Niente di nuovo sul fronte Orientale

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Foto: Cinaoggi.it

Il destino di almeno un milione di cittadini residenti nello Xinjiang, dal 1955 una delle regioni autonome della Repubblica Popolare Cinese, è un tema che sembra aver ormai bucato la tradizionale riservatezza della politica interna cinese. Secondo alcuni osservatori delle Nazioni Unite quelli che da Pechino sono chiamati ufficialmente “campi di studio” o “centri di formazione professionale” sono in realtà centri di detenzione extra-giudiziari dove si trovano attualmente almeno un milione di uiguri assieme a persone di altre minoranze islamiche o che per il Governo cinese sembrano essere riconducibili all’estremismo e al separatismo. A quanto pare ai musulmani detenuti sono imputate, tra le altre, anche “trasgressioni” non proprio eversive, come le lunghe barbe, l’utilizzo dei veli, degli abiti o della lingua tradizionale. In particolare agli uiguri, un’etnia di religione musulmana che vive da secoli nello Xinjiang e in passato accusata dalla Cina di avere “vocazioni religiose politicamente scorrette", in nome della “stabilità nazionale” è stato vietato loro di celebrare il Ramadan, di insegnare la loro lingua nelle scuole e dal 2016 sono costretti a fornire il Dna per ottenere il passaporto.

Secondo Radio free asia (Rfa) la politica della “terra bruciataattuata da Pechino contro gli uigiari è peggiorata lo scorso giugno quando l’intera popolazione maschile di Chinibagh e Yengisheher, due villaggi dello Xinjiang, è stata internata in un campo di rieducazione. Secondo un ufficiale di servizio nella locale stazione di polizia, la cui testimonianza è stata rilanciata da Rfa, “Il 40% della popolazione del nostro villaggio è in un campo di rieducazione” e solo i bambini e gli anziani sono rimasti nel villaggio. L’ufficiale ha dichiarato che i suoi fratelli rimasti al villaggio non sono stati arrestati: “Nostro nonno ci aveva insegnato a stare fuori da tutto ciò che ci avrebbe messo nei guai e a dare una buona impressione alle autorità” e così “fin dalla più tenera età abbiamo seguito i dettami del Partito”. Per le autorità cinesi i maschi uiguri nati negli anni ‘80 e ‘90 sono “una generazione inaffidabile” e potenzialmente da rieducare perché “rappresentano un costante pericolo”, per questo si sospetta che provvedimenti simili siano stati applicati in questi mesi anche in altre città dello Xinjiang.

Eppure nonostante le chiare posizioni cinesi, almeno fino all’inizio di quest’anno, il Governo di Xi Jinping non ha mai riconosciuto l’esistenza di “campi di rieducazione” e come abbiamo già ricordato ha preferito parlare di “campi di studio” e “centri di formazione professionale”. Secondo alcuni membri della Congressional-Executive Commission on China, “non si conoscono il numero di detenuti e le loro condizioni”, ma sembra verosimile pensare che siano rinchiusi nello Xinjiang “tra le 500.000 e il milione di persone: la più grande incarcerazione di massa di una minoranza nel mondo contemporaneo”, visto che riguarda il 10-11% della popolazione musulmana adulta di tutta la regione. In questi mesi però le notizie che arrivano dallo Xinjiang e le verosimili violazioni dei diritti umani ai danni degli uiguri e di altre minoranze mussulmane hanno scosso alcuni Paesi islamici dell’Asia dividendone i governi. La politica della “terra bruciata” attuata da Pechino, infatti, ha suscitato una cauta condanna di Malaysia e Indonesia, ma non del Pakistan, che ha difeso la Cina e ha derubricato il caso a “sensazionalismo dei media stranieri”.

