lentezze burocratiche oltre che sottostare comunque per la gestione amministrativa al Ministero della Difesa. Per migliorare ed estendere il diritto all’obiezione nasce nel 1973 la LOC – Lega Obiettori di Coscienza, che per oltre vent’anni ne rappresenta l'espressione politica unitaria. Nel 1994 nasce in alternativa l’AON – Associazione Obiettori Nonviolenti, evoluta dieci anni dopo nell’AVOLON – Associazione Volontari e Obiettori Nonviolenti, mentre in certe realtà territoriali si creano reti locali come il Coordinamento Obiettori Forlivesi, poi trasformato nell’Associazione Locale Obiezione e Nonviolenza.

Alcune campagne condotte nel tempo dagli obiettori sono esse stesse forme di obiezione di coscienza ad aspetti ritenuti ingiusti della legge, come l’autoriduzione del servizio civile per equipararlo a quello militare. Oppure la scelta che taluni compiono ad inizi anni ’90 di svolgere il proprio servizio all’estero in zone di guerra, fatto non contemplato dalla normativa e sancibile penalmente. Infine permangono singoli casi di obiettori totali, ossia persone – in particolare anarchici – che rifiutano anche il servizio civile sostitutivo, non volendo collaborare in alcun modo con lo stato.

Nonostante ritardi e vessazioni, le domande di obiezione di coscienza al servizio militare crescono di anno in anno, come riportato nella tabella della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

Anno chiave è il 1989, quando la Corte Costituzionale sancisce l’illegittimità degli otto mesi di servizio civile aggiuntivo e determina così un’impennata esponenziale nelle domande di obiezione. Ci vogliono però quasi dieci anni per una legge di riforma che adegui il sistema agli enormi cambiamenti nel frattempo sviluppatisi. Da fenomeno di pochi singoli, l’obiezione di coscienza al servizio militare è divenuta nel tempo una scelta di massa, vuoi per una generale disaffezione all’ideale di difesa armata della patria – resa meno cogente dalla fine della guerra fredda – vuoi per l’interesse più opportunistico ad evitare il disagio della naja.

La legge 230 del 1998 prova a rispondere a questi mutamenti, anzitutto riconoscendo in modo pieno il diritto all’obiezione di coscienza attraverso lo svolgimento di “un servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare, ma come questo rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria”. E poi smilitarizzando in modo definitivo la gestione del servizio civile. Quasi in contemporanea però si avvia l'abolizione della leva obbligatoria in favore di un esercito professionale, che si concretizza in una legge apposita del 2000 e nella sua attuazione pratica a partire dal 2005. Dopo tale data pertanto l’obiezione di coscienza al servizio militare diviene in Italia una mera previsione teorica, relegata all’ipotesi lontana di un richiamo collettivo alle armi in caso di guerra.

 

L’obiezione di coscienza alle spese militari

L’obiezione di coscienza alle spese militari muove da considerazioni etico-filosofiche analoghe a quella rivolta al servizio militare. Usa però uno strumento diverso, il rifiuto di pagare allo stato la quota di tasse che si calcola destinata alle spese per armi ed esercito, variabile a seconda del paese. La somma corrispondente viene destinata ad iniziative di pace, e l’iniziativa è resa pubblica alle autorità. Se il contribuente sottrae effettivamente una quota delle tasse dovute, l’atto si configura come vera e propria disobbedienza civile ed è sanzionato con multe, pignoramenti per recuperare la somma non versata e, nel caso si inciti altri a praticarlo, anche procedimenti penali. Viceversa, se il regime fiscale prevede le trattenute alla fonte ed il contribuente non ha altri debiti, non ha modo di sottrarre tasse allo stato e quindi di infrangere realmente le regole, ma si effettua solo un versamento simbolico aggiuntivo per iniziative di pace.

Questa forma di obiezione ha anch’essa radici antiche, almeno quanto la pratica di regnanti e imperatori di tassare i sudditi per coprire le spese del loro esercito. Esempi di resistenza a tali imposizioni si trovano in tutte le fasi della storia. E’ però nella seconda metà del ventesimo secolo che la pratica diventa atto politico di disobbedienza, e si organizzano apposite campagne popolari. A mobilitarsi per primi sono gruppi di quaccheri e protestanti, insieme ad altri pacifisti del mondo anglosassone e del nord Europa.

Rafforzati dal sostanziale riconoscimento ottenuto per l’obiezione al servizio militare, sorgono tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta campagne nazionali contro le spese militari in Belgio, Olanda, Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Germania, Australia, Norvegia nonché Spagna e Italia per l’area latina. Questa obiezione di coscienza non ottiene mai lo stesso vigore di quella al servizio militare, e tuttavia rimane una pratica attuata in alcuni paesi fino ai nostri giorni. Nel 1996 si costituisce anche una associazione internazionale di obiettori che, pur non rappresentando ufficialmente le singole coalizioni nazionali, svolge un ruolo di lobby democratica con status consultivo presso il Consiglio economico sociale delle Nazioni Unite.

In Italia la Campagna OSM (obiezione alle spese militari) sorge nel 1981, dopo alcuni gesti di singoli obiettori negli anni precedenti. A darle vita il clima di mobilitazione per la pace e contro il dispiegamento dei missili nucleari a Comiso, in Sicilia. Fondatori iniziali sono il MN – Movimento Nonviolento, il MIR – Movimento Internazionale per la Riconciliazione, la LDU – Lega per il Disarmo Unilaterale e la LOC – Lega Obiettori di Coscienza. Negli anni si aggregano altre associazioni, e tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta raggiunge il suo momento di maggiore diffusione con numerosi casi di disobbedienza civile, pignoramenti pubblici e processi per propaganda.

Due fatti in particolare la rendono visibile: anzitutto il dibattito che sorge all’interno del mondo cattolico dopo l’appello “Beati i costruttori di pace” firmato da centinaia di religiosi e religiose, specie del nord-est, e la nascita di un successivo movimento spontaneo con meeting annuali molto partecipati all’Arena di Verona. Il movimento incoraggia l’obiezione alle spese militari e provoca così un dibattito anche nella politica nazionale. Nel 1991 poi la prima Guerra del Golfo mobilita profondamente il mondo pacifista, e raddoppia in un solo anno il numero degli obiettori (si vedano i dati storici degli aderenti).

Con gli anni novanta poi si aprono nuove prospettive di impegno per la pace, con le prime sperimentazioni di corpi civili di pace nei conflitti internazionali. L’attenzione della campagna si amplia dal semplice rifiuto del militare alla costruzione di possibili alternative, tanto che muta anche nome in Campagna OSM-DPN (obiezione alle spese militari e difesa popolare nonviolenta). Si registrano interessanti aperture istituzionali, come la possibilità dal 2001 di finanziare direttamente il Servizio civile nazionale, la devoluzione del cinque per mille dell’Irpef alle associazioni no profit, comprese quelle impegnate per la pace, o l’istituzione del Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta. Ciononostante calano progressivamente le adesioni e soprattutto le forme di resistenza attiva, e negli ultimi anni la campagna prosegue in tono calante come forma di testimonianza di singoli o piccoli gruppi.

 

L’obiezione di coscienza nelle professioni sanitarie

Un campo differente dove è stato riconosciuto il diritto del singolo all’obiezione di coscienza è quello delle professioni sanitarie. Qui, specie con il progredire della scienza medica e del controllo sulle diverse fasi di vita, sempre più spesso è possibile entrino in conflitto dovere professionale e principi etico-morali. In Italia in particolare la sensibilità religiosa sull’inviolabilità della vita umana fin dal suo concepimento, sottolineata con forza dalla chiesa cattolica, confligge con le pratiche sanitarie dell’aborto e della fecondazione assistita. E’ per questo motivo che sin dalla legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza, è prevista all’articolo 9 la possibilità di obiezione per i medici ed il personale sanitario. In questo caso non vi è stata necessità di disobbedienza civile per ottenere il diritto all’obiezione, perché se ne è tenuto conto nel momento stesso di approvare la legge.

Analogamente la legge 40 del 2004 per la procreazione medicalmente assistita prevede il diritto del personale medico e sanitario all’obiezione di coscienza. Ad entrambe le leggi sono seguite discussioni e polemiche, perché l’obiezione di coscienza praticata in modo massiccio da parte dei medici potrebbe ledere il diritto altrettanto importante alla libera scelta delle donne. Nel caso dell’aborto ad esempio il settanta per cento dei ginecologi italiani risulta obiettore di coscienza, con punte oltre l’ottanta per cento nel Lazio e nelle regioni del sud (Fonte: Relazione del Ministro della salute sull’interruzione volontaria di gravidanza, 2009 – dati del 2007).

Ancora più controverso il diritto rivendicato da alcuni farmacisti di non vendere per ragioni di fede medicinali o presidi in qualche modo legati a pratiche di contraccezione, aborto o eutanasia. Il gesto di obiezione infatti non è rivolto in questo caso ad una struttura pubblica, come l’azienda sanitaria nei casi precedenti, ma direttamente verso i cittadini-clienti.

 

L’obiezione di coscienza nella ricerca scientifica

Il lavoro di ricercatori e scienziati, in quanto portato per sua stessa natura ad aprire nuove possibilità al genere umano, finisce spesso per toccare temi sensibili, specie nelle ricadute applicative di scoperte e invenzioni. E’ così in corso da tempo il dibattito sulla coscienza etica della ricerca, e sui limiti che deve o non deve darsi.

In campo militare è stata probabilmente l’era atomica a rendere pressante tale dibattito, fino a spingere Bertrand Russell e Albert Einstein a lanciare nel 1955 il loro celebre Manifesto: “Nella tragica situazione cui l'umanità si trova di fronte noi riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi in conferenza per accertare i pericoli determinati dallo sviluppo delle armi di distruzione di massa”. Ne sono seguite iniziative e movimenti di intellettuali come il gruppo Pugwash, che ogni due anni si riunisce per riflettere sul rapporto tra scienza e sicurezza mondiale.

Dal punto di vista pratico tali riflessioni hanno portato a singoli casi di ricercatori che hanno rifiutato di lavorare nell’industria delle armi, o per progetti civili che avessero implicazioni belliche. Al giorno d’oggi la separazione fra applicazioni civili e militari è in effetti molto labile, per cui si tratta di posizioni difficili da garantire e certificare. Vi sono tuttavia gruppi esplicitamente impegnati a ciò, come in Italia l’USPID-Unione Scienziati per il Disarmo.

Casi simili si hanno nel campo della ricerca bio-medica, specie su spinta di istanze religiose, e di quella agro-alimentare, per influenza del pensiero ambientalista. In entrambe le situazioni tuttavia si tratta in genere di gesti individuali, poi non tradottisi in campagne pubbliche collettive. Una obiezione che invece ha avuto riconoscimento giuridico nel nostro paese è quella contro la vivisezione per scopi di ricerca. La legge 413 del 1993 “Norme sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale” concede infatti a scienziati, medici e studenti di istituti e università pubblici o privati di astenersi dalla ricerca che coinvolge animali vivi. Si tratta di una norma molto avanzata, introdotta dall’Italia come prima nazione al mondo.

 

Altre forme di obiezione

Varie altre azioni umane di protesta o rifiuto vengono definite “obiezione di coscienza”, pur non rientrando del tutto nella definizione data in apertura. All'interno degli eserciti ad esempio si ritrovano nella storia vari episodi di cosiddetta “obiezione selettiva”: singoli o gruppi di combattenti, cioè, che decidono di non eseguire solo alcuni ordini ritenuti illegittimi o immorali, ma senza abbandonare la divisa e continuando a svolgere il proprio ruolo militare. E' il caso nell'esercito israeliano dei cosiddetti refusnik, fenomeno comparso in modo massiccio nel 1982 per contestare alcune decisioni prese dai comandi nella guerra in Libano, e riemerso con una certa costanza per l'opposizione di alcuni soldati alla repressione violenta dell'Intifada o all'attacco militare contro la striscia di Gaza nel 2009.

Di rilievo è anche la scelta di rifiutare il lavoro in aziende che acquisiscono commesse per armamenti o attrezzature militari in genere. Si tratta di un gesto per certi versi anche più difficile delle obiezioni precedenti, in quanto mette a rischio il proprio lavoro – e quindi il reddito – potendo portare facilmente al licenziamento. E’ questo ad esempio il caso di Maurizio Saggioro, che nel 1981 perde il posto in fabbrica perché si rifiuta di produrre pezzi di armi. O di Elio Pagani, operaio e sindacalista, divenuto poi tra i promotori di una proposta di legge per la riconversione dell’industria bellica in Lombardia. Tuttavia si può discutere se definire le loro azioni come obiezione di coscienza in senso stretto. Esse infatti non contrastano una legge dello stato ma una decisione imprenditoriale e l'infrazione al contratto di assunzione riguarda il rapporto giuridico privato tra lavoratore e azienda.

Un dubbio simile potrebbe riguardare l’obiezione di coscienza all’obbligo di vaccinazione, fenomeno sempre più crescente tra i genitori, che le rifiutano per i propri figli, ma comparso anche per le vaccinazioni professionali degli adulti. Se infatti si disobbedisce ad una legge dello stato, rischiando pure una teorica sanzione amministrativa, le ragioni per farlo non sono riferibili tanto ad un conflitto di valori morali, quanto ad una volontà personale. Essa può essere mossa dal timore per gli effetti collaterali sulla propria salute, oppure dal contrasto alle multinazionali dell'industria farmaceutica accusate di speculare sulla produzione dei vaccini.

 

Bibliografia e altre risorse

Sergio Albesano, Storia dell’obiezione di coscienza in Italia, Santi Quaranta, 1993

Carlo Casini, Marina Casini, Maria Luisa Di Pietro, Obiezione di coscienza in sanità. Vademecum, Cantagalli, 2009

Caritas Italiana, Voci sull'obiezione. Interviste ai protagonisti, La Meridiana, 2004

Alberto Trevisan, Ho spezzato il mio fucile. Storia di un obiettore di coscienza, EDB, 2005

Una bibliografia ragionata sull'obiezione di coscienza al servizio militare si trova anche sul sito dell'Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

Una cronologia sull'obiezione di coscienza al servizio militare curata dalla Caritas Italiana.

 

(Scheda realizzata con il contributo di Mauro Cereghini)

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- Obiezione di coscienza al servizio militare

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Intervista a Pietro Pinna, primo obiettore di coscienza al servizio militare in Italia