Il senatore Datuk Marzuki Yahya, viceministro malaysiano per gli Affari esteri, lo scorso mese ha ribadito che Kuala Lumpur “disapprova tutte le forme di oppressione contro qualsiasi gruppo etnico o minoritario”. Marzuki ha però sottolineato il “cauto approccio” che contraddistingue il suo Governo su questioni che riguardano altri Paesi e riferendosi a quanto successo alla minoranza etnica uigura nello Xinjiang il Governo di Kuala Lumpur “ha espresso le sue raccomandazioni sulla scena internazionale, affinché la Cina garantisca i diritti umani, la libertà di religione e l’armonia della sua gente e continuerà a cercare la migliore soluzione a questo problema attraverso i forum di cooperazione regionali e internazionali”. Lo scorso 17 dicembre, invece, il ministero degli Esteri indonesiano Retno Marsudi ha annunciato di aver convocato l’ambasciatore cinese Xiao Qian, per trasmettergli le preoccupazioni dei musulmani indonesiani sulla situazione degli uiguri, ricordando a Qian che “la libertà di religione e credo sono diritti umani, ed è responsabilità di tutti i Paesi rispettarli”. 

Anche se tra i detenuti nei campi dello Xinjiang sembra vi siano anche decine di donne che hanno come unica colpa quella di aver sposato uomini mussulmani della regione pakistana del Gilgit-Baltistan, al confine con tra Cina e Pakistan, il Governo di Islamabad ha preferito prendere le difese di Pechino e il  portavoce del ministero degli Esteri pakistano Mohammad Faisal ha dichiarato che “parte dei media stranieri stanno cercando di sensazionalizzare la questione, diffondendo informazioni false”. Una posizione che per alcuni analisti è motivata soprattutto dagli stretti legami economici tra Pechino e Islamabad, destinataria di investimenti cinesi miliardari a cominciare dal progetto di ammodernamento della strada di montagna che collega il Gilgit-Baltistan allo Xinjiang, un asse destinato a diventare fondamentale per lo sviluppo commerciale di una parte del Pakistan. Una posizione molto simile a quella tenuta anche da Kazakistan e Kirghizistan nonostante nei “campi di studio” istituiti da Pechino nello Xinjiang siano detenuti decine di musulmani kirghisi e kazaki. Infatti, anche se nelle scorse settimane alcuni attivisti del Comitato per la protezione dei kirghisi in Cina hanno manifestato per chiedere al proprio Governo di “condannare la politica della terra bruciata di Pechino ed esercitare pressioni per il rilascio dei concittadini”, sia il ministro degli esteri del Kyrgyzstan che quello del Kazakistan si sono per ora rifiutati di rispondere alle domande dei media internazionali e negato il tacito ricatto economico di Pechino. Purtroppo al momento sulla questione dei campi di rieducazione dello Xinjiang, parafrasando il celebre libro di Erich Maria Remarque, si può dire “Niente di nuovo sul fronte Orientale”.

Alessandro Graziadei

Sono Alessandro, dal 1975 "sto" e "vado" come molti, ma attualmente "sto". Pubblicista, iscritto all'Ordine dei giornalisti dal 2009 e caporedattore per il portale Unimondo.org dal 2010, per anni andavo da Trento a Bologna, pendolare universitario, fino ad una laurea in storia contemporanea e da Trento a Rovereto, sempre a/r, dove imparavo la teoria della cooperazione allo sviluppo e della comunicazione con i corsi dell'Università della Pace e dei Popoli. Recidivo replicavo con un diploma in comunicazione e sviluppo del VIS tra Trento e Roma. In mezzo qualche esperienza di cooperazione internazionale e numerosi voli in America Latina. Ora a malincuore stanziale faccio viaggiare la mente aspettando le ferie per far muovere il resto di me. Sempre in lotta con la mia impronta ecologica, se posso vado a piedi (preferibilmente di corsa), vesto Patagonia, ”non mangio niente che abbia dei genitori", leggo e scrivo come molti soprattutto di ambiente, animali, diritti, doveri e “presunte sostenibilità”. Una mattina di maggio del 2015 mi hanno consegnato il premio giornalistico nazionale della Federazione Italiana Associazioni Donatori di Sangue “Isabella Sturvi” finalizzato alla promozione del giornalismo sociale.

